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Post n°44 pubblicato il 28 Agosto 2011 da giovannatilocca "D'amore e ombra" è il primo libro che ho letto di Isabel Allende. Stava nella libreria da anni e, non sapendo cos'altro leggere, nei giorni scorsi l'ho preso. Inizialmente mi ha attirato con quell'ambiente particolare della casa di riposo così realistico e partecipato. Poi mi ha un po' confuso presentandomi situazioni differenti che non avevano alcun contatto tra di loro. I personaggi si accavallavano e non c'erano collegamenti. Comunque la buona qualità della scrittura mi convinceva ad andare avanti. Mi ha smontato la descrizione della notte d'amore tra i due protagonisti. Mi ha dato l'impressione di una serie di frasi costruite che non sono riuscite a trasmettermi altro che noia. Per voler dare il massimo delle sensazioni l'autrice fa elenchi di parole che rimangono fredde e inespressive. Dietro le frasi non ho sentito un cuore che batte, ma ho visto un dizionario di sinonimi. L'argomento si snoda poi in una denuncia della dittatura, i fatti sono crudi, ma al di là di un'informazione di cronaca non ho potuto acquisire altro da un libro che è un romanzo, e quindi una storia di persone che dovrebbero risaltare nelle loro caratteristiche, nei loro sentimenti più profondi, nei loro sogni. Di molti personaggi, tra cui Evangelina e Pradelio Ranquileo vittime del sistema, si sente una forte tensione che rimane però solo accennata, Beatriz, la madre di Irene appare sfumata, gli stessi due protagonisti non coinvolgono. Gli unici personaggi dei quali si apprezza meglio la personalità sono Digna nella sua funzione di madre, il professor Leal nel suo esacerbato percorso dal comunismo all'anarchia, e Gustavo Morante nel suo fallimento personale e ideale. Il libro riporta dei fatti realmente accaduti e forse proprio questa circostanza ha limitato la possibilità di dare validità artistica al racconto. |
Post n°43 pubblicato il 22 Agosto 2011 da giovannatilocca Il sole e il vento discutevano tra di loro. Il vento sbeffeggiava il sole e affermava di essere molto più potente di lui. Ad un certo punto videro un viandante che procedeva per una stradina di campagna avvolto nel suo mantello. Il sole allora disse al vento. "Vedi quell'uomo che tiene stretto il suo mantello? Vediamo chi di noi due riuscirà a strapparglielo di dosso" Il vento iniziò a soffiare più che poteva. L'uomo allora strinse ancora di più il mantello, lo tenne addosso con tutte le sue forze e più il vento soffiava, più lo teneva. Dopo un po' il vento si stancò di soffiare. Allora il sole disse: "Ora ci proverò io." Il sole inviò sulla terra i suoi raggi infuocati. Il viandante ben presto sentì un gran caldo. Allentò la presa del mantello, iniziò a scostarselo ed infine, in un bagno di sudore, se lo tolse di dosso. Questa favola di Esopo mi ha fatto capire anni fa che un sorriso e un tratto cortese possono farci ottenere più risultati di un atteggiamento aggressivo. Se si riesce a dominare l'istintiva irritazione provocata dalla maleducazione altrui e si riesce ad ironizzare o meglio a razionalizzare la situazione incresciosa sicuramente ne gioveranno la nostra salute, il nostro umore, e la qualità dei nostri rapporti sociali. Qualche anno dopo ho letto la poesia "Lettera alla madre" di Salvatore Quasimodo e la convinzione che il sorriso sia una potente arma in nostra dotazione si è rafforzata. Dice Quasimodo: "... Ma ora ti ringrazio, Anche mia madre aveva il sorriso sulle labbra quando altri avrebbero urlato e imprecato. Non sempre capivo quell'atteggiamento che mi sembrava inadeguato, ma ora so che era un comportamento vincente perché le urla servono solo a inasprire i conflitti e non certo a risoverli. Le situazioni si governano con la razionalità che garantisce anche serenità e pace in famiglia. Il vento con la sua violenza ci fa chiudere nel nostro mantello, il calore del sole ci libera dal mantello e ci fa aprire agli altri. |
Andiamo a Badde Salighes, memori di altre visite fatte tempo addietro. Ho trovato degli appunti relativi a sabato 25 agosto 2001. Tra l'altro riporto che: "Ci siamo quindi diretti a Badde Salighes attraverso Burgos. Seguendo le indicazioni ci siamo addentrati in una sterrata ed abbiamo raggiunto una borgata di basse casette per le vacanze, animate da villeggianti, e la chiesa di S. Maria di Sauccu. Vi si trova anche un ristorante. Ritornati sull'asfalto abbiamo raggiunto il luogo dove c'è una Madonnina. Abbiamo sostato per il pranzo in un'area attrezzata con tavoli e panche di pietra, ma frequentato anche da vacche. C'era l'acqua." Sabato 6 agosto 2011 siamo prima passati a Burgos e poi ci siamo diretti a Badde Salighes per la sosta pranzo. Abbiamo trovato un luogo adatto proprio sotto la statua della Madonnina dove abbiamo notato resti di vecchi muri, una casetta per riunioni conviviali, un barbecue, altre costruzioni senza copertura. La Madonnina Il cartello indica Fontane, Su Passiale e Parco Pabude Finita la sosta pranzo abbiamo lasciato la zona alla ricerca di un bar e siamo arrivati alla Xiloteca di Badde Salighes. Lì siamo stati informati che il bar si trovava là vicino, che la Xiloteca era aperta e si poteva visitare, e che avremmo potuto vedere anche la Villa Piercy. Siamo entrati nella Xiloteca ed abbiamo potuto osservare i legni di varie essenze del nostro habitat corredate da disegni. Il nostro è stato uno sguardo veloce, ma credo che un esperto riuscirebbe a leggere numerose e interessanti informazioni nelle forme, nei colori e nelle venature dei legni. Possiamo ammirare i legni di ginepro, ginestra, lentisco, mirto, quercia, rosmarino, agrifoglio, pioppo tremulo, pioppo bianco e altri. Sul cartellino sono riportati i nomi scientifici, comuni, sardi e inglesi. Un'addetta della Xiloteca, socia dell'Associazione naturalistico culturale P.Ass.I.Flora che si occupa del sito ci ha poi accompagnati a visitare la Villa Piercy. L'edificio è stato restaurato cercando di riprodurre i materiali originali come ad esempio i pavimenti di cotto. I soffitti sono piuttosto bassi e alcuni sono affrescati. In ogni stanza si trova un camino e alle pareti sono collocate fotografie della famiglia Piercy con esaurienti didascalie. La villa non è arredata. La nostra guida ci ha spiegato che, essendo lei del luogo, ricorda il periodo nel quale l'ultima abitante, Donna Vera Piercy, ancora dimorava in quelle stanze. In seguito la villa è stata abbandonata e rischiava di degradarsi. Le torri sono dotate di finestrelle. Come si vede i piccioni ne usano alcune per le loro uova. Scendiamo nel sottopiano dove si trovavano le cucine. Un montacarichi faceva arrivare i pasti nel soggiorno. La servitù e gli uomini che lavoravano nell'azienda vivevano in apposite costruzioni. C'erano anche le stalle e altri locali pertinenti all'azienda. La guida pensa che sarebbe molto bello ripristinare la fontana e il giardino con rose e piante aromatiche come la lavanda. La guida ci ha anche detto che la vicenda di Chilivani, l'amante indiana dell'ingegner Piercy, non ha alcun fondamento e pare che il toponimo Chilivani abbia preceduto la venuta dell'ingegnere gallese. Infatti in documenti della Mensa Vescovile di Alghero si trova "Su Saltu de Quilivane".(1) Se vi interessa la storia di Benjamin Piercy e dei suoi discendenti potete trovarla, corredata da foto, nel sito dell'Associazione Cavalieri Macomer. Soddistatti della visita per noi inaspettata lasciamo il bosco. Avendo il tempo sarebbe molto interessante fare una passeggiata tra lecci, roverelle, aceri, agrifogli, tassi, che sono piante originarie della Sardegna uniti ad ippocastani, cedri, abeti, cipressi, messi a dimora alla fine dell'800 da Benjamin Piercy. Tra gli alberi più pregiati spiccano esemplari millenari di tasso.
(1) Fonte della notizia: Gianfranco Saturno, Saluti da Ozieri, seconda parte, Stampacolor Industria Grafica, 2007. 218-219).
Indirizzo dell'associazione che cura il sito: http://www.assopassiflora.com |
Post n°30 pubblicato il 25 Aprile 2011 da giovannatilocca Festa di Pasqua, festa di resurrezione. Mi sono chiesta che cosa è una festa, quando e perché sono nate le feste, ma sinceramente non sono riuscita a trovare risposte. Allora sono andata a cercare una definizione antropologica e pare che una festa sia un momento della vita sociale caratterizzata dall'interruzione del lavoro, che si oppone al sistema costituito attraverso i momenti dell'eccesso, della trasgressione e infrazione delle regole, dello spreco e della distruzione. Secondo Freud la festa è una trasgressione codificata da regole e perciò stesso è repressiva poiché segue comunque un percorso stabilito. Oggi poi la festa è sempre più confusa con la vacanza che deve essere funzionale al consumismo e quindi è ancora più controllata. Sulle origini della festa non ho trovato niente ma io mi sono immaginata che la festa forse è scaturita dall'abbondanza. Se la caccia era stata molto proficua e senza significativi incidenti i nostri antichi paleolitici saranno stati molto contenti, avranno fatto salti di gioia, avranno mangiato oltre il necessario, avranno anche sprecato il cibo. Con la pancia piena saranno stati propensi alla convivialità, all'allegria, avranno guardato con meno sospetto i loro simili. In tempi di abbondanza il futuro sembra meno oscuro e minaccioso, aumenta la sicurezza e la solidarietà nel gruppo. Diminuisce la competizione, c'è posto per tutti. Quando la nostra mente riesce a cancellare millenni di cultura per tornare agli inizi del nostro cammino si aprono scenari semplici e naturali. Così ci accorgiamo di appartenere ad un mondo che non è di pochi eletti, ma è il nostro e che non dobbiamo permettere a nessuno di spadroneggiare. Ricercare le origini della festa ci aiuta a riscoprire le radici del nostro pensiero che nasce da un rapporto con la natura che è una madre che ci offre il benessere ma può anche negarcelo se non è rispettata. Questa è la base per costruire una relazione positiva e feconda con la nostra essenza umana che non sia deviata da confusioni tra ciò che siamo e ciò che possediamo. Al di là dei pesanti condizionamenti che ci ingabbiano possiamo riprenderci il diritto di vivere in una società che, spogliata da tante sovrastrutture, ci si presenta facile da comprendere e vicina a noi.
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Post n°28 pubblicato il 20 Aprile 2011 da giovannatilocca LA PASQUA DEI NONNI AD ALGHERO Al tempo dei miei nonni l'uovo di cioccolato non c'era, allora le mamme facevano "lu cucarrori" che è una pasta dura con in mezzo un uovo sodo. Si facevano i dolci in casa, che erano i pirichiti, le formaggelle di ricotta e di formaggio, e le tiriche che sono fatte con la marmellata di uva (la sapa). Anni fa nella settimana prima della Pasqua, le donne preparavano i ravioli e i dolci per il giorno della festa. Preparavano le formaggelle con la ricotta o con il formaggio, i papassini, gli amaretti, le caschettas, un dolce farcito con la sapa . Preparavano anche la pasta, rigorosamente a mano, e i bambini aiutavano tagliando le forme con le "rotelline" o mettendo in esse la farcitura a base di ricotta. Inoltre durante questa settimana venivano eseguite le cosiddette "pulizie pasquali", con le quali veniva pulita completamente la casa da cima a fondo. Si assisteva poi alle processioni (ma anche oggi) e nel giorno di venerdì santo si praticava il digiuno in onore di Gesù morto. Prima per Pasqua si preparavano i dolci in casa, si facevano le formaggelle (casadinas), e le tiriche che venivano preparate con il mosto di vino cotto. Per i bambini non c'era l'uovo di Pasqua ma si preparava il pane con l'uovo (su cogone 'e s'ou) che era un pane a forma di corona e veniva intagliato con un coltellino e da una parte si metteva l'uovo intero. Prima della festa di Pasqua si preparavano i dolci, e dalle case usciva un buonissimo profumino di dolci e di pane fatto in casa nel forno a legna. Al posto dell'uovo di Pasqua preparavano della pasta fresca e al centro della teglia mettevano un uovo fresco intero. Finita la preparazione della pasta, mettevano la teglia a cuocere nel forno a legna. Ad Alghero questa specialità si chiamava lu cucarrori. Cucarrori - Cogone de s'ou (Disegno di Franco Ceravola) AD ITTIRI Mio nonno andava a seguire le processioni per le vie del paese. Mio nonno portava la statua della Madonna e dei bambini vestiti di bianco facevano gli angioletti. Da quando è morto Gesù a quando è risorto non si potevano suonare le campane e allora suonavano sas matracas. La domenica mattina quando Gesù era risorto suonavano le campane e i ragazzi in segno di gloria tiravano le pietre nelle case abbandonate. Ai bambini regalavano su cozzolu e s'ou che era una spianata di pane a forma di uomo con un uovo al centro, e si mangiavano: sos pirichitos, sos papassinos, sas tiricas e sas casadinas.
FILASTROCCA DE SU MESSIA Tres giaus l'ant postu a su Messia unu per manu e s'atteru in sos pes. Feminas pias piantu l'ant tres: Maddalena, Veronica e Maria. Tres l'ant mortu, tres l'ant interradu a sos tres dies est resuscitadu.
Ad Ittiri la Pasqua si festeggiava con varie processioni, come si fa anche oggi. I bambini e le bambine giravano per le strade del paese, seguivano la processione con i costumi tipici sardi. La processione più importante era quella del Venerdì Santo quando tutta la gente del paese si riuniva nelle chiese di San Pietro e di San Francesco per pregare. Per Pasqua le mamme preparavano i dolci come: i papassini, le tiriche, le formaggelle. Per i maschietti le mamme preparavano i cavallucci di pane con l'uovo, mentre per le bambine preparavano le bambole di pane con l'uovo. Tra tutti poi si confrontavano quale bambola o cavalluccio era più bello. A pranzo si mangiava la pasta al sugo di pecora e l'agnello per secondo. Pizzina d'ovu (Bambina d'uovo) Foto da "Il Museo Etnografico di Nuoro" A.A.V.V. Banco di Sardegna - Anno 1987 - pag.219
LE PAROLE DELLA PASQUA IN ALGHERESE E IN LOGUDORESE ALGHERESE Lu cucarrori - Pane fatto a forma di ruota, con uova intere messe sulla pasta. Lu pirichitu - Dolce fatto di pasta con zucchero. La casarina - formaggella La cascheta - Dolce fatto con pasta e rop La rop - Sostanza dolce e cagliata che si ottiene dal vino cotto LOGUDORESE Su pirichittu - Dolce fatto di pasta ricoperta di zucchero Sa casadina - La formaggella Sa tirica - Dolce fatto con la pasta ripiena di sapa. È la cascheta algherese. Sa sàba - Vino cotto. È la rop algherese. Sa matraca - Strumento usato nella settimana santa per dare i segnali delle funzioni religiose. Su cozzolu 'e s'ou - Spianata di pane a forma di uomo con un uovo al centro Su gogone 'e s'ou - Un pane a forma di corona, intagliato con un coltellino. Da una parte si metteva l'uovo intero. (Da una ricerca di alunni/e di seconda elementare)
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Post n°27 pubblicato il 12 Aprile 2011 da giovannatilocca La Sardegna tra 9 anni potrà ricordare che nel 1720 fu consegnata al duca Vittorio Amedeo II di Savoia che se la prese "a gran malincuore". Infatti aveva dovuto rinunciare alla Sicilia dove era stato incoronato re qualche anno prima. Poi cercò in tutti i modi di scambiare la nostra Isola con territori più piccoli ma più fertili, come quelli della Pianura Padana. Non ci riuscì e dovette rassegnarsi a tenere un territorio denudato di tutto, defraudato di ogni risorsa, che doveva ancora mandare ai feudatari spagnoli pesanti tributi ed era tenuto a varie prestazioni feudali. La Sardegna non fu apprezzata dai Savoia, se si esclude Carlo Alberto che, ricordiamolo, era parente molto alla lontana dei Savoia (tredicesimo grado di parentela). Purtroppo la nostra storia è colma di discriminazioni in tutti i sensi. E anche l'orizzonte non si mostra luminoso. Dare la colpa esclusivamente ai sardi è come voler accusare una pianta che non viene innaffiata, di seccarsi. Il mio sogno è che la Sardegna sia come quelle piante spontanee che sopravvivono anche alle più persistenti siccità e che trovano in sè la forza di rinascere per dare i fiori e i frutti che sono da sempre nel suo patrimonio. |
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