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mercoledì 3 giugno 2026

Evoluzione Blog Libero N° 27 - 46

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Creato da giovannatilocca il 05/05/2010

Evoluzione

Società a confronto

 

Perché a chi tutto e a chi niente?

Post n°46 pubblicato il 06 Settembre 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Ma come possono questi schifosi sciacalli godersi le ricchezze estorte ai poveri sapendo che c'è chi, a causa loro, non sa come campare i propri figli? O credono di tacitare la coscienza dando magari qualche spicciolo in beneficenza? Quell'elemosina è una vergogna perché tutti hanno il diritto di vivere del proprio lavoro e non devono essere umiliati.
Ma ormai è fatta! Ci vorrà ancora del tempo, ma ormai è scattata nel cervello collettivo la domanda: "Ma perché c'è chi ha tutto e chi non ha niente?"
Una volta che un pensiero si mette in moto non credo lo si possa bloccare. Penso a Gesù, penso a San Francesco, penso anche a Marx. Credo proprio che la storia sia come una grande ruota che ripercorre con ordine le tappe cicliche dei processi evolutivi della società e che l'uomo ne sia più succube che protagonista.
Siamo decisamente in una fase critica, di rottura. Le risorse mondiali non soddisfano gli accresciuti bisogni di una accresciuta umanità. E mentre fino ad ora ciascuno è rimasto nel suo angolo di mondo a lottare per sopravvivere, ora tutti vanno dappertutto a cercare il necessario per la propria esistenza. Il problema si risolverà a suo tempo con una diminuzione della popolazione mondiale e una relativa equa distribuzione delle risorse. Ma ci vorranno secoli. E adesso? Sarà molto dura, ma niente in confronto a quanto l'uomo ha dovuto sopportare nel corso dei millenni trascorsi tra guerre, pestilenze e carestie.
Sarà dura per chi cerca ancora una collocazione stile anni sessanta. Quella non ci sarà più. Occorre guardare in faccia la realtà e capire che la vita, comunque, ha le sue leggi e non regala niente a nessuno. Forse non sarebbe male imparare a lavorare con le mani, almeno per riuscire a passare il tempo in maniera utile a sé. È comunque fondamentale riuscire ad approfittare di ogni occasione per trarre un reddito, senza scartare niente che sia onesto e lecito.
Va da sé che solo chi ha grande spirito di adattamento riuscirà ad ottenere una qualità di vita soddisfacente; gli altri continueranno a vagare alla ricerca dell'impossibile, travolti da sensi di frustrazione e angosce.
Ma il vero problema, quello tanto, tanto difficile da affrontare e risolvere, sarà come fare per impedire che il reddito si accumuli tutto in poche mani recando un danno incalcolabile all'umanità. Per questo poco fa parlavo di Gesù (siamo tutti fratelli) di San Francesco (la natura provvede ai nostri bisogni) e di Marx (il capitale è un furto).
Come sarebbe tutto più semplice se le risorse requisite ai pochi predatori venissero distribuite a tanti per dare respiro ai mercati! Possiamo immaginare un leone che toglie di mezzo tutte le prede lasciando gli altri animali a morire di fame, senza averne, lui stesso, alcun beneficio? Possiamo immaginare quali conseguenze ne avrebbe la savana?

Il diabolico meccanismo dell'accumulo è la radice del malessere sociale, politico, economico. Si può riuscire, almeno momentaneamente, a disinnescarlo?

 
 
 

Povera gente!

Post n°45 pubblicato il 31 Agosto 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Devono pagare quegli stipendiati, quegli autonomi e quei pensionati fannulloni buoni a nulla, che, oltre tutto, non sono riusciti neppure a garantirsi almeno 90 mila euro all'anno. Peggio per loro, che paghino per la loro dabbenaggine e la loro stupida onestà. Imparino invece da politici, faccendieri, corruttori, corrotti. Così si vive, mica lavorando.

Quando in Francia alla fine del 1700 il re aveva capito che avrebbe perso nella votazione degli Stati Generali stabilì che non si sarebbe fatta una votazione individuale ma ciascuno dei tre Stati (Nobiltà, Clero, Terzo Stato) avrebbero potuto esprimere un solo voto. In parole povere il risultato sarebbe stato di due a uno e avrebbe garantito a nobili e clero quei privilegi irrinunciabili per loro. Quando poi capì che questo non bastava, decise di chiudere la sala delle riunioni pensando così di averla vinta. Povero re!

La storia è maestra di vita, ma come tanti maestri è spesso inascoltata o mal interpretata.

Coloro che oggi decidono in Italia stanno tirando una corda che difficilmente reggerà agli strappi. Ma i privilegiati, pur conoscendo la storia, continueranno per la loro strada perché non ce la fanno proprio a mollare il bengodi nel quale si sono immersi derubando scientificamente le risorse del paese e nascondendole prima che qualcuno potesse usarle per risanare l'economia. Vorrei capire come pensano di vivere questi dementi in un paese che sta colando a picco. Non hanno realizzato che siamo tutti sulla stessa barca? Vogliono dominare sulle macerie?

 
 
 

Isabel Allende - D'amore e ombra

Post n°44 pubblicato il 28 Agosto 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

"D'amore e ombra" è il primo libro che ho letto di Isabel Allende. Stava nella libreria da anni e, non sapendo cos'altro leggere, nei giorni scorsi l'ho preso. Inizialmente mi ha attirato con quell'ambiente particolare della casa di riposo così realistico e partecipato. Poi mi ha un po' confuso presentandomi situazioni differenti che non avevano alcun contatto tra di loro. I personaggi si accavallavano e non c'erano collegamenti. Comunque la buona qualità della scrittura mi convinceva ad andare avanti. Mi ha smontato la descrizione della notte d'amore tra i due protagonisti. Mi ha dato l'impressione di una serie di frasi costruite che non sono riuscite a trasmettermi altro che noia. Per voler dare il massimo delle sensazioni l'autrice fa elenchi di parole che rimangono fredde e inespressive. Dietro le frasi non ho sentito un cuore che batte, ma ho visto un dizionario di sinonimi.

L'argomento si snoda poi in una denuncia della dittatura, i fatti sono crudi, ma al di là di un'informazione di cronaca non ho potuto acquisire altro da un libro che è un romanzo, e quindi una storia di persone che dovrebbero risaltare nelle loro caratteristiche, nei loro sentimenti più profondi, nei loro sogni. Di molti personaggi, tra cui Evangelina e Pradelio Ranquileo vittime del sistema, si sente una forte tensione che rimane però solo accennata, Beatriz, la madre di Irene appare sfumata, gli stessi due protagonisti non coinvolgono.

cupola

Gli unici personaggi dei quali  si apprezza meglio la personalità sono Digna nella sua funzione di madre, il professor Leal nel suo esacerbato percorso dal comunismo all'anarchia, e Gustavo Morante nel suo fallimento personale e ideale.

Il libro riporta dei fatti realmente accaduti e forse proprio questa circostanza ha limitato la possibilità di dare validità artistica al racconto.

 
 
 

L'ironia che hai messo sul mio labbro...

Post n°43 pubblicato il 22 Agosto 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Il sole e il vento discutevano tra di loro. Il vento sbeffeggiava il sole e affermava di essere molto più potente di lui.

Ad un certo punto videro un viandante che procedeva per una stradina di campagna avvolto nel suo mantello. Il sole allora disse al vento. "Vedi quell'uomo che tiene stretto il suo mantello? Vediamo chi di noi due riuscirà a strapparglielo di dosso"

Il vento iniziò a soffiare più che poteva. L'uomo allora strinse ancora di più il mantello, lo tenne addosso con tutte le sue forze e più il vento soffiava, più lo teneva.

Dopo un po' il vento si stancò di soffiare. Allora il sole disse: "Ora ci proverò io."

Il sole inviò sulla terra i suoi raggi infuocati. Il viandante ben presto sentì un gran caldo. Allentò la presa del mantello, iniziò a scostarselo ed infine, in un bagno di sudore, se lo tolse di dosso.

Questa favola di Esopo mi ha fatto capire anni fa che un sorriso e un tratto cortese possono farci ottenere più risultati di un atteggiamento aggressivo.

Se si riesce a dominare l'istintiva irritazione provocata dalla maleducazione altrui e si riesce ad ironizzare o meglio a razionalizzare la situazione incresciosa sicuramente ne gioveranno la nostra salute, il nostro umore, e la qualità dei nostri rapporti sociali.

Qualche anno dopo ho letto la poesia "Lettera alla madre" di Salvatore Quasimodo e la convinzione che il sorriso sia una potente arma in nostra dotazione si è rafforzata. Dice Quasimodo:

"... Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell'ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori."

Anche mia madre aveva il sorriso sulle labbra quando altri avrebbero urlato e imprecato. Non sempre capivo quell'atteggiamento che mi sembrava inadeguato, ma ora so che era un comportamento vincente perché le urla servono solo a inasprire i conflitti e non certo a risoverli. Le situazioni si governano con la razionalità che garantisce anche serenità e pace in famiglia.

Il vento con la sua violenza ci fa chiudere nel nostro mantello, il calore del sole ci libera dal mantello e ci fa aprire agli altri.


 
 
 

Per il fisco vale di più un ricco o mille poveri?

Post n°42 pubblicato il 21 Agosto 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Quanto si sente in questi giorni è frutto di una grande paura unita ad arroganza. I ladri percepiscono il pericolo ma non sono in grado di accettare che è arrivato il momento di restituire il maltolto. E allora tirano fuori una serie di proposte indecenti mascherandole da provvedimenti necessari.

Sentirci dire che aumentare l'Iva dell'1% è un bene perché così la pagano anche i ricchi, che bisogna vedere se chi ha un reddito superiore a 90 mila euro ha famiglia oppure no, è il segno che questa gente ha il cervello occupato solo ed esclusivamente da un pensiero dominante: come faccio a  tenermi il malloppo e a garantirmi il potere?

Si può risanare l'economia del paese in presenza di questi individui? 

Qualsiasi risanamento passa per un radicale cambiamento del sistema. Il primo passo necessario è togliere le retribuzioni a parlamentari e amministratori pubblici. Ci sarà più corruzione? Può essere, ma a tutt'oggi è dimostrato che con le retribuzioni la corruzione c'è e prospera.

Secondo provvedimento: non si può restare in carica per più di una legislatura.

Mi vengono in mente i Romani che avevano due consoli che venivano sostituiti ogni anno. Poi è arrivato Giulio Cesare che ha trovato il modo di rimanere al potere oltre i limiti legali. I Romani lo hanno eliminato, ma alla sua morte, di fatto,  si è instaurato l'impero.

Torniamo ai nostri giorni. Il problema non è far pagare le tasse ai ricchi, (non le pagheranno mai) ma bisogna trovare il sistema per impedire che una sola persona riesca ad accumulare tante ricchezze. Chi è ricco è anche potente,  è al di fuori di ogni regola, pensa di avere il diritto di ottenere tutto ciò che desidera in qualsiasi modo. Una società sana non può permettersi di far crescere al suo interno un tale potere a dismisura.

È pur giusto riconoscere il merito, l'impegno, le capacità degli individui ma non può esistere che un solo individuo abbia redditi stratosferici e spadroneggi su una massa di cittadini "sfortunati" che lo devono sostenere con quanto lo stato spreme dai loro piccoli redditi frutto di lavoro spesso massacrante, stressante, umiliante (quando c'è).

In parole povere è accettabile che chi ha imbroccato la strada giusta (purché sia anche onesta) abbia la possibilità di guadagnare tre, quattro volte più di uno "sfortunato", ma non è tollerabile che il suo reddito sia fuori misura.

Uno stato deve far sì che tutti i cittadini abbiano un reddito tale da soddisfare i bisogni primari di una famiglia e che possano contribuire con delle tasse eque. Mille cittadini con un reddito soddisfacente pagheranno al fisco più soldi di un solo ricco che porta all'estero i suoi denari e che ha infiniti modi per evadere.

In Italia si starebbe molto meglio se ci fossero meno stipendi stratosferici e più redditi medio-bassi. La vita sarebbe molto più gratificante per tutti se veramente le risorse della nazione venissero ripartite equamente tra i cittadini.

Da millenni le società percorrono il cammino che le porta dall'iniziale intento di equità alla pratica dello sfruttamento dei sottoposti. Finché c'è abbondanza e anche gli "sfortunati" riescono a sopravvivere, il sistema resta in piedi. Ma quando le risorse iniziano a scarseggiare e masse di popolazione vengono escluse dal godimento di quel minimo indispensabile alla vita si mette in discussione l'accumulo ingiustificato di ricchezza e potere. Vedi il Settecento francese, vedi la Russia, vedi la situazione attuale.

Non c'è ricco, per quanto illuminato, che rinunci a quanto crede suo per merito, capacità, efficienza e non perché ha rapinato masse di poveri di tutto il mondo che hanno dovuto rinunciare perfino al cibo e all'acqua.

Perciò credo che sia molto improbabile riuscire a risolvere le gravi crisi economiche in modo del tutto pacifico.  Ricchezza e potere creano delle forti dipendenze ed è quasi impossibile rinunciarvi. Ci sono, è vero, delle eccezioni perché non tutti i ricchi sono ciechi e sordi. Ma sono, appunto, delle eccezioni.

Chiarisco meglio aggiungendo che la situazione attuale è talmente compromessa che non è in potere di nessuno risolverla. Però dividere il male tra tutti è il minimo che si dovrebbe fare per renderla meno devastante.

 
 
 

Badde Salighes

Post n°41 pubblicato il 13 Agosto 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Andiamo a Badde Salighes, memori di altre visite fatte tempo addietro.

Ho trovato degli appunti relativi a sabato 25 agosto 2001. Tra l'altro riporto che:

 "Ci siamo quindi diretti  a Badde Salighes attraverso Burgos. Seguendo le indicazioni ci siamo addentrati in una sterrata ed abbiamo raggiunto una borgata di basse casette per le vacanze, animate da villeggianti, e la chiesa di S. Maria di  Sauccu. Vi si trova anche un ristorante. Ritornati sull'asfalto abbiamo raggiunto il luogo dove c'è una Madonnina. Abbiamo sostato per il pranzo in un'area attrezzata con tavoli e panche di pietra, ma frequentato anche da vacche. C'era l'acqua."

Sabato 6 agosto 2011 siamo prima passati a Burgos e poi ci siamo diretti a Badde Salighes per la sosta pranzo. Abbiamo trovato un luogo adatto proprio sotto la statua della Madonnina dove abbiamo notato resti di vecchi muri, una casetta per riunioni conviviali, un barbecue, altre costruzioni senza copertura.

Madonnina

madonnina

La Madonnina

Il cartello indica Fontane, Su Passiale e Parco Pabude

Cartello

Finita la sosta pranzo abbiamo lasciato la zona alla ricerca di un bar e siamo arrivati alla Xiloteca di Badde Salighes. Lì siamo stati informati che il bar si trovava là vicino, che la Xiloteca era aperta e si poteva visitare, e che avremmo potuto vedere anche la Villa Piercy.

Siamo entrati nella Xiloteca ed abbiamo potuto osservare i legni di varie essenze del nostro habitat corredate da disegni. Il nostro è stato uno sguardo veloce, ma credo che un esperto riuscirebbe a leggere numerose e interessanti informazioni nelle forme, nei colori e nelle venature dei legni.

erica in xilotecasughera

Possiamo ammirare i legni di ginepro, ginestra, lentisco, mirto, quercia, rosmarino, agrifoglio, pioppo tremulo, pioppo bianco e altri. Sul cartellino sono riportati i nomi scientifici, comuni, sardi e inglesi.

Un'addetta della Xiloteca, socia dell'Associazione naturalistico culturale P.Ass.I.Flora che si occupa del sito ci ha poi accompagnati a visitare la Villa Piercy. L'edificio è stato restaurato cercando di riprodurre i materiali originali come ad esempio i pavimenti di cotto. I soffitti sono piuttosto bassi e alcuni sono affrescati. In ogni stanza si trova un camino e alle pareti sono collocate fotografie della famiglia Piercy con esaurienti didascalie. La villa non è arredata.

Soffitto del soggiorno

La nostra guida ci ha spiegato che, essendo lei del luogo, ricorda il periodo nel quale l'ultima abitante, Donna Vera Piercy, ancora dimorava in quelle stanze. In seguito la villa è stata abbandonata e rischiava di degradarsi.

Gradini di ardesia

finestrella della torrefinestrella della torre

Le torri sono dotate di finestrelle. Come si vede i piccioni ne usano alcune per le loro uova.

Scendiamo nel sottopiano dove si trovavano le cucine. Un montacarichi faceva arrivare i pasti nel soggiorno.

La servitù e gli uomini che lavoravano nell'azienda vivevano in apposite costruzioni. C'erano anche le stalle e altri locali pertinenti all'azienda.

villa

La guida pensa che sarebbe molto bello ripristinare la fontana e il giardino con rose e piante aromatiche come la lavanda.

albero

La guida ci ha anche detto che la vicenda di Chilivani, l'amante indiana dell'ingegner Piercy, non ha alcun fondamento e pare che il toponimo Chilivani abbia preceduto la venuta dell'ingegnere gallese. Infatti in documenti della Mensa Vescovile di Alghero si trova "Su Saltu de Quilivane".(1)

hotel

Se vi interessa la storia di Benjamin Piercy e dei suoi discendenti potete trovarla, corredata da foto, nel sito dell'Associazione Cavalieri Macomer.

Soddistatti della visita per noi inaspettata lasciamo il bosco. Avendo il tempo sarebbe molto interessante fare una passeggiata tra lecci, roverelle, aceri, agrifogli, tassi, che sono piante originarie della Sardegna uniti ad ippocastani, cedri, abeti, cipressi, messi a dimora alla fine dell'800 da Benjamin Piercy.

Tra gli alberi più pregiati spiccano esemplari millenari di tasso.

 tassotasso

 

(1) Fonte della notizia: Gianfranco Saturno, Saluti da Ozieri, seconda parte, Stampacolor Industria Grafica, 2007. 218-219).

 

Indirizzo dell'associazione che cura il sito: http://www.assopassiflora.com

 
 
 

Il castello di Burgos

Post n°40 pubblicato il 10 Agosto 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Sabato 6 agosto 2011.

Castello

Andiamo a visitare il castello di Burgos. La giornata è un po' ventilata, ma calda. Arriviamo nel paese di Burgos intorno alle 11,30. Per noi  "gente di pianura" le stradine strette, tortuose e in pendenza che si snodano tra le case sono piuttosto problematiche. Dopo alcuni tentativi arriviamo al posteggio ai piedi del castello.

Castello

Poi iniziamo l'arrampicata. Il sentiero è ben sistemato e lastricato, misto di gradini e rampe, e provvisto di utili ringhiere di ferro. Arriviamo in cima ed entriamo nell'area interna della costruzione. Ora la torre è visitabile grazie ad una scala a pioli di ferro molto sicura. La giornata non è limpidissima, ma si vede un bel panorama intorno.

ringhiere 

panorama

Arrivati alla rocca camminiamo per il cortile interno, vediamo la cisterna e osserviamo le vedute incorniciate dalle finestre.

finestra

 Mentre salgo per il sentiero erto e confuso tra le rocce mi viene spontaneo pensare ad Adelasia di Torres che pare si sia ritirata tra le mura poco ospitali di questo castello dopo una difficile esistenza per morirvi nel 1256 a circa 51 anni.

Sposa di Ubaldo Visconti nel 1219, divenne vedova nel 1238. Sempre nel 1238 sposò il giovane Enzio, figlio illegittimo di Federico II. Pare che Enzio fosse di vent'anni più giovane di Adelasia. La sua permanenza in Sardegna fu breve poiché in lui era forte il richiamo delle corti d'oltremare e delle battaglie. Sembra che dall'unione, sciolta dal papa nel 1244,  sia nata una bambina di nome Elena.

Infine Adelasia si sarebbe unita in matrimonio a Michele Zanche ben conosciuto da Dante Alighieri che lo colloca tra i barattieri. Pare che dall'unione sia nata una figlia.

In tutto questo percorso storico occorre sottolineare la scarsità di documenti relativi a questo periodo. Ricordiamo che anche gli spagnoli contribuirono a distruggere le testimonianze della nostra storia precedente la loro conquista.

Perché Adelasia si ritirò in questo castello così inospitale? Ebbe dei figli o no? Con lei finisce il Giudicato di Torres. Tutte le domande che nascono in chi vorrebbe capire meglio gli eventi rimangono senza risposta e invano cercheremo la verità di interi periodi della nostra Isola che rimarranno oscuri e tenebrosi forse per sempre.

cisterna e torre

Chi vuole recarsi al castello deve contattare la cooperativa che lo gestisce, altrimenti trova il cancello chiuso.

accesso alla torre

"Adelasia di Torres" di Enrico Costa, Editrice Quattromori, 1974

 
 
 

Monte Minerva

Post n°39 pubblicato il 02 Agosto 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Domenica 31 luglio, pomeriggio.

Passeggiata a Monte Minerva, favorita dal fatto che queste giornate hanno una temperatura ideale.

Arrivati a Villanova Monteleone si prosegue verso Monteleone Roccadoria per raggiungere il Monte. La prima salita è un po' ripida ma è resa piacevole dal viale alberato con conifere, pini, cipressi molto alti. La strada si può percorrere agevolmente con l'auto quindi a maggior ragione è facile per chi vuole camminare.

La strada lunga 4700 metri ha lunghi tratti pianeggianti e qualche dolce discesa. Ai lati si possono osservare lecci, qualche roverella, mirti, molti lentischi e pini.

Da notare grandi rocce scavate da pioggia e vento. Il panorama si spezza a volte contro altre alture oppure ci porta  molto lontano. Ai piedi vediamo una vallata che ospita allevamenti di ovini e bovini, punteggiati da alberi isolati e macchie scure tra il giallo dell'erba falciata.

La vallata dovrebbe essere Sa Cozzula, un'antica caldera vulcanica trasformata in valle dal passaggio del rio Trainu de Badde Muttiga.

Sa Cozzula

 

Infatti Monte Minerva è un vulcano spento alto poco più di 600 metri. Come molte alture della Sardegna ha un profilo trapezoidale. Sulla sua sommità  si trova una vasta zona piana. 

Tra le rocce un leccio è riuscito a crescere e sopravvivere.

Leccio

 

Il mirto ha già le bacche

Bacche del mirto

 

Proseguiamo nella strada per 45 minuti, poi torniamo indietro. Al ritorno osservo l'indicazione di un sentiero da trekking.

cartello trekking

 

Il cartello dice: Percorso Punta de Pilu - lunghezza mt 700 - P.m. 30% - Difficoltà M. Alta

 Strada del ritorno

Qui si nota come la strada sia agevole.

 Ci avvicinamo al punto dal quale siamo partiti e si notano le alte conifere

conifera

Una conifera. Ossevando meglio vediamo le piccole pigne.

tasso

tasso

Ritorniamo all'antica fattoria di Palazzo Minerva, oggi trasformato in struttura turistica. Lasciamo il monte che continuiamo a vedere dall'auto. Sulla strada del ritorno ritroviamo i due campi di granturco.

Monte Minerva

Di fronte a noi c'è la rocca di Monteleone Roccadoria che pare sorgere dalle acque del lago artificiale del Temo.

Monteleone Roccadoria

Monteleone Roccadoria e il lago artificiale

Infine, superata Villanova Monteleone, ci appare Capo Caccia.

Capo Caccia

Naturalmente il toponimo "Minerva" merita alcune considerazioni.

Anche Alberto della Marmora ne aveva osservato la stranezza e lo aveva elencato tra i nomi particolari riconducibili a denominazioni antiche insieme a Luna-Matrona, Martis, ed Erculentu.

Giovanni Francesco Fara (1586) dice che Minerva è centro posto "alle pendici di un altissimo monte dello stesso nome, le cui rovine vedonsi ancor oggi". Lo colloca nella regione Monteleone appartenente alla diocesi di Bosa.

Il canonico Angius dice che il territorio di Villanuova Monteleone è bagnato "dal Temo ed anche dal rio Minerva..." Inoltre dice che "I giusdicenti di Minotadas e di Minerva risiedono in Villanuova".

Parlando della provincia di Alghero Angius precisa che i tribunali sono costituiti ne' capoluoghi dei mandamenti. Quindi elenca i mandamenti e tra questi figura Minerva. Aggiunge che "..mancando Minerva di propri vassalli, cui si amministri la giustizia, per essere deserti i loro territori ... la loro giurisdizione non si esercita che in alcune occorrenze, dicendosi solo la ragione, quando trattisi di cose appartenenti a queste montagne o terreni denominati feudali, ovvero di delitti ivi commessi, o controversie tra i contadini che vi seminano, tra i pastori che abbiano preso in appalto i pascoli."

In seguito l'Angius elenca Minerva tra i dodici feudi compresi nella provincia di Alghero.

Da queste poche notizie si può dedurre che Minerva fosse un piccolo centro abitato, presumibilmente di età romana,  posto ai piedi del rilievo.

Già nel cinquecento era disabitato e in rovina e divenne un feudo senza abitanti.

Questo nome si ritrova anche ad Alghero perché c'è la Via Minerva o Vicolo della Minerva che prendeva il nome dai conti della Minerva, presumibilmente i feudatari della zona di Minerva.  

Salvatore Colomo: Guida alla natura della Sardegna, Editrice Archivio Fotografico Sardo-Nuoro, 1992

Giovanni Francesco Fara: Geografia della Sardegna , Editrice Quattromori, 1975

Vittorio Angius: Città e villaggi della Sardegna del'Ottocento, Editrice Ilisso, 2006

Alberto della Marmora: Viaggio in Sardegna, Editrice Archivio Forografico Sardo-Nuoro, 1995

 

Ecco ora gli appunti di una mia precedente escursione con i tempi di percorrenza e la descrizione della cima.

Monte Minerva - (Domenica 07.10.2001)

Partiti da Alghero alle ore 9. Arrivati ai piedi del monte alle ore 10, abbiamo iniziato a salire limitando al minimo il peso delle borse. C'era il sole e il forte caldo era mitigato dal vento. Siamo arrivati sulla cima alle ore 11,40 e poco dopo abbiamo mangiato. Quindi abbiamo visitato il pianoro. All'estremità c'era una stazione di pompaggio della sottostante diga del Temo. Tra la vegetazione abbiamo scorto due pernici che al nostro arrivo sono volate via. Un grande falco volteggiava sulle nostre teste.

Nei pressi c'era una piccola costruzione di legno con una veranda coperta, utile in caso di pioggia. C'era inoltre un tavolo di pietra con sedili e un grande serbatoio di plastica con il rubinetto contenente acqua. Il tavolo si trovava sotto un grande albero (leccio?) il cui tronco,  dritto alla base, si era piegato per la forza del vento e  faceva un angolo quasi retto. Le sue lunghe e folte chiome mandavano una grande ombra sul tavolo. Era l'unico albero maestoso dell'altopiano. Le altre piante, in prevalenza lecci e alcuni peri selvatici, erano più piccoli e stentati, tutti curvi nella direzione del vento. Vi era numerosa macchia mediterranea: mirto, cisto, grandi lentischi. Vi erano alcune piante di pino di una decina di anni.

Dai bordi dell'altopiano trachitico si vedevano alcuni paesi: Monteleone Roccadoria, Romana, Villanova, e in lontananza Ittiri. C'era anche una bella vista dell'invaso artificiale del Temo. La giornata era nuvolosa e non molto limpida.

Abbiamo preso un sentiero sulla sinistra e siamo arrivati ad un muretto che sbarrava una vecchia strada lastricata con pietre. Tornati indietro abbiamo percorso il sentiero centrale e siamo tornati al luogo dove avevamo mangiato. Alle 14,35 abbiamo iniziato la discesa. Le nuvole minacciavano pioggia e non abbiamo sostato. Ho raccolto alcune pietre stratificate di colore rosa salmone e rossiccio-marrone. Forse è marna. Le rocce del monte sono prevalentemente basalti neri e trachiti rosse. C'erano grandi massi precipitati dalla sommità. Potenti strati di roccia chiara delimitavano il sentiero. Sul pendio si notavano splendidi esemplari secolari di roverelle, lecci e sughere con chiome folte e articolate. Arrivati quasi alla base il viale è affiancato da maestose conifere messe a dimora da molto tempo. C'erano conifere con curiose pigne che sembrano quasi involucri del baco da seta, di colore chiaro grigio-verde, abeti con piccole pigne di colore marroncino chiaro in formazione, cipressi, pini con pigne da pinolo e altri con pigne dai pinoli più piccoli. Sulla destra, dentro al prato, c'è un esemplare di olivastro con una chioma enorme. Vicino al suo tronco c'è un masso.

 

 
 
 

E' l'inizio della fine?

Post n°38 pubblicato il 25 Luglio 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

I chili di troppo hanno delle attinenze con i risparmi. Ho notato che, se aumento di due-tre chili non so come, poi è quasi impossibile smaltilrli.

E d'altro canto se sono costretta a intaccare i risparmi poi non so proprio come reintegrarli. La cosa inizia a preoccuparmi. E' l'inizio della fine?

 
 
 

Bocche di Bonifacio oggi

Post n°37 pubblicato il 24 Luglio 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Prenotato il traghetto una settimana fa, alzata alle 6,30, arrivata a Santa Teresa alle 10,30, e rimasta a terra.

Già mentre andavamo ci siamo accorti della violenza del vento e vedevamo un mare piuttosto agitato. La cosa poteva insospettirci, ma siamo andati già diverse volte in Corsica e non ci era mai capitato alcun inconveniente.

Tutto sommato ci è andata bene. Meglio non partire che rimanere in balia delle onde per due ore o rischiare di non poter tornare indietro. Peccato. Era una gita di un giorno, per tornare a vedere Bonifacio, ma la situazione era chiara. Lo stato del mare non permetteva la navigazione.

Alternativa. L'eremo di San Trano e San Nicola a Luogosanto dove mangiare i panini portati per i casi di emergenza, e la visita di Castelsardo, sempre bellissima anche se oggi il vento era tanto forte che sugli spalti si rischiava di sbandare.

L'andata a Bonifacio è quindi rimandata a tempi migliori.

La foto è stata scattata dalla Rocca di Castelsardo da dove si vedeva bene la mareggiata.

 
 
 

Attenti alle onde killer

Post n°36 pubblicato il 07 Luglio 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Ieri mattina ho fatto il bagno in una spiaggia che conosco molto bene. C'erano delle onde e, come faccio di solito in queste occasioni, non mi sono allontanata dal bagnasciuga per più di una ventina di metri. Sono rimasta pochi  minuti e poi ho iniziato a tornare indietro. Mio marito era  in acqua a pochi passi dal bagnasciuga ed era il mio punto di riferimento. Nuotavo già da un po', ma  mi sono accorta che non facevo progressi. Nuotavo a rana e non riuscivo ad avanzare anzi, secondo me,  mi allontanavo dalla riva.

Mio marito si è allarmato e mi ha invitato a tornare indietro. Io continuavo a nuotare  ma una corrente contraria mi impediva di  avanzare. Ho provato allora a tenere una direzione obliqua rispetto alla riva e così sono arrivata in un punto in cui toccavo. Provavo ad andare avanti con i piedi ma poi arrivava l'onda, perdevo il contatto, e tornavo indietro. Ho nuotato sul dorso e mi sono avvicinata ma una volta arrivata dove toccavo succedeva la stessa cosa. Ho nuotato a stile libero, mi avvicinavo  ma quando tentavo di avanzare a piedi non ci riuscivo. Sinceramente avevo perso le speranze di cavarmi d'impaccio da sola ma capivo che nessuno avrebbe potuto aiutarmi perché si sarebbe trovato nella stessa situazione.

Sono una nuotatrice esperta, non ho perso la calma perché comunque sapevo che in qualche modo me la sarei cavata, e anche se ho bevuto un po' non mi sono allarmata.

Ho continuato a nuotare sul dorso e a stile libero e mi sono avvicinata molto. Mio marito mi è venuto incontro e anche lui si è trovato in difficoltà. Gli ho detto di tornare subito indietro perché ho capito che non avrebbe potuto fare niente. Con molta determinazione ho continuato a nuotare fino al bagnasciuga sempre in direzione obliqua fino a raggiungerlo. In quel momento ho capito come si fa ad annegare a pochi metri dalla riva.

Se una persona è poco esperta e inizia a bere acqua viene presa dal panico, si agita sempre più, perde il controllo, e viene sommersa dalle onde.

In realtà io avrei potuto nuotare in parallelo con la costa per raggiungere un punto tranquillo, ma non ci ho pensato. Il fatto è che non sapevo di essere in una zona pericolosa e non pensavo che fosse sufficiente allontanarsi per risolvere la situazione.

Bastava fare il bagno a distanza di qualche decina di metri, dove non c'erano scogli che evidentemente creano correnti di ogni tipo, per godersi una bella mareggiata anziché trovarsi nelle ambasce.

Ho voluto descrivere la mia esperienza per il fatto che mi sono resa conto che non si dirà mai abbastanza che il mare va rispettato perché può diventare molto pericoloso se non si tiene conto della terribile forza dell'acqua.

Mi sovviene che quando ero bambina e ragazza prima di tuffarmi facevo il segno della croce. Forse allora c'era più consapevolezza dei rischi di un bagno in mare.

 

 
 
 

Fare la festa a qualcuno

Post n°35 pubblicato il 27 Giugno 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

A margine delle riflessioni sulle feste mi sono balzati agli occhi due modi di dire:"fare la festa a qualcuno" e "conciare per le feste". Il primo ha un significato inequivocabile che arriva anche ad indicare l'ammazzare, oltrechè pestare o dare una lezione memorabile. Ma che cosa può unire la parola "festa" con l'omicidio o il pestaggio? Io azzardo l'ipotesi che il detto derivi dall'uso dei sacrifici umani e per il momento non trovo altra giustificazione all'accostamento dei due vocaboli. Anche gli animali venivano sacrificati, talvolta in gran quantità, per festeggiare. Ci si riferisce dunque all'uccisione di buoi, vitelli, pecore, ecc.? 

Il "conciare per le feste" è più ambiguo in quanto il significato da noi attribuito è molto simile al "fare la festa a qualcuno" ma il termine "conciare" evoca una preparazione, fa pensare a un'attività che precede "la festa".

In realtà le vittime sacrificali venivano spesso preparate per il sacrificio anche mesi prima dell'evento, o addirittura anni prima.

È probabile che la parola "conciare" si riferisca alla concia delle pelli che, come si sa, subiscono trattamenti drastici per poter  essere utilizzate. E allora il "conciare" si riferirebbe al trattamento da far subire alla persona presa di mira.

Non so se la mia intuizione sia nella giusta direzione ma la trovo stimolante per ulteriori ricerche di tipo antropologico.

"Conciare per le feste" potrebbe voler dire che una persona viene pestata tanto che non potrà partecipare alle feste. O che altro potrebbe significare?

Si noti anche il plurale, che fa pensare a molte feste successive o a un periodo di feste concentrato (tipo il Natale).

Più ci penso, più il significato diventa confuso e oscuro.

Se qualcuno conosce degli studi sull'argomento potrebbe indicarmeli?

Nella foto: Tavola sacrificale (?) di Monte d'Accoddi

 
 
 

Solstizio nel paleolitico

Post n°34 pubblicato il 24 Giugno 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

 

Alle ore 19,16 di martedì 21 giugno in Italia si è verificato l'evento astronomico del solstizio d'estate. Il sole nel suo moto apparente ha descritto nel cielo un'orbita che ha raggiunto il valore massimo di declinazione positiva. Ciò significa che nel nostro emisfero abbiamo avuto il giorno più lungo dell'anno.

Per tre giorni il punto di alba e tramonto è rimasto invariato. Da oggi il sole riprenderà a spostarsi ma il suo cammino che fino al 21 procedeva verso nord, andrà ora verso sud.

Naturalmente a noi questo evento non dice molto, anzi lo ignoriamo tranquillamente. Qualcuno si sarà accorto che in questi giorni i raggi del sole hanno raggiunto zone della casa che di solito rimangono in ombra ma certo il fatto non lo ha sconvolto.

Se però ritorniamo indietro nel tempo, a 10.000 e più anni fa, e riflettiamo sull'evento, possiamo immaginare che questo strano comportamento del sole non lasciava affatto tranquilli. L'inquietudine per l'astro che percorreva la stesssa orbita per tre giorni e poi camminava a ritroso perdendo forza portava gli uomini a temere che la loro fonte di vita forse non sarebbe più tornata a splendere nel cielo e che comunque occorreva fare qualcosa per aiutare l'astro a ritrovare le energie necessarie a riprendere la giusta strada.

Allora pensarono che probabilmente dei falò  avrebbero dato la spinta vitale a quel grande fuoco del cielo. E poi immaginarono che non sarebbe bastato, perché il sole voleva di più. Forse esigeva sacrifici di animali e anche di uomini per manifestare benevolenza agli abitanti della Terra.

Sin dal Paleolitico l'uomo ebbe consapevolezza del tempo ciclico e si ingegnò per creare una sorta di calendario. Ma nel Neolitico la necessità di sapere esattamente la scansione del tempo fu ancora più forte. Era fondamentale sapere quando seminare e quando raccogliere. La vita della comunità dipendeva dalle osservazioni del cielo che persone speciali compivano tutti i giorni. E queste persone che facevano previsioni sugli eventi astronomici acquisirono grande dignità e prestigio. Erano i sacerdoti che ordinavano i riti e i sacrifici indispensabili al benessere della comunità.

 

Oggi per vari motivi si è ripreso a festeggiare il solstizio, diventato con il cristianesimo il giorno di San Giovanni Battista, proponendo gli usi abbandonati negli anni cinquanta. Naturalmente l'atmosfera è gioiosa e le infinite tradizioni e superstizioni che si sono stratificate nelle migliaia di anni vengono ripetute come un gioco in tutto il mondo.

Ma io sento che in questa festa, come in quasi tutte le feste, vi è una componente tragica, dolorosa, terribile. E quel fuoco saltato in coppia da comari e compari "di fogarone" evoca ai miei occhi l'immagine del sacrificio di giovani vittime che con la loro vita dovevano garantire prosperità al gruppo.

La riflessione sulle difficoltà dell'esistenza agli albori dell'umanità mi dà l'occasione  per misurare le mie ansie, i miei problemi, le mie aspettative, e mi conduce a valutare più obiettivamente i risultati dei miei sforzi per condurre un'esistenza che sia accettabile per me e per gli altri.

Queste sono in realtà parole vaghe e banali, coma vaga e banale è la vita che conduciamo alla ricerca di verità che non esistono e di valori che siamo costretti a costruirci per sentirci importanti.

Ora capisco che l'unico modo dignitoso di vivere è legato alla terra, al rispetto che le dobbiamo perché se è vero che non esige più sacrifici da noi, merita la più strenua difesa e protezione per continuare a dare i suoi preziosi frutti dai quali anche oggi dipendiamo totalmente.  

 
 
 

Il tg dei sogni

Post n°33 pubblicato il 27 Maggio 2011 da giovannatilocca
 
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In piazza parlamentari, amministratori regionali, provinciali, comunali, alti funzionari, giornalisti  della televisione e molti altri per protestare contro il decreto preso dal comitato di salute pubblica che porta i loro compensi a 2,50 euro netti all'ora. Inoltre è previsto che non ci sia più alcun privilegio e che la pensione sia contributiva e arrivi dopo quarant'anni di servizio.  Il provvedimento è solo provvisorio. Infatti tutti i politici e gli amministratori a partire dal 2015 non avranno più alcuna retribuzione né pensione e potranno solo chiedere un rimborso spese per quanto effettivamente pagato per recarsi a svolgere il loro lavoro. Amministrare il paese sarà un onore per i cittadini che vorranno dedicarsi al bene pubblico. Per le altre categorie la situazione migliorerà in quanto le retribuzioni saranno allineate a quelle dei lavoratori dipendenti ma in ogni caso non potranno superare 2.000 euro netti al mese. Chi non è d'accordo può lasciare il suo posto al primo della lunga fila d'attesa.

Nel generale riequilibrio dell'economia della nazione si sta cercando di ottenere il risultato di ottimizzare tutte le risorse umane e territoriali del paese per raggiungere l'obiettivo di dare a ciascuno la possibilità di provvedere a se stesso e di riuscire ad affrontare tutte le spese comuni indispensabili al funzionamento dello stato.

NON SVEGLIATEMI!

Una domanda: perché si lascia un pover'uomo andare per l'Europa senza nemmeno una badante? Gli hanno trovato tante escort, non si sono ancora accorti che adesso ha assoluto bisogno di una badante?

 
 
 

I sicari dell'Italia

Post n°32 pubblicato il 17 Maggio 2011 da giovannatilocca
 
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I sicari dell'Italia stanno facendo un buon lavoro. Si sa, come tutti i "killer" sono molto ben pagati. Tuttavia i soldi che prendono se li meritano tutti poiché stanno svolgendo il loro compito con grande impegno come possono testimoniare tutti gli italiani che vengono respinti a forza dal godimento del proprio diritto ad usufruire delle risorse della "patria".

I giovani che forse non riusciranno mai ad inserirsi, gli operai in cassa integrazione, i diplomati, laureati, masterizzati che vedono le loro competenze andare in discarica (dovranno trovare uno spazio molto grande per smaltirle), i lavoratori autonomi salassati ogni giorno, possono garantire che l'opera dei nostri sicari è efficace.

Vogliamo continuare a pagarli profumatamente perché ci sopprimano? Sono curiosa di vedere fino a quando tutto un popolo continuerà a prendere calci in faccia senza quasi fiatare.

 
 
 

Sa die 'e sa Sardigna è una festa, non è una vacanza

Post n°31 pubblicato il 28 Aprile 2011 da giovannatilocca
 
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Giorno di festa per la Sardegna. Si ricorda quello che fu forse l'unico momento storico nel quale l'Isola dominata dai Savoia avrebbe potuto ritrovare la sua autonomia.
I fatti: nel 1793 dopo aver resistito alle truppe francesi che ci portavano le idee della rivoluzione del 1789 i Sardi presero consapevolezza della loro forza e decisero che la loro azione meritava una ricompensa. Infatti il re largì promozioni e commende al viceré e a molti ufficiali piemontesi mentre i Sardi premiati furono pochissimi e alcuni tra i più strenui difensori dell'Isola non ebbero alcun riconoscimento. Il messaggio era decisamente chiaro.
Allora i Sardi mandarono una delegazione a Torino con Cinque Domande, in pratica cinque richieste che, se accolte, avrebbero finalmente incluso i Sardi nella gestione del loro territorio. Tra l'altro si chiedeva l'attribuzione a Sardi di tutti gli impieghi civili e militari (esclusa quella di viceré), e le cattedre vescovili e arcivescovili. Inoltre si chiedeva la creazione di un Ministero degli Affari di Sardegna a Torino.
La deputazione sarda partì per Torino nel settembre 1793 ma fu ricevuta dal re solo tre mesi dopo. Vittorio Amedeo III non parlò delle richieste e le affidò ad una commissione di alti magistrati. La delegazione rimase lunghi mesi a Torino ma non fu mai convocata da questi "alti magistrati" Quando poi ci fu la risposta alle Cinque Domande questa fu trasmessa direttamente al viceré a Cagliari nell'aprile 1794. Già questo atto ci fa capire quale fosse la risposta: negativa per tutte le richieste.

I funzionari piemontesi divennero ancora più sprezzanti verso i Sardi che al colmo della sopportazione dei loro dileggi e delle battute offensive decisero di ribellarsi. La sollevazione era prevista per il 4 maggio, in occasione della processione che riportava Sant'Efisio a Cagliari ma il viceré entrò in sospetto e fece arrestare due avvocati, Cabras e Pintor ritenuti i capi della rivolta. I familiari degli arrestati corsero allora per le via di Stampace e chiamarono a raccolta la popolazione perché si liberassero i prigionieri. Ne seguì un tumulto durante il quale furono incendiate le porte del Castello e fu ucciso il comandante di un reparto. Allora i soldati si ritirarono e il vicerè si rifugiò nel palazzo vescovile.
Si scatenò così la caccia al piemontese. Il 30 aprile,  514 piemontesi venivano accompagnati al porto per essere imbarcati con l'unica eccezione dell'arcivescovo Melano che fu lasciato al suo posto. In breve anche da altri centri della Sardegna i piemontesi furono rimandati in Piemonte.
In assenza del viceré il potere passò alla Reale Udienza.

Da "La Sardegna sabauda nel Settecento" di Carlino Sole - Ed. Chiarella - Sassari - 1984

Per la Sardegna era arrivato il momento di riprendere in mano i propri destini ma purtroppo non riuscì a cogliere i frutti di tanto lavoro.

Tuttavia questa giornata rimane come un momento di presa di coscienza da parte dei Sardi della propria forza e della capacità di affermare i propri diritti. Avevano finalmente capito che chi vuole ottenere ciò che gli spetta non può sperare che gli venga riconosciuto, ma deve lavorare sodo per conquistarlo.

Purtroppo il seguito della storia ci mostra come l'abitudine alla soggezione sia troppo difficile da eliminare. Il pensiero rimane incatenato a proibizioni, divieti, tabu impossibili da infrangere. Non si riesce a ragionare in termini di comunità e prevalgono piuttosto le invidie e le ambizioni personali. Quando una nazione non si comporta come un essere unico, teso al suo bene, ma ciascuno pensa al proprio tornaconto, accade sempre che nessuno poi ne trae vantaggio.

Questa riflessione può essere valida anche oggi per l'Italia che sta sprofondando nella soggezione verso l'esterno perché non vi è coesione al suo interno. Verremo colonizzati perché la nostra identità vacilla sotto i colpi di una classe dirigente che non abbiamo il coraggio di sostituire. La storia spazza via i popoli come il nostro che non hanno orgoglio di sè e che tirano solo a campare.

  

 
 
 

Quando è nata la festa?

Post n°30 pubblicato il 25 Aprile 2011 da giovannatilocca
 
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Festa di Pasqua, festa di resurrezione. Mi sono chiesta che cosa è una festa, quando e perché sono nate le feste, ma sinceramente non sono riuscita a trovare risposte.

Allora sono andata a cercare una definizione antropologica e pare che una festa sia un momento della vita sociale caratterizzata dall'interruzione del lavoro, che si oppone al sistema costituito attraverso i momenti dell'eccesso, della trasgressione e infrazione delle regole, dello spreco e della distruzione.

Secondo Freud la festa è una trasgressione codificata da regole e perciò stesso è repressiva poiché segue comunque un percorso stabilito.

Oggi poi la festa è sempre più confusa con la vacanza che deve essere funzionale al consumismo e quindi è ancora più controllata.

Sulle origini della festa non ho trovato niente ma io mi sono immaginata che la festa forse è scaturita dall'abbondanza. Se la caccia era stata molto proficua e senza significativi incidenti i nostri antichi paleolitici saranno stati molto contenti, avranno fatto salti di gioia, avranno mangiato oltre il necessario, avranno anche sprecato il cibo.

Con la pancia piena saranno stati propensi alla convivialità, all'allegria, avranno guardato con meno sospetto i loro simili. In tempi di abbondanza il futuro sembra meno oscuro e minaccioso, aumenta la sicurezza e la solidarietà nel gruppo. Diminuisce la competizione, c'è posto per tutti.

Quando la nostra mente riesce a cancellare millenni di cultura per tornare agli inizi del nostro cammino si aprono scenari semplici e naturali. Così ci accorgiamo di appartenere ad un mondo che non è di pochi eletti, ma è il nostro e che non dobbiamo permettere a nessuno di spadroneggiare.

Ricercare le origini della festa ci aiuta a riscoprire le radici del nostro pensiero che nasce da un rapporto con la natura che è una madre che ci offre il benessere ma può anche negarcelo se non è rispettata. Questa è la base per costruire una relazione positiva e feconda con la nostra essenza umana che non sia deviata da confusioni tra ciò che siamo e ciò che possediamo. Al di là dei pesanti condizionamenti che ci ingabbiano possiamo riprenderci il diritto di vivere in una società che, spogliata da tante sovrastrutture, ci si presenta facile da comprendere e vicina a noi. 


Essere dei numeri in un mondo di 7 miliardi di persone o essere persone dipende da noi, dal nostro spirito critico, dalla nostra capacità di ragionare, dalla nostra capacità di fare. Nessuno ci darà mai niente, siamo noi che dobbiamo prendere ciò che ci spetta e niente di più.

 

 
 
 

Al peggio non c'è limite

Post n°29 pubblicato il 23 Aprile 2011 da giovannatilocca
 
Foto di giovannatilocca

Pasqua 2011. Viviamo in un incubo da alcuni anni e mi chiedo se per la prossima Pasqua ci sarà il risveglio.

La situazione migliorerà o peggiorerà? Chi è pronto a scommettere?

Sono dell'opinione che qualsiasi situazione abbia una parabola ascendente e una discendente e che si debbano toccare due punti: la cima e il fondo. Evidentemente non abbiamo ancora toccato il fondo altrimenti ci sarebbe già la risalita. Fin dove ci dovremo sprofondare?

I giovani africani si sono svegliati. Riusciranno a far da traino a noi o dovremo soltanto subire la loro ascesa? Ma i nostri giovani che cosa fanno? E, soprattutto, che cosa fanno i nostri vecchi?

L'immagine è tratta da un murale di Tinnura

 
 
 

Tradizioni di Pasqua ad Alghero e a Ittiri

Foto di giovannatilocca

LA PASQUA DEI NONNI

AD ALGHERO

 Al tempo dei miei nonni l'uovo di cioccolato non c'era, allora le mamme facevano "lu cucarrori" che è una pasta dura con in mezzo un uovo sodo.

Si facevano i dolci in casa, che erano i pirichiti, le formaggelle di ricotta e di formaggio, e le tiriche che sono fatte con la marmellata di uva (la sapa).

Anni fa nella settimana prima della Pasqua, le donne preparavano i ravioli e i dolci per il giorno della festa.

Preparavano le formaggelle con la ricotta o con il formaggio, i papassini, gli amaretti, le caschettas, un dolce farcito con la sapa . Preparavano anche la pasta, rigorosamente a mano, e i bambini aiutavano tagliando le forme con le "rotelline" o mettendo in esse la farcitura a base di ricotta.

Inoltre durante questa settimana venivano eseguite le cosiddette "pulizie pasquali", con le quali veniva pulita completamente la casa da cima a fondo.

Si assisteva poi alle processioni (ma anche oggi) e nel giorno di venerdì santo si praticava il digiuno in onore di Gesù morto.

 Prima per Pasqua si preparavano i dolci in casa, si facevano le formaggelle (casadinas), e le tiriche che venivano preparate con il mosto di vino cotto.

Per i bambini non c'era l'uovo di Pasqua ma si preparava il pane con l'uovo (su cogone 'e s'ou) che era un pane a forma di corona e veniva intagliato con un coltellino e da una parte si metteva l'uovo intero.

Prima della festa di Pasqua si preparavano i dolci, e dalle case usciva un buonissimo profumino di dolci e di pane fatto in casa nel forno a legna.

Al posto dell'uovo di Pasqua preparavano della pasta fresca e al centro della teglia mettevano un uovo fresco intero.

Finita la preparazione della pasta, mettevano la teglia a cuocere nel forno a legna.

Ad Alghero questa specialità si chiamava lu cucarrori

Cucarrori - Cogone de s'ou

Cucarrori - Cogone de s'ou (Disegno di Franco Ceravola)

 AD ITTIRI

 Mio nonno andava a seguire le processioni per le vie del paese.

Mio nonno portava la statua della Madonna e dei bambini vestiti di bianco facevano gli angioletti. Da quando è morto Gesù a quando è risorto non si potevano suonare le campane e allora suonavano sas matracas.

La domenica mattina quando Gesù era risorto suonavano le campane e i ragazzi in segno di gloria tiravano le pietre nelle case abbandonate.

Ai bambini regalavano su cozzolu e s'ou che era una spianata di pane a forma di uomo con un uovo al centro, e si mangiavano: sos pirichitos, sos papassinos, sas tiricas e sas casadinas.

 

FILASTROCCA DE SU  MESSIA

 Tres giaus l'ant postu a su Messia

unu per manu e s'atteru in sos pes.

 Feminas pias piantu l'ant tres:

 Maddalena, Veronica e Maria.

 Tres l'ant mortu, tres l'ant interradu

a sos tres dies est resuscitadu.

 

Ad Ittiri la Pasqua si festeggiava con varie processioni, come si fa anche oggi. I bambini e le bambine giravano per le strade del paese, seguivano la processione con i costumi tipici sardi. La processione più importante era quella del Venerdì Santo quando tutta la gente del paese si riuniva nelle chiese di San Pietro e di San Francesco per pregare.

Per Pasqua le mamme preparavano i dolci come: i papassini, le tiriche, le formaggelle.

Per i maschietti le mamme preparavano i cavallucci di pane con l'uovo, mentre per le bambine preparavano le bambole di pane con l'uovo.

Tra tutti poi si confrontavano quale bambola o cavalluccio era più bello.
La domenica mattina si andava in chiesa con il vestito nuovo della domenica.

A pranzo si mangiava la pasta al sugo di pecora e l'agnello per secondo.

Pizzinna d'ovu

 Pizzina d'ovu (Bambina d'uovo)

 Foto da  "Il Museo Etnografico di Nuoro"  A.A.V.V.  Banco di Sardegna - Anno 1987 -  pag.219

 

LE PAROLE DELLA PASQUA IN ALGHERESE E IN LOGUDORESE

ALGHERESE

Lu cucarrori - Pane fatto a forma di ruota, con uova intere messe sulla pasta.

Lu pirichitu - Dolce fatto di pasta con zucchero.

La casarina - formaggella

La cascheta - Dolce fatto con pasta e rop

La rop - Sostanza dolce e cagliata che si ottiene dal vino cotto

LOGUDORESE

Su pirichittu - Dolce fatto di pasta ricoperta di zucchero

Sa casadina - La formaggella

Sa tirica - Dolce fatto con la pasta ripiena di sapa. È la cascheta algherese.

Sa sàba - Vino cotto. È la rop algherese.

Sa matraca - Strumento usato nella settimana santa per dare i segnali delle funzioni religiose.

Su cozzolu 'e s'ou - Spianata di pane a forma di uomo con un uovo al centro

Su gogone 'e s'ou - Un pane a forma di corona, intagliato con un coltellino. Da una parte si metteva l'uovo intero.

(Da una ricerca di alunni/e di seconda elementare)

 

 

 
 
 

Sardegna italiana

Post n°27 pubblicato il 12 Aprile 2011 da giovannatilocca

La Sardegna tra 9 anni potrà ricordare che nel 1720 fu consegnata al duca Vittorio Amedeo II di Savoia che se la prese "a gran malincuore". Infatti aveva dovuto rinunciare alla Sicilia dove era stato incoronato re qualche anno prima.

Poi cercò in tutti i modi di scambiare la nostra Isola con territori più piccoli ma più fertili, come quelli della Pianura Padana. Non ci riuscì e dovette rassegnarsi a tenere un territorio denudato di tutto, defraudato di ogni risorsa, che doveva ancora mandare ai feudatari spagnoli pesanti tributi ed era tenuto a varie prestazioni feudali.

La Sardegna non fu apprezzata dai Savoia, se si esclude Carlo Alberto che, ricordiamolo, era parente molto alla lontana dei Savoia (tredicesimo grado di parentela).

Purtroppo la nostra storia è colma di discriminazioni in tutti i sensi. E anche l'orizzonte non si mostra luminoso. Dare la colpa esclusivamente ai sardi è come voler accusare una pianta che non viene innaffiata, di seccarsi. Il mio sogno è che la Sardegna sia come quelle piante spontanee che sopravvivono anche alle più persistenti siccità e che trovano in sè la forza di rinascere per dare i fiori e i frutti che sono da sempre nel suo patrimonio.

 

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