Per scrivere un racconto con gli alunni di una classe elementare occorre scegliere alcuni personaggi e i luoghi tra i tanti suggeriti dai bambini. Poi si pensa a quali fatti far accadere e la storia è fatta. Si può quindi scriverla avendo già una traccia. Così è nata questa fiaba che ha anche vari insegnamenti.
Personaggi:
principessa - elefante - cane - cavaliere.
Luoghi: castello -
giardino.
C'era
una volta una principessa di nome Viola che viveva in uno splendido
castello. Attorno alla costruzione c'era un immenso parco che
ospitava numerosi animali. La principessa non aveva nessuno con cui
stare e spesso usciva nel parco per cercare qualche bestiola con cui
giocare un po'.
Ma soltanto un elefante accettava le sue carezze e
si mostrava affettuoso. Il pachiderma era sempre molto triste perché
sentiva la nostalgia per la sua terra, l'Africa, dove aveva lasciato
i suoi genitori e i suoi fratelli adorati. Quando pensava alla
sconfinata savana, ai giochi in riva al fiume e alla saporita erba di
cui si cibava, gli veniva una gran malinconia. I suoi occhi
divenivano lucidi e un lamentoso barrito sfuggiva dalla sua bocca.
Allora
la principessa gli si avvicinava e gli accarezzava le grandi orecchie
per farlo calmare e dargli un po' di conforto. Anche Viola capiva che
il suo amico sarebbe stato molto meglio nella sua terra ma non sapeva
come fare per riportarlo in Africa. Oltre a ciò, pensava al suo
futuro di solitudine. Se avesse perso quell'unico compagno sarebbe
rimasta completamente sola, e nessuno allora avrebbe allietato le
lunghe giornate al castello.
In
una bella mattinata di primavera i due amici decisero di andare a
cercare nuove avventure fuori dal parco. La principessa stava seduta
sull'ampio dorso dell'elefante che procedeva tra alberi e siepi in
fiore per un sentiero di campagna. Ad un tratto si bloccarono a causa
di un curioso animale che faceva strani versi, e si era fermato
proprio davanti alle zampe del pachiderma impedendogli di
procedere.
La bestiola era attratta soprattutto dalla grossa
proboscide che l'elefante sollevava ed abbassava, e si mise a
giocherellare spiccando buffi salti. Viola osservava la spassosa
scena e rideva come mai le era accaduto prima. Ordinò al suo amico
di sollevare lo strano essere e l'elefante ubbidì prontamente.
L'animale era un piccolo cane molto giocherellone, che fece tante
feste e ricambiò le carezze con leccatine alle mani e festosi
gridolini. La fanciulla decise prontamente di portarlo con sé al
castello.
Con il cagnolino la vita della principessa cambiò
completamente. Ora aveva un piccolo amico che non la lasciava mai,
scodinzolava ed abbaiava felice ogni volta che sentiva la sua voce, e
non si stancava mai di giocare.
L'elefante
però sentiva ancora più acuta la nostalgia per la sua terra e la
principessa, distratta dal nuovo amico, talvolta non s'accorgeva
nemmeno dei suoi momenti di sconforto. Allora egli barriva disperato,
soprattutto nelle belle mattinate estive, quando il caldo sole gli
ricordava le roventi giornate tropicali trascorse in riva al fiume a
rinfrescarsi con abbondanti spruzzi d'acqua, insieme con i fratelli
più grandi. Il cagnolino, sentendo la sua pena, gli andava vicino,
gli leccava le grosse zampe, giocherellava con quel grosso "naso"
e gli mordeva delicatamente le zanne, quasi fossero dei gustosi ossi
da rosicchiare. La principessa infine capì il dolore del pachiderma
e nel suo intimo pensò che fosse arrivato il momento di farlo
tornare in Africa, visto che ormai lei aveva già qualcuno con cui
trascorrere le giornate. Ma come fare?
L'Africa
era lontana; bisognava percorrere grandi pianure, montagne innevate,
strette valli, fiumi, dirupi e strapiombi per raggiungerla. Come
avrebbe fatto un animale così grosso ad affrontare un così lungo e
faticoso viaggio? E poi, ad un certo punto, sarebbero arrivati al
mare... e allora? Come avrebbero fatto ad attraversare quell'immensa
massa d'acqua? No, non era proprio possibile. Soltanto volando il
nostro amico avrebbe potuto raggiungere la sua terra, ma purtroppo
non aveva le ali.
Più
passavano i giorni, e più i tre amici diventavano tristi. Ormai non avevano più voglia di giocare e divertirsi. Tutti e tre,
giorno e notte, cercavano una soluzione per quell'inquietante
problema. Ma nessuna idea sembrava realizzabile, nessun progetto
sembrava buono.
La principessa stava per intere giornate chiusa
nella biblioteca a consultare atlanti e vecchi libri alla ricerca di
qualche suggerimento utile. Cerca e cerca, andò a frugare in una
cassapanca abbandonata in un angolo del sotterraneo. C'erano tubi di
vetro, ampolle piccole e grandi, ed infine, proprio sul fondo,
giaceva un libro. Era scritto a mano in una lingua un po' differente
dalla sua.
In
una pagina trovò un disegno che raffigurava un palloncino minuscolo,
e, accanto, un grande pallone che sorvolava il mare e la terra.
Un'altra illustrazione mostrava un buio labirinto dove vagavano
strani personaggi. Provò quindi a leggere le arcane parole:
-
Dove il sole cala stanco
c'è un castello nero e
bianco.
Arrivare non si puote
se le teste son zucche
vuote.
Sotto terra nel più scuro
in un loco assai securo
un
pallone puoi trovare
che sorvola terra e mare.
Sol due volte
tentar puoi
il percorso come vuoi.
Alla terza, oh gran
doglianza,
diverrà la scura stanza,
una cella od un avello
per
chi è senza cervello.
La
principessa lesse e rilesse con molta attenzione, osservò anche i
minimi dettagli dei disegni ed infine capì che in un lontano
castello, che si trovava ad occidente, esisteva un pallone magico che
poteva diventare grandissimo e che poteva volare sul mare. Però era
difficilissimo impadronirsene perché era custodito nelle segrete
del maniero. Per avere il palloncino occorreva conoscere il
percorso esatto. Non si poteva sbagliare il percorso per più di due volte. Ma il malcapitato che avesse sbagliato, sarebbe rimasto
rinchiuso nel sotterraneo insieme con il palloncino, fino al momento
in cui qualcuno non l'avesse finalmente ritrovato. Già diversi
cavalieri avevano cercato di impadronirsi del palloncino per provare
la gioia di volare liberi nel cielo come gli uccelli, ma nessuno era
riuscito nello scopo. Essi vagavano ormai da anni e anni senza scampo
nei labirinti bui e freddi cercando una via d'uscita che era sbarrata
per loro.
Sicura di aver capito tutte le indicazioni, Viola
accompagnata dall'elefante e dal cagnolino si mise in viaggio in una
bella mattinata di primavera. Sapeva bene che le speranze di riuscire
nell'impresa erano minime ma non poteva rinunciare all'impresa.
La
principessa aveva portato con sé il libro perché conteneva anche un
disegno del maniero. Vi si vedevano le montagne e poi un picco sul
quale sorgeva la costruzione. Spesso il cane avanzava annusando il
terreno intorno e guidava l'elefante. Per giorni e giorni i tre
vagarono attraversando pianure verdi di grano e rosse di papaveri
finché in lontananza, quasi al confine del regno, videro delle alte
montagne. Proprio nel punto dove il sole stava per tramontare la
principessa vide un castello costruito con pietre scure e chiare, su
un alto picco. Forse era il luogo che stavano cercando. Davanti a
loro stava ora un fitto bosco che l'elefante a stento riuscì a
percorrere passando tra la fitta vegetazione.
Ad
un tratto grandi uccelli si misero a volare davanti a loro, ma quando
il cane iniziò ad abbaiare, si dileguarono lanciando alte grida
stridule.
Le
grosse zampe dell'elefante riuscirono a guadare un torrente dalle
acque spumeggianti e gelide che trascinavano rami e tronchi.
Dovettero camminare ancora per sette giorni ed infine i tre giunsero
alla base della rocca. Sollevarono lo sguardo e videro che il sole si
nascondeva dietro le possenti muraglie mentre calava lentamente tingendo
le torri di rosso.
I tre erano felici d'esser riusciti a seguire
il percorso esatto per giungere alla meta, nonostante i numerosi
ostacoli, ma ora provarono una grande inquietudine guardando quella
tetra fortezza che forse era diventata una tomba per tutti coloro che
avevano cercato di penetrarvi.
L'enorme portale era
socchiuso e l'elefante lo spinse appoggiandovi la testa. La porta
s'aprì con un fortissimo cigolio e ai nostri tre amici apparve un
cortile spazioso e vuoto.
Erano troppo stanchi per procedere nella
ricerca e decisero di riposarsi per quella notte. Avevano con sé
ancora molte provviste e, dopo aver cenato, s'addormentarono nel
vasto salone del castello. L'indomani mattina iniziarono ad esplorare
il sotterraneo. Avrebbero cercato di scoprire tutti i passaggi nelle
due ricognizioni consentite. Dopo aver trovato la giusta strada
sarebbero riusciti nell'impresa, la terza volta. L'elefante era
troppo grosso per poterli seguire. Lui sarebbe rimasto ad aspettarli
e, in caso di bisogno, li avrebbe aiutati in qualche modo.
Per
primo andò avanti il cane. Con il suo fiuto non avrebbe avuto
difficoltà a ritrovare la via del ritorno. La principessa lo seguì
stando attenta a non inciampare sul pavimento sconnesso. Ben presto
s'accorse che l'impresa era pressoché disperata. Alle pareti stavano
appesi grandi specchi che confondevano ancora di più, e i corridoi
si diramavano continuamente a destra e a sinistra creando incertezza
e disorientamento. A tratti s'udivano strani e paurosi rumori che
venivano ampliati e distorti dal complesso dei cunicoli.
La
fanciulla teneva in mano una torcia per illuminare il percorso e
temeva d'incontrare trappole o botole aperte sul pavimento. Dovette
camminare sulla sabbia, su un ponticello traballante, su uno
strettissimo palo sospeso nel vuoto, su migliaia di biglie, sul
ghiaccio sdrucciolevole; dovette attraversare bassi, lunghi e stretti
cunicoli dove mancava anche l'aria, dovette calarsi in profondi
pozzi, ed infine si trovò davanti ad una stanza allagata.
Il
percorso finiva lì. Non era quella la strada per arrivare al
palloncino. Ora bisognava tornare indietro. Risalì i pozzi,
riattraversò i cunicoli, ripassò sul ghiaccio, sulle biglie, sul
palo, sul ponticello, sulla sabbia, e poi si trovò di nuovo tra gli
specchi e i corridoi. Il cane procedeva sicuro ma ad un certo punto
si fermò disorientato. Un forte odore di fumo proveniva non si
sapeva da dove e la povera bestia non era più in grado di ritrovare
la via. I due iniziarono a vagare senza capire più niente e si
ritrovavano sempre nello stesso luogo. Il tempo passava e anche
l'elefante cominciava a preoccuparsi. Allora s'avvicinò all'ingresso
e si mise a lanciare lunghi barriti. Il cane rizzò le orecchie e
sentì distintamente il lontano richiamo. Allora iniziò a camminare
nella direzione di quel suono e s'accorse che, secondo la strada
presa, il barrito diveniva più forte o più debole. Infine capì
qual era il giusto percorso e, dopo tanto girare e camminare, i due ritrovarono l'uscita.
La
stanchezza era tanta che quella notte dormirono tutti e tre
profondamente. L'indomani mattina la principessa stava per proporre
d'abbandonare l'impresa, ma poi guardò gli occhi dell'elefante e non
ebbe più il coraggio di dire nulla. Bisognava tentare, almeno
un'altra volta.
Ma ora non si sarebbe più fidata del fiuto del
cane, avrebbe cercato un sistema più sicuro per orientarsi nel
labirinto. Pensa che ti pensa, capì che solo lasciando delle tracce
avrebbe avuto la certezza di non sbagliare. Ma come fare queste
tracce? Occorreva della vernice e un pennello per disegnare delle
frecce nei luoghi attraversati. Frugò dappertutto nel castello, ma
trovò soltanto dei grossi barattoli di marmellata alla fragola. Vide
che si poteva usare per segnare le pareti e decise di portarne con sé
una buona provvista, insieme con un cucchiaio. I due erano pronti per
compiere il secondo tentativo. Questa volta cambiarono strada e si
trovarono ad arrampicarsi su ripidissime scale, a scivolare lungo
scoscesi pendii, ad attraversare corridoi che si facevano sempre più
stretti, a dover saltare delle barriere. Ad ogni svolta la fanciulla
lasciava una traccia con la marmellata, assicurandosi che fosse ben
evidente. Alla fine i due amici si trovarono davanti ad un'inferriata
chiusa. Al di là c'era una grande sala con un tavolo di legno sul
quale erano appoggiati numerosi scrigni. Forse erano arrivati al
palloncino magico, ma come fare per entrare? La principessa avvicinò
la torcia alla porta e vide un cartello. Si mise a leggere:
-
Il palloncino, lo vedi, è qua
ma non puoi averlo senza pensar.
La
porta s'apre una volta l'anno,
solo i sapienti questo lo
sanno.
Solo in un dì s'apre la porta,
nella nottata che è la
più corta.
La
fanciulla fu felice per essere giunta nel luogo dove si trovava il
palloncino, ma s'arrabbiò perché l'inferriata era chiusa. Provò e
riprovò a scuotere quel pesante cancello, ma non si mosse neppure di
un millimetro. Pareva inchiodato alle pareti. Rilesse il messaggio,
ma non lo capì. Forse non era abbastanza sapiente da conoscere la
risposta. Che cosa significava "nella nottata che è più
corta"? Forse le notti non avevano tutte la stessa lunghezza?
Lei non le aveva mai misurate, e le pareva che fossero proprio tutte
uguali. E i giorni non erano forse tutti uguali? Non ci capiva più
niente. Il tempo passava ma la porta non si apriva. Dal fondo della
sala, ad un tratto, udì una voce.
-
Fanciulla! Fanciulla! Non andar via! Salvami!
La
principessa non credeva alle sue orecchie. Guardò meglio
nell'oscurità e vide un vecchio con una grande barba bianca che
avanzava lentamente. Alla fine egli giunse all'inferriata e continuò
con voce tremolante:
-
Io sono l'ultima persona che ha cercato di prendere il palloncino
magico, ma la porta si è richiusa al mio terzo tentativo, prima che
io potessi uscire. Molti altri erano entrati prima di me, ma si sono
persi nel labirinto e di loro non si sa più nulla. Se vuoi
impossessarti del palloncino magico, dovrai tornare qui nel solstizio
d'estate. In quel giorno la porta s'aprirà, ed io potrò uscire da
questo posto maledetto. Però tu dovrai venire da sola, senza il tuo
cane. Per ritrovare la via d'uscita potrai servirti del filo di
Arianna.
Nel
sentire quelle parole la principessa si confuse tutta. Non aveva
capito quasi niente. Che cosa voleva dire "solstizio"? E
che cosa era il Filo di Arianna? Provava vergogna nel chiedere
spiegazioni, perché una principessa non poteva essere così
ignorante, ma alla fine capì che se voleva raggiungere il suo scopo
doveva servirsi della sapienza del vecchio. L'uomo sorrise quando
sentì le sue domande e rispose:
-
Il solstizio d'estate è il 21 giugno, ed è il giorno più lungo
dell'anno. Io ho tenuto scrupolosamente il conto del tempo che
passava e mancano ancora sette giorni al solstizio. Tu conta sette
giorni da oggi e poi ritorna qui. Per essere più sicura ogni mattina
traccia un segno con un coltello affilato sopra un ramo. Quando avrai
tracciato sette segni, saprai che è giunto il giorno fatidico. Mi
raccomando, non dimenticarti. Ora risponderò alla tua seconda
domanda. Il Filo di Arianna è un semplice gomitolo che tu srotolerai
man mano che avanzerai nel labirinto. Al ritorno l'arrotolerai e così
arriverai, senza sbagliare, al punto di partenza.
-
Quando sono entrato qui non ero così giudizioso, ma ero imprudente
ed avventato. Rimanendo qua dentro per tanto tempo, ho avuto modo di
riflettere. Così ho capito che, per riuscire a realizzare ciò che
si desidera, occorre saper ascoltare e pensare.
La
principessa sentì nelle parole dello sconosciuto un gran rimpianto.
Quindi lo ringraziò e pensò che fosse il momento di tornare
indietro.
-
Mi raccomando! Tra sette giorni dovrai tornare! Non sbagliare! -
Il
cane procedette sicuro nella via del ritorno, ma ad un tratto si
fermò.
Nell'aria si sentì un forte profumo di fiori di campo e
non fu più possibile seguire la traccia degli odori lasciati
all'andata. La principessa non si preoccupò. I segni lasciati sul
muro l'avrebbero condotta all'esterno. Guardò con attenzione le
pareti, ma non vide nulla. Allora s'avvicinò al cane e sentì che il
suo muso aveva un vigoroso aroma di fragola. La bestiola si fece
piccina piccina e si mise a guaire lamentosa. Si sentiva in colpa
perché aveva scrupolosamente leccato tutte quelle saporite
cucchiaiate di fragola che dovevano servire da traccia. Ed ora? Era
inutile cercare l'uscita se non si sapeva dove andare. Erano perduti,
non avrebbero più rivisto la luce del sole. Passarono così diverse
ore.
L'elefante,
preoccupato per il ritardo, si mise a barrire davanti all'ingresso,
ma questa volta i due erano troppo lontani e non l'udirono. Infine il
pachiderma decise di passare alle maniere forti. Iniziò a scalciare
e a pestare con le sue enormi zampe sul pavimento e sulle pareti,
tanto che il labirinto rimbombò paurosamente. Il cane allungò le
orecchie e sentì dei boati lontani.
Tutto felice, corse a
perdifiato per raggiungere il punto dal quale proveniva tutto quel
frastuono che diventava sempre più forte. La principessa lo seguì
chiamandolo perché la aspettasse, e s'affrettò per raggiungerlo.
Quando arrivarono all'ingresso, l'elefante era stremato. La
principessa era così felice, che perdonò al cane quella pericolosa
marachella. Però decise di non dargli a cena marmellata di fragole,
ma solo un pezzo di pane raffermo.
L'indomani
Viola s'alzò molto presto, e vide che il sole era già sorto. A ben
pensarci, nel periodo precedente, a quell'ora il cielo era ancora
buio. Allora era proprio vero: le nottate potevano essere più lunghe
o più corte. Ma come aveva fatto a non accorgersene prima? E, in
effetti, ricordava come erano lunghe le fredde nottate invernali e
come erano brevi quei lividi giorni.
Ora si trovavano quasi
alla fine della primavera, dato che era iniziato il mese di giugno,
ed in realtà le giornate erano lunghissime.
Quante cose
doveva ancora imparare la nostra principessa se voleva diventare una
saggia e sapiente regina per il suo popolo! Dove avrebbe potuto
trovare tutte le informazioni necessarie per migliorare la sua
cultura? Chi lo sa? Forse il vecchio del labirinto avrebbe potuto
aiutarla nella ricerca della scienza e del sapere.
Per
prima cosa prese un ramo e, con un coltellino, fece una tacca. Aveva
imparato che, per raggiungere dei risultati, occorre essere precisi,
accurati e scrupolosi nel seguire le indicazioni e i consigli.
Avrebbe fatto tutto ciò che il vecchio le aveva raccomandato, perché
si fidava di lui.
Il tempo passò lentamente. La principessa non
vedeva l'ora di tornare nel labirinto per prendere il palloncino
magico, ed ogni giorno contava e ricontava le tacche sul ramo. Infine
giunse il momento fatidico. Il giorno più lungo era arrivato. La
fanciulla scrutò l'oriente nell'attesa dell'alba ed infine vide che
il cielo diveniva sempre più chiaro. Dopo un periodo interminabile
il sole apparve all'orizzonte.
Viola
doveva iniziare subito il percorso, se voleva arrivare in tempo
davanti alla grata di ferro. Prese con sé un gomitolo e, salutati i
due amici, entrò da sola nel buio corridoio. In una mano teneva il
gomitolo e nell'altra aveva la torcia. Procedeva sicura, senza mai
voltarsi indietro, e cercava d'infondersi coraggio.
Ora era
veramente sola, nessuno poteva aiutarla, nessuno poteva soccorrerla.
Tutto dipendeva da lei. Ormai conosceva bene la strada, sapeva che
avrebbe trovato degli ostacoli, ma sapeva anche come superarli.
Quando
fu di fronte alla scalinata, dall'alto caddero grosse gocce d'acqua
rovente. Lei si fermò ed attese che quella pioggia si calmasse. Di
corsa salì sulla ripida gradinata, giusto in tempo per evitare
un'abbondante nevicata che rese le scale sdrucciolevoli.
Sentì
il cuore che le batteva forte forte, stava per perdersi d'animo e per
tornare indietro. Sconsolata, si sedette su una pietra. Se ci fossero
stati ancora dei nuovi impedimenti, oltre a quelli già noti, come
avrebbe fatto a superarli? I suoi amici erano troppo lontani, e il
vecchio era prigioniero dietro l'inferriata. Quello era il suo terzo
tentativo, e non ci sarebbe stato scampo per lei se avesse sbagliato.
Era ancora in tempo per tornare indietro. Il filo l'avrebbe guidata
verso l'uscita, verso la salvezza. In poco tempo sarebbe arrivata
all'ingresso e lì avrebbe trovato i suoi amici.
Che
cosa avrebbe detto loro? E che cosa avrebbe raccontato all'elefante?
Per lui non ci sarebbe stata più la possibilità di tornare in
patria, mai più. E lei non avrebbe più potuto guardarlo negli
occhi, perché vi avrebbe letto un dolore senza fine ed un silenzioso
rimprovero.
Stette a lungo a riflettere ed infine decise che
avrebbe continuato, che poteva farcela, che doveva affrontare ogni
situazione, come una vera principessa. La discesa fu ardua dato che
il pavimento era cosparso d'olio e lei aveva le mani impegnate.
Decise allora di sedersi e di scivolare cercando di rallentare la
velocità appoggiando i piedi sulle pareti. Procedeva cauta nei
corridoi, temendo qualche sorpresa. Ad un certo punto, davanti a lei,
si scatenò una tempesta di chiodi e di spilli. Allora si rannicchiò
e si protesse la testa con le mani. S'accorse che la tempesta si
fermava per pochi secondi e poi riprendeva. Se fosse stata abbastanza
veloce, sarebbe riuscita a passare senza pericolo. Attese una pausa
della tormenta e schizzò via come una saetta. Si trovò dall'altra
parte prima che la pioggia riprendesse. Gliel'aveva fatta! Trovò
ancora trappole, buche sul pavimento, lingue di fuoco che la
sfioravano, ma nulla ormai avrebbe potuto fermarla. Aveva capito che
avrebbe potuto superare tutte quelle difficoltà con l'attenzione e
l'impegno e si sentiva forte perché niente riesce a vincere il
coraggio e la fiducia in se stessi. Ormai aveva deciso di lottare
contro ogni ostacolo perché alla fine del percorso c'era
un'inferriata che si sarebbe aperta al suo passaggio, un palloncino
che avrebbe ridato la felicità al suo amico, e un vecchio che
avrebbe rivisto la luce del sole. Tutto ciò dipendeva da lei.
Udì
tutto intorno dei misteriosi sibili, dei fischi acuti che penetravano
nel suo cervello come lame affilate, e poi sentì un gelo che la
paralizzava, un formicolio insopportabile in tutto il corpo, e un
vento che la avvolgeva tutta dal basso verso l'alto, facendo
tremolare la fiamma della torcia. Pareva che mille forze si fossero
scatenate per distruggerla, ma lei capiva che era solo l'impotente
rabbia di un misterioso e malvagio essere che ormai aveva capito
d'aver perso. Avanzò ancora, intrepida, senza più paura. Oramai era
vicina alla meta. In lontananza vide l'inferriata, e al di là il
vecchio la chiamava a gran voce.
- Corri, corri, la nottata
è già iniziata da un pezzo! Dobbiamo sbrigarci!
La principessa
si precipitò. Quando fu davanti alle sbarre, s'udì uno stridente
cigolio e un rumore di ferraglia. La barriera lentamente s'alzò e la
principessa entrò nella sala. Ora bisognava cercare il palloncino.
C'erano cento scrigni tutti uguali sui tavoli e solo uno conteneva il
palloncino. Nessuno poteva aiutarla nella ricerca che doveva essere
rapida perché il tempo stava per scadere.
- Per non
confonderti apri gli scrigni ad uno ad uno, fruga bene all'interno e
poi appoggiali per terra. Ricordati di richiudere ogni volta il
coperchio dello scrigno vuoto, altrimenti l'altro non s'aprirà.
Il
vecchio le dava sempre dei consigli utili. La ricerca fu lunga e
faticosa, anche perché i coperchi erano pesanti e difficili da
sollevare. Inoltre il palloncino era molto piccolo e bisognava
guardare bene dentro ogni cofanetto.
Viola frugava sempre
con le mani il fondo, per essere ben sicura di non ingannarsi.
Ormai
le rimanevano da aprire soltanto cinque scrigni. Sollevò gli occhi
verso il vecchio e vide nel suo sguardo lo sconforto. Già
dall'inferriata provenivano dei sinistri rumori, e pareva che la
grata dovesse abbassarsi da un momento all'altro.
-Svelta!
Ti prego, più svelta! Il palloncino deve esserci per forza!
La
principessa non sentiva più nemmeno le sue dita. Come un robot
apriva e richiudeva i piccoli forzieri, ma erano tutti vuoti. Infine
sul tavolo ne era rimasto uno solo, l'ultimo. Già l'inferriata aveva
iniziato a scendere lentamente. La fanciulla ebbe un attimo
d'esitazione ed infine lo aprì. La grata era già arrivata alla metà
dell'apertura. La sua mano toccò qualcosa di morbido. Viola
l'afferrò stretto stretto, mentre il vecchio la prendeva velocemente
per la mano e la trascinava fuori. Giusto in tempo per passare sotto
l'inferriata che ormai era quasi del tutto abbassata!
La fiaccola
e il gomitolo erano rimasti dentro la sala, ma lei non si preoccupò.
Adesso aveva ottenuto il palloncino magico ed aveva la compagnia del
vecchio che s'era dimostrato molto abile e saggio. La via del ritorno
era segnata dal filo e, anche al buio, avrebbero potuto ritrovare il
giusto percorso. Nel loro cammino non trovarono più alcun ostacolo.
Ormai avevano raggiunto lo scopo e ben presto i due arrivarono
all'uscita. Il sole stava sorgendo all'orizzonte, la notte era
finita. La principessa era tanto felice da non sentire neppure la
stanchezza di quell'interminabile giornata. Abbracciò i suoi amici e
infine si volse per ringraziare il vecchio. Si guardò più volte
attorno, ma non lo trovò. Vide invece un giovane cavaliere che le
sorrideva.
-Sei
stata molto coraggiosa, le disse, e non ho parole per ringraziarti.
E' merito tuo se ho ritrovato la libertà che credevo perduta per
sempre. Anche il mio aspetto è ritornato normale. Come vedi non sono
più quel vecchio che tu hai conosciuto nelle segrete. Ti sarò
riconoscente per sempre e tu potrai chiedermi tutto ciò che vorrai.
La
principessa porse la mano al giovane e gli annunciò che avrebbe
voluto sposarlo perché si era dimostrato molto saggio e generoso.
Sarebbe stato un buon padre per i suoi figli ed un buon re per il suo
regno.
Anche
il cane e l'elefante approvarono la decisione della fanciulla.
L'elefante indicò il palloncino con la proboscide. Il cavaliere
sapeva come trasformarlo in una comoda mongolfiera. Tutti salirono a
bordo e ... via! Si diressero verso l'Africa, dove arrivarono in un
batter d'occhio. Giunti nella savana vicino al grande fiume, scesero
tutti vicino ad una famigliola d'elefanti. Alti barriti festosi
s'alzarono nel cielo. L'elefante aveva ritrovato i suoi genitori e i
suoi fratelli e corse verso di loro sollevando nugoli di polvere. I
pachidermi si diressero verso il fiume e si misero a giocare felici tra alti spruzzi d'acqua. Dopo
aver salutato tutti, il cane, il cavaliere e la principessa
risalirono sulla mongolfiera e raggiunsero rapidamente il castello.
Pochi giorni dopo si celebrarono le nozze, e per la principessa
l'avventura delle segrete divenne solo un lontano ricordo, da
raccontare ai suoi figli. Le era rimasto però il prezioso palloncino
che permise agli sposi di viaggiare in tutto il mondo, Polo Nord
compreso, per vedere il sole a mezzanotte, nella nottata più breve
che ci sia al mondo.
E
gli altri cavalieri prigionieri delle segrete? Di loro non si seppe
mai niente, ma noi speriamo proprio che abbiano trovato il gomitolo
di Viola e, con esso, la salvezza.