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venerdì 1 settembre 2017

Pioggia Improvvisa


PIOGGIA IMPROVVISA
PENSIERI IN LIBERTA'


Nella fretta di spogliarsi la sciarpa scivolò sul pavimento. Si chinò per raccoglierla e i capelli fluirono sul viso impigliandosi tra le labbra. Si sollevò infastidita, scostò quei ciuffi ribelli e li riportò con un gesto deciso dietro le orecchie.
I suoi occhi cercarono con insistenza un posto tranquillo dove sostare nell'attesa che quella pioggia improvvisa finisse di tempestare con grosse gocce la città divenuta in un attimo cupa e oscura.
Sui vetri l'acqua colava come impazzita senza una direzione e senza pause. Brividi di freddo aggredivano la sua schiena e le parve di tremare.  Sua madre era morta da poco più di due anni e da allora, nelle giornate di pioggia, la tormentava un senso di oppressione e di soffocamento.
Entrarono altre persone, cinque o sei ragazzi; sgocciolanti e chiassosi si avviarono verso un tavolo accanto al bancone colmando quello spazio con suoni provocati da passi, spostamenti di sedie, risate, imprecazioni, starnuti, mezze frasi e saluti.

La pioggia continuava a scrosciare e non dava alcuna speranza; Bianca si accorse che stava per precipitare in una situazione senza scampo. Come avrebbe fatto a passare quel tempo senza far nulla, senza un qualcosa da leggere, senza il minimo appiglio per occupare il suo cervello, senza la più piccola distrazione dalla vita ...
Fu presa dal terrore: si sarebbe messa a pensare! No, tutto, ma pensare no!  Già le si presentavano ricordi di frasi glaciali, di delusioni, di sconfitte.
Signorina, lei è troppo qualificata, le faremo sapere.
E quel giorno, quando ormai aveva creduto di aver conquistato l'amore e lo aveva visto insieme ad un'altra, molto più caloroso che con lei!
Anche sua madre, in fondo, le preferiva sua sorella.
Il suo essere spigolosa e integra le aveva allontanato opportunità, affetti, gratificazioni.
Lei era così, non sapeva perché, ma non poteva cambiare.
Non sopportò più quella tortura. Si alzò di scatto. Aveva visto sulle pareti dei quadri. Ecco, si sarebbe avvicinata per osservarli, si sarebbe distratta da se stessa, si sarebbe data una tregua.

Si mosse lentamente ma in maniera decisa scansando tavoli e sedie. Sulle pareti si apriva un mondo di colori che la riportava all'estate appena trascorsa.
Ombrelloni sgargianti e policromi raggruppano famigliole felici a un passo dal bagnasciuga. Un  mare, ambiguo e invitante, culla un cielo azzurro e profondo, meta di piccoli sogni che si perdono in lunghe ore di lavoro e di fatica.
Ma i piedi affondano nella bianca rena tra quei granelli microscopici frutto di accumuli millenari di conchiglie sbriciolate e gli occhi infastiditi dalla abbagliante luce solare si volgono alla pineta per riposarsi nel verde di migliaia di aghi così perfetti, così sottili, così eleganti in quei loro ventagli che ondeggiano alla brezza.
La tecnica di quei quadri era molto chiara: pastelli a cera su cartoncino bianco. Le sembrava quasi di vedere le dita dell'artista stringere il pastello e muoverlo velocemente sul foglio per rubare le forme alla realtà. Erano proprio delle istantanee che qualcuno aveva creato forse per mantenere nella memoria particolari atmosfere di istanti  irripetibili.
A volte ci sembra di rivivere sempre le stesse situazioni ma non è così. Panta rei, tutto scorre. Quegli scorci, quei gruppetti sotto l'ombrellone, ci sono ogni estate, ma niente è uguale, niente è come sempre.





Una radice fuori dalla duna inquadra la città sullo sfondo. L'estate si era ormai chiusa per aprirsi in un autunno a giorni tiepido e dolce, a giorni brusco come i tuoni che a tratti si sentivano in lontananza. Il presente dell'estate si era trasformato in passato. Eppure sembrava più vicina la calda stagione perché dalle pareti quelle forme colorate emanavano una vita così prepotente che inondava tutti gli spazi, anche i più scuri e remoti.
Catturata da quel sortilegio non riusciva a staccarne lo sguardo.
Un lampo accecante seguito dal rimbombo del tuono vicino illuminò per una frazione di secondo una chitarra appoggiata in un angolo buio del locale. Si avvicinò per osservarla meglio. Era una chitarra classica, a sei corde, da studio, come la sua.
La sua  attrazione per le chitarre datava da molti anni, fin dal suo primo incontro con quel magico strumento. Aveva meno di dieci anni e si trovava a Sassari, a casa di sua zia. La sera precedente c'era stata una festa e la chitarra era rimasta nella camera da pranzo, su una sedia, portata da un ospite che doveva tornare a riprenderla. Per lei fu amore a prima vista. Allungò la mano ma la ritirò immediatamente. Non osava toccare le corde, chissà perché le sembrava una profanazione di un sacro mistero.  La fissò a lungo studiandone la forma, il grande buco oscuro e arcano, le lunghe corde tese nel loro enigmatico silenzio, il manico, le chiavi. Era bellissimo vedere la luce che si rifletteva sulla lucida superficie del legno.
Arrivò sua zia che, quasi leggendole nel pensiero,  le disse subito di non toccarla e lei si ritirò nella cameretta. Quando tornò nella sala la chitarra non c'era più.
Con il suo primo introito del suo primo lavoro comprò una chitarra da due soldi, giusto quello che poteva permettersi. Più avanti però decise di acquistare una chitarra seria, da studio, una Di Giorgio e certamente non si pentì. Quel suono era spesso il suo unico compagno in qualsiasi stagione, a qualsiasi ora della giornata.
Prese lo strumento e si sedette sulla sedia vicina. Appoggiò il piede sinistro sulla traversa di un'altra sedia e provò l'accordatura. Nel frattempo pensava a quale musica eseguire. Chissà perché, ma spesso aveva dei vuoti di memoria per cui all'inizio le sue mani ciondolavano senza sapere che cosa fare. Poi le dita cominciarono a muoversi da sole, come se conoscessero quel sentiero di note e accordi. Il suono le piacque molto; era nitido, deciso, penetrante. Andò avanti per un po', quindi involontariamente iniziò un canto a bocca chiusa. Intanto il suo pensiero volava indietro nel tempo e tornava ad un'estate di tanti anni fa quando, appena adolescente, sostava nella sua camera con le persiane socchiuse mentre i sogni, tanti sogni, riempivano quello spazio che si dilatava fino a contenere l'universo.
Una mattina però entrò in quella tiepida penombra una presenza sconosciuta. Era una voce di donna che cantava. Si avvicinò alla finestra e percepì alcune parole di quel canto: "Chiagneva sempe ca durmeva sola, mo dorme co' li muorte accompagnata... " Ascoltò con grande attenzione ma nonostante lo sforzo comprese solo a tratti i significati di quei versi. Intanto quella melodia si insinuava dentro di lei e le dava una profonda pena. La morte: l'aveva colpita l'idea di quel sonno eterno forse meno triste perché condiviso con tanti altri, non solitario. "Dormire accompagnata dai morti" le sollecitava pensieri 
tanto assurdi quanto consolatori.
Poi il canto finì. Lei aveva schiuso piano la persiana per cercare di capire da dove poteva raggiungerla quella voce, ma vide solo tante finestre tutte uguali, silenziose, spalancate ma complici nel proteggere il mistero.
Nel corso dell'estate sentì più volte quel motivo e alla fine aveva imparato anche lei le parole. Non riuscì mai a dare un volto a quella voce e lei immaginò che fosse una giovane donna forse molto triste, forse molto innamorata, o forse soltanto un po' malinconica e nostalgica della sua amata terra.
Mentre le dita continuavano a muoversi automaticamente sulle corde il canto muto si trasformò e si articolò in parole sussurrate, appena comprensibili. Il locale sparì dalla sua percezione, non c'era più pioggia né vento: esisteva soltanto il suono della chitarra e la sua voce che davano vita a una melodia incredibilmente dolce e trascinante "Fenesta ca lucive e mo nun luce..." La finestra buia, lo stretto e lungo vicolo acciottolato, il silenzio umido e angoscioso di una lontana città, la giovinezza che si spegne con rassegnazione e con una completa sottomissione al fato, l'eterna rinuncia alla felicità di un amore che non avrà più un futuro. Sentì un tremolio nella voce e una lacrima lentamente segnò la sua guancia. La lasciò scorrere e smise di cantare.
La sua voce fu subito sostituita da un altro suono. Un flauto traverso accompagnava adesso la chitarra. Lei non alzò gli occhi dal manico del suo strumento e continuò a suonare. Quando arrivò alla conclusione del brano rimase in pausa aspettando che chi aveva suonato il flauto si allontanasse. Non era in vena di parlare né di ascoltare, voleva godersi in solitudine quella magica atmosfera che lei era riuscita a creare.
Invece quel momento così unico fu spezzato da un accenno di applauso e da una voce maschile che disse qualcosa che lei si rifiutò di ascoltare.
I capelli le nascondevano in parte il viso e lei non li scostò. Si sollevò, rimise la chitarra nell'angolo buio e tenendo gli occhi rivolti al pavimento di ceramica chiara ed opaca tornò al suo tavolo.


I Pioggia improvvisa - Carthago delenda est
Guardò verso le vetrate. Si accorse che ormai era sceso il buio. Si avvicinò ad una finestra e vide che la pioggia era quasi cessata.  Si mise il giubbotto, prese in mano la sciarpa e si avviò verso la porta per uscire finalmente da quel locale.
Si vedeva già nel suo piccolo soggiorno accoccolata sul divano con una tazza di cioccolata calda in mano dopo aver indossato un comodo golfo e una morbida gonna di lana lavorati a mano da lei durante le lunghe sere invernali dopo cena, mentre teneva accesa la TV prima di andare a letto.
Spinse la porta e uscì per strada. Sentì subito l'odore penetrante caratteristico  della terra bagnata che proveniva dai terreni intorno ancora liberi da costruzioni. Le automobili correvano lanciando lampi di luce e spruzzando ignare l'acqua delle pozzanghere su marciapiedi e passanti. Ben presto si accorse che la pioggia aveva ripreso a cadere rovesciandosi sull'asfalto con pesanti schizzi rumorosi .  Accidenti! Non era proprio possibile andare avanti.
Strinse i pugni dalla stizza e, non avendo alternative, corse verso il locale. Entrò e senza spogliarsi si sedette al tavolo vicino alla porta. Voleva essere pronta a sgusciare via da quel posto prima possibile. Ma subito sentì che il giubbotto bagnato le dava fastidio, così decise di liberarsene. Le tornò il freddo, si sentì a disagio e si alzò quasi senza volerlo.  Guardò fuori e si accorse che la pioggia scrosciava incessante, senza tregua, e luccicava contro il buio, illuminata dai fari delle automobili.
Tanto valeva prendere lì la cioccolata. Certo non sarebbe stata come la sua, non gliel'avrebbero servita in una tazza di porcellana bordata di oro zecchino, e le sue dita non avrebbero sentito il caldo contatto di un cucchiaino d'argento. Le sarebbe mancato il rito ma non aveva scelta, in quel momento aveva un'assoluta necessità di qualcosa di caldo e di confortante.
Il barista commentava con un altro cliente: "È arrivata la pioggia ... e chi se l'aspettava? Si può dire che fino a ieri si andava in spiaggia..."  Si rivolse a lei con un sorriso: "Desidera?"
"Una cioccolata calda" Mentre lo diceva la sua voce le parve strana, quasi quella di una sconosciuta.
Ogni tanto le capitava di non riconoscere la sua voce e di odiarla.
Dopo poco tempo si vide davanti la tazza con la cioccolata fumante. "Xocolatl" era il suo nome azteco. Moctezuma la beveva fredda, con il pepe e altre spezie, e non la poteva diluire con il latte perché in America non c'erano pecore e mucche. Era il cibo degli dei che i comuni mortali avevano il privilegio di poter sorbire per fare il pieno di energie fisiche e mentali.
A lei piaceva caldissima, al limite della scottatura della lingua, perché così ne gustava in pieno l'aroma e si sentiva riscaldare dentro, nell'ignoto spazio interiore dove spesso regnava il gelo.
La bevanda la conciliò con quella situazione assurda e cercò di guardarsi intorno per prendere consapevolezza dell'ambiente di cui era prigioniera. I quadri li aveva già visti, con la chitarra aveva fatto la conoscenza, non rimanevano altro che le persone.
Un quadro ha un suo messaggio, tu puoi accettarlo o rifiutarlo e tutto dipende da te, ma con le persone non funziona così. Hai davanti un antagonista, uno che può mettere in crisi le tue certezze, demolire i tuoi ragionamenti, scavare dentro di te per scoprire ciò che nemmeno tu conosci, e distruggere con una sola frase le tue faticose costruzioni mentali.
C'è chi adora conoscere persone nuove perché si illude di stabilire rapporti umani di amicizia, stima, apprezzamento. Pensa di avere un amico in più su cui contare in caso di necessità, o di aggiungere un nuovo nome alle liste degli invitati alle feste. Talvolta quando fai una nuova conoscenza ti sembra di aver trovato qualcosa di unico, di interessante, così simile a te che ne sei stupita tu stessa. Ma quando si accende il lume della ragione vedi una massa di individui instabili che vaga sulla Terra alla ricerca di un sostegno; ma nessuno vuol fare da sostegno, tutti vogliono essere sostenuti.
Da quando aveva intuito questa inesorabile evidenza, Bianca aveva smesso di avvicinarsi ai suoi simili perché aveva sempre l'impressione che le si attaccassero addosso con dei micidiali viticci che prima o poi l'avrebbero soffocata.
Evitava, quando poteva, anche le semplici conversazioni di cortesia. Il pericolo era sempre in agguato.
Il suo bisogno di contatto umano era ampiamente soddisfatto dal rapporto che riusciva a stabilire con gli scrittori, quelli morti, ovviamente. Per lei, che era letteralmente catturata dai russi, leggere Cechov, Puskin, Gogol, Tolstoj era come parlare con un amico. In loro ritrovava il suo mondo ed era sicura che mai l'avrebbero delusa o tradita. Anche con Proust aveva stabilito un certo rapporto, ma lo trovava più ricercato, meno spontaneo. Peccato che ormai avesse letto e talvolta anche riletto tutte le loro opere. Doveva ora accontentarsi di qualche francese o, siccome era interessata alla storia, aveva passato in rassegna diverse opere di James Michener per non parlare di un libro che l'aveva entusiasmata, "Sarum" di un inglese di cui ora non ricordava il nome. Era riuscito a raccontare la storia della propria città, l'antica Sarum, poi Salisbury a partire da Paleolitico e aveva percorso i millenni parlando di una famiglia che aveva occupato quel territorio per generazioni e generazioni fino ad arrivare ai nostri giorni. Uno stupendo viaggio nel tempo di persone che, di padre in figlio, attraversavano le varie epoche dell'umanità adattandosi a tutti i cambiamenti che ogni generazione sperimentava.
Tutti questi pensieri la tenevano occupata mentre sorseggiava la cioccolata che era diventata tiepida. Annoiata, si guardò intorno e si imbatté in una palma che svettava da un vaso. Non era una palma nana, né una Washingtonia, piuttosto le sembrava una palma da dattero, come quelle che le crescevano nei vasi dove lei buttava i semi dei datteri. Si ricordò di una palma mai cresciuta perché mai seminata. Aveva acquistato i datteri in Tunisia in quella oasi nel deserto meta dei turisti che la attraversano sopra carrozze tirate da cavalli.  Tornata a casa sentì un rifiuto a dare a quei semi una speranza di vita in un vaso.
Quel seme non avrebbe mai potuto conoscere la sabbia delle lontane oasi, non avrebbe mai visto lunghe mistiche foglie librarsi nel cielo africano partendo dal suo cuore, non avrebbe mai sentito il caldo infuocato su di sé. Forse sarebbe divenuto sterile vegetazione con frutti immaturi ed aspri ma nessuno avrebbe più potuto restituirgli distese immense e cieli e terre natii.
A Cartagine lei aveva cercato le sue radici tra millenarie pietre. Le aveva trovate in un tunisino che raccontava la pena di un popolo che, come il seme di dattero, aveva visto spezzarsi ogni speranza di vita e aveva visto sciogliersi quel disegno già elaborato con tratti decisi e con i colori dell'avventura e dell'allegria attraverso mari e spiagge lontane, al di là dell'orizzonte. Fino a Delenda Carthago, e così fu. 
I Punici erano approdati in Sardegna, forse non erano proprio solo mercanti, e nei loro velieri prendevano posto anche i soldati con i loro cavalli. Hanno fondato città sugli antichi nuraghi, hanno colonizzato le coste, e le loro divinità sono diventate le nostre. 
Bianca fece un profondo sospiro e sentì finalmente svanire quella tensione che la opprimeva da quando era rientrata nel bar. La sua voglia di passato aveva finalmente trovato un angolo dove ancora era lecito cercare se stessa senza nascondere parole e gesti, sguardi e sorrisi. Il fascino di antiche genti, delle quali anche lei portava il segno, la coinvolgeva dolcemente e la rendeva sensibile alla loro piacevole fisionomia, all'acutezza e profondità del loro pensiero e ad un'umanità che riusciva a svelare l'essenza di tutto ciò che è reale come se fosse stato da sempre davanti ai suoi occhi.
Forse la loro lingua aveva parole più adatte per esprimere i pensieri che nascono in chi cerca di penetrare in mondi interiori sconosciuti fino a farsene sommergere. Anche la sua barriera antiuomo era crollata di fronte al passato che la coinvolgeva e nello stesso tempo la preservava da sogni e illusioni su un futuro blindato e non modificabile.
Ma ben presto scialbe e vuote immagini si sarebbero sovrapposte al ricordo di mitici racconti e di antichi resti animati da moderne presenze modellate da centinaia di generazioni. E poi, forse, la ricerca del passato era per lei una fuga dal presente. Quel che non c'è più è comunque un punto fermo, un riferimento sicuro per chi ancora deve trapassare. Nel non senso di tutto ciò che Bianca percepiva intorno le sembrava che, se esisteva un valore, questo era nel mondo che non aveva conosciuto, in quei giorni persi per sempre.
Era dunque una rinuncia alla vita? Era paura di mettersi in gioco, di assumersi responsabilità, di dare forma concreta ai suoi pensieri, ai suoi desideri? I giorni passavano, i mesi trascorrevano, gli anni volavano e nulla cambiava.




In un piccolo vaso di cristallo appoggiato sul bancone vide una rosa dai colori sfumati che prendeva la scena a frondosi tralci di edera argentata e a tre alti papiri. I petali color rosarancio ostentavano una superficie ricca di leggeri e simmetrici rilievi che  davano l'impressione di una seta pregiata.
Quella presenza silenziosa apriva scenari di giardini con roseti fioriti, gruppi di papiri che svettavano con le loro infiorescenze verdi su incredibili steli lunghissimi apparentemente esili che si allungavano per superare la vegetazione intorno alla conquista di un raggio di sole, e antichi muri fatti a pietra e fango ricoperti da edere argentate.
La regina dei fiori, al massimo del suo splendore, mostrava una bellezza che non poteva avere rivali. Ma Bianca, osservando meglio, aveva visto qualche segno di stanchezza nei risvolti dei petali, già completamente distesi, che rivelavano un cuore di stami e pistilli, il centro della vita. Il suo ciclo si avviava alla conclusione. Forse domani già un primo petalo sarebbe caduto,  poi un altro, e un altro ancora. Mentre l'edera e il papiro avrebbero continuato a trionfare, per la rosa sarebbe presto arrivata la fine.

Pioggia improvvisa - Van Gogh

- Ehi, Antò! Guarda un po' questo capolavoro...
- Fammi vedere ...
Prese il cellulare e scrutò il piccolo display.
- E questo che cosa è? Non si capisce niente. Sembra uno scarabocchio.
- Certo con la tua ignoranza non puoi capire questa meraviglia Scommettiamo un caffè che questa signorina invece la riconosce al volo. Mi scusi, signorina, ho fatto una scommessa perché secondo me lei sa riconoscere questo soggetto.
Bianca era totalmente immersa nel suo intricato mondo interiore. Non riusciva a venir fuori da quel groviglio che diventava sempre più fitto e avvolgente. Una voce echeggiava da un lontano universo, si diffondeva nell'atmosfera con suoni umani penetranti ma incapaci di trasmettere significati.
Si accorse di tenere stretta tra le mani una tazza ormai diventata quasi fredda e lentamente riprese i contatti con la realtà. Si volse verso il punto dal quale erano partiti quei suoni e vide una mano che le tendeva un cellulare. Sollevò appena lo sguardo e incontrò due occhi sorridenti e dubbiosi che si interrogavano sull'opportunità di continuare il tentativo di mettersi in contatto con la ragazza della cioccolata. Un rifiuto non lo avrebbe messo in difficoltà, dato che era abituato a riceverne come tutte le persone che cercano una relazione con gli spazi circostanti che non sempre vogliono essere violati.
Bianca non fece in tempo a rifiutare l'approccio, che vide sul piccolo display la "Notte stellata" di Van Gogh con una figura femminile in un angolo.
Guardò a lungo in silenzio ma a un tratto la mano che reggeva il telefono si ritirò. Sentì una voce scherzosa che diceva:
- Il tempo è scaduto. Allora sa che cosa è? Su, non mi faccia perdere la scommessa!
Beh, era tra i suoi quadri preferiti. Quel cielo scuro popolato di luci provenienti dal lontano spazio le davano un senso di appartenenza all'universo e poi le piacevano da morire quelle pennellate decise, sicure, avvolgenti che fanno sembrare lo spazio infinito così vicino, così intimo, così interiore. E i colori poi la sconvolgevano con le tante tonalità che, pur fredde, avevano un loro centro sfolgorante che pareva dover esplodere all'improvviso Quegli azzurri, quei gialli, stimolavano la sua voglia di casa, di calore in una di quelle minuscole costruzioni del piccolo paese adagiato a valle dove un'umanità semplice e laboriosa aveva creato un rifugio tiepido e confortante per una vita fatta di duro lavoro e  di stenti.
Un cielo sempre uguale per esistenze sempre diverse che si succedono come i fiori dei prati che cambiano ad ogni stagione in uno stesso prato.
Chissà perché ora si sentiva tanto leggera, come se potesse aprire delle magnifiche immense ali per sovrastare quello spazio soffocante e ristretto...
Perché la vita non è mai come la vorremmo? Perché il volo di chi lascia il nido è spesso devastante? Perché non c'è risposta ai nostri richiami, anche quando diventano interiori urla di soccorso?
- Mi scusi, sta bene? Ha bisogno di qualcosa?
Pioveva ancora, ancora il vento strappava le foglie dagli alberi; qualcuna smarriva la strada, arrivava sui vetri e ci si attaccava sopra, quasi a curiosare là dentro, dove c'era gente che rideva, parlava, riempiva frammenti di tempo in attesa del dopo.
Lei aveva bisogno di qualcosa? Si, aveva bisogno di tanto, ma nessuno lo sapeva e nessuno poteva darglielo.
- Hai visto? Neanche la signorina sa cosa diavolo hai dipinto.
- Ma la scommessa non è ancora persa. Adesso chiedo a quei ragazzi.
- Ehi, ehi, non cambiare le carte in tavola. Il patto era che lo doveva riconoscere lei.


Bianca, senza alcuna volontà da parte sua, sentì dei suoni raggiungere le sue labbra. Non voleva parlare, ma quasi in trance disse:
- Che cosa ci fa una donna nella "Notte stellata" di Van Gogh?
Lo disse con voce decisa e ironica, senza guardare in faccia il destinatario, come se stesse parlando con se stessa, come faceva tante volte nella solitudine della sua casa, a volte senza neanche accorgersene.
Parlava da sola. Era l'unico modo per esprimere opinioni, ma il bello era che spesso si sdoppiava e rappresentava due punti di vista sulle questioni.


- Dovresti essere meno acida
- Ma io non sono acida, solo che non sopporto la faciloneria, il menefreghismo, l'opportunismo degli altri.
- Se continui così finirai col diventare una vecchia zitella sola e incattivita.
- Oh basta con le prediche, adesso devo occuparmi della cena.
Erano monologhi/dialoghi di questo tipo. Insomma, non riusciva ad andare d'accordo neppure con se stessa.

- Beh, che ti dicevo? La signorina ha indovinato e adesso mi devi offrire un caffè.
- E chi mi dice che ha indovinato? Signorina, è sicura di quello che ha detto?
- Sicura, sicurissima. È una manipolazione di un dipinto di Van Gogh.
- Mi scusi, perché parla di manipolazione? Ho soltanto adeguato la notte ottocentesca alle mie fantasie. Ho inserito un elemento che si fonde con il paesaggio remoto, una creatura che è quasi un astro che però vive sulla terra. La mia donna è come una stella per me ma non sta in cielo.
- Mamma mia che sofisticheria! Ha una bella faccia tosta! Prende un dipinto bell'e fatto, con un suo linguaggio ben definito e lo stravolge per suo comodo! Viva Van Gogh!
- Ah certo, non tocchiamo i mostri sacri! Mi dispiace ma, se parla così, è perché  lei vive nell'epoca di Van Gogh.

A questo non aveva mai pensato. Forse aveva proprio sbagliato epoca. In realtà il pittore aveva sottolineato la sua mentalità antiquata e rancida, ma lei lo aveva preso come un complimento.
- Meglio essere ottocenteschi che mistificatori.
- Ho notato come ha guardato i miei lavori a pastello poco fa. Mi è sembrato che le siano piaciuti.
- Ah, sono suoi?
Bianca volse lo sguardo intorno per rinfrescare la memoria. Voleva trovare qualcosa di molto offensivo da dire ma non ci riuscì. Che cosa si poteva dire di quelle istantanee marine così vivaci, immediate, seducenti ...

 Posò la tazza vuota sul bancone davanti a sé e si accorse che la mano le tremava. Evitò di guardare quell'inquietante movimento e si lasciò assorbire dal rumore della pioggia sul tetto. Era uno scroscio incessante che ormai le dava l'angoscia. Forse la strada si era già trasformata in un fiume di acqua sporca che un po' stagnava e un po' correva verso i tombini ormai intasati e incapaci di smaltire quella massa liquida fangosa Sentiva rari automezzi transitare lenti, a passo di guado in mezzo all'acqua, accompagnati da schizzi involontari che si sollevavano con piccoli vortici ad ogni giro si ruota.
Aveva voglia di guardare per strada ma non riusciva a muoversi. Era come bloccata lì, davanti al bancone, e provava imbarazzo perché si sentiva osservata dal pseudo-pittore, dal cameriere e, ad un certo punto, le parve che tutti avessero gli occhi fissi su di lei. Si sentiva tremare, e non capiva che cosa le stesse accadendo.
Fu il pittore ad allontanarsi e lei si sentì meglio, riuscì a sollevare lo sguardo, e si accorse che nessuno la guardava. Il gruppo dei ragazzi era diventato più silenzioso, qualcuno giocava col cellulare, qualche altro parlottava con il vicino, o beveva la sua birra, e negli altri tavoli c'era chi aspettava in silenzio la fine dell'acquazzone e chi approfittava di quella sosta forzata per leggere il quotidiano. Da più di mezz'ora non entrava più nessuno nel locale e arrivavano telefonate di clienti che chiamavano per annullare la prenotazione. Antonio, il cameriere, era gentile con tutti, ma una volta messo giù il telefono diventava scuro in volto e si lamentava perché quella serata si presentava 
piuttosto magra.


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domenica 4 giugno 2017

Un gabbiano di nido



Ieri mattina sabato 3 giugno 2017  ho visto questo strano uccello che passeggiava sulla terrazza del piano terra.
Dopo un po' ho realizzato che, nonostante fosse piuttosto grande (come una gallina), era un uccello di nido.

E' molto tranquillo, non si agita, non grida. La vera domanda è: come ha fatto un uccello di nido evidentemente acquatico (vedi le zampe palmate) ad arrivare qui, ad almeno 1000 metri dal mare, se non è in grado di spiccare il volo? 


Qualcuno sostiene che sia un occhione. Spero che ritrovi al più presto la strada di casa.


Ha gradito molto la vaschetta con l'acqua, un gamberone e del tonno. Ma chi sarà?
Il mistero si è svelato: è un piccolo gabbiano che, nel corso del suo primo volo è atterrato nel mio giardino e non è più riuscito ad andarsene.
Lunedì 5 giugno alle 9 ha finalmente preso coraggio e, dal parapetto del terrazzo del secondo piano dove lo avevo messo per  paura dei gatti, ha spiccato un breve volo. Infatti è atterrato sul tetto di una casa distante una cinquantina di metri. Ora è lì e non sa risolversi a ritentare l'esperimento del volo. Sono arrivati i genitori, gli hanno fatto un po' di voci, ma lui è irremovibile.


La foto è poco chiara ma si vedono i due gabbiani sul tetto e il piccolo sulla destra.

h 10,45 - Sono arrivati gabbiani in massa, almeno una decina e gridano e lo incitano a volare, ma senza risultati.

Martedì 6 giugno. Il gabbiano deve essere volato via finalmente. Non è più sul tetto e non vi è stato più vocìo di gabbiani.
Questa volta l'avventura ha avuto un lieto fine.

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tilgio@virgilio.it

lunedì 29 maggio 2017

Tutti vegani?


RIFLETTIAMO.
Se sette miliardi di persone diventassero tutte vegane la terra subirebbe uno sfruttamento probabilmente eccessivo. Per crescere e fruttificare i vegetali necessitano di suolo fertile, acqua, interventi per malattie e parassiti. Sarebbe interessante calcolare le quantità di terreni, acqua, fertilizzanti e antiparassitari occorrenti per una tale produzione.
Se poi si pensa di coltivare in strutture su più livelli, con nuove tecnologie, non mi sembra una grande idea. Già mi rifiuto di cibarmi dei prodotti delle serre che sono notoriamente impregnati di sostanze che nulla hanno a che fare con i vegetali esposti al sole e agli elementi atmosferici, ricchi di sostanze nutritive e di sapore.

E' vero che i primi esseri antropomorfi erano vegetariani, ma per potersi sostenere con vegetali e radici avevano un apparato masticatorio potente che occupava gran parte del cranio e avevano una digestione lenta che li impegnava per gran parte della giornata. L'aggiunta di proteine animali è stata una scelta evolutiva che ha consentito di dare più spazio al cervello e di lasciare più tempo per altre attività al di là della digestione.
Un altro elemento di primaria importanza nell'evoluzione umana è data dalla scheggiatura della pietra che ha dato il via alla tecnologia che ci ha condotto fin qui. Se l'ominide non avesse avuto necessità di macellare la carne non gli sarebbe certo venuto in mente di rendere taglienti le pietre. E' pur vero che non era naturalmente carnivoro altrimenti sarebbe stato dotato di denti o altro in grado di lacerare la carne degli animali, ma è anche vero che per potersi cibare di carne il nostro antenato ha costruito lame di pietra. A ben pensarci la molla per l'evoluzione culturale è scattata inizialmente a causa della necessità di nutrirsi di carne. In altre parole la nostra storia, nel bene e nel male, ha avuto inizio con il cambiamento della dieta che ci ha condotto ad essere onnivori.

Se la scelta vegana è dettata dalla consapevolezza che lo sfruttamento degli animali comporta per loro stati di sofferenza, credo che sia più consono battersi perché vengano prese tutte quelle misure onde evitare tali stati. L'allevamento diventerebbe probabilmente più costoso ma è anche giusto che il nostro benessere non si basi su metodi di sfruttamento senza regole e senza quelle attenzioni che preservino degli esseri viventi sensibili da inutili patimenti.
Dobbiamo accettare che in natura vi siano organismi carnivori e questo comporta che alcuni servano da cibo ad altri. Tra le piante ci sono i vegetali parassiti che vivono a spese di altri loro simili ed esistono anche piante carnivore. Ergo ...


Non tutto ciò che esiste in natura ci piace ma dobbiamo arrenderci al concetto che le sue leggi non sono dettate dalla giurisprudenza o dalla pietas, ma da logiche delle quali noi non comprendiamo il significato. Il nostro pianeta ha un suo equilibrio e nelle centinaia di milioni di anni della sua esistenza la vita ha attraversato un'infinità di fasi, dalla sua quasi sparizione alla dominanza di poche specie, in un alternanza di crisi e di rigoglio. L'uomo crede di poter governare i processi naturali, ma è solo un'illusione. Pur con tutta la sua buona volontà l'uomo non riuscirà a distruggere la terra né la vita. Forse potrà solo distruggere la specie homo, ma la Terra non se ne accorgerà. 

Se è vero che l'uomo è la natura che acquista consapevolezza, è giusto che faccia un uso consapevole e razionale delle risorse a disposizione per ottenere una qualità di vita soddisfacente nel rispetto del mondo animale e anche di quello vegetale che, secondo alcuni, ha le sue sensibilità.

Una via auspicabile è quella di riequilibrare le scelte alimentari tra il consumo di proteine animali e quello di frutta e verdura, anche in vista di una dieta più sana e completa. Gli eccessi sono sempre deleteri e, come già dicevano i latini, "in medio stat virtus".

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Cena di Natale 2017 quasi vegana, a basso costo, poche calorie, senza primo x 4 persone.

- Antipasto: olive nere in salamoia, bastoncini di formaggio grana, pizzette fatte con pasta sfoglia (230 g);

- Quattro carciofi gratinati;

- Melanzane in casseruola con pomodoro e fettine di fontina da aggiungere sul piatto;

- Cruditè: Finocchi e carote tagliati a julienne;

-  Macedonia di frutta (una banana, due Kiwi, una mela, un clementino, tre noci, succo di mezzo limone, mirto, zucchero);

- Panettone e pandoro;

Pane carasau, crostini di pane, vino rosé, acqua.


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venerdì 5 maggio 2017

Toponimi algheresi. Come si leggono?


Ritengo necessario far conoscere la lettura dei toponimi algheresi dato che ormai vengono regolarmente letti alla catalana anziché all'algherese.
Oltre a ciò cercherò di dare alcune notizie relative ai luoghi di cui si parla.

BARRANCH - la tanca del Barranch si trova nella zona di Poglina. 
Deve il suo nome a Giuseppe Barranch, un ebreo ricordato perché alla fine del 1300 vendette una casa ad Alghero  trasformata poi in luogo di culto e infine in sinagoga.
Intorno al 1800 la tanca fu acquistata da don Benedetto Ballero, padre di Antonio Ballero Salis.
Si legge BARRANCH, così come viene scritto.
(Michele Chessa, Racconti Algheresi, Volume II, pag. 76)




CARRER DE LA RODA - Via della Ruota, sbocca nella via Cavour dove era collocato l'antico ospedale di Sant'Antonio Abate, poi S. Giovanni di Dio. Vi era alloggiata la ruota ove di depositavano i piccoli esposti fino al 1930.
Si pronuncia CARRE' DE LA RORA; la erre finale non si legge e la di intervocalica diventa erre.

DRAGONADA - zona del litorale nord algherese
Si pronuncia DRAGUNARA in quanto la o diventa u e la di, specialmente quando è intervocalica, diventa erre

PEDRERA  (LA) - LA PARRERA, e diventa a  e la di è erre
Non è molto usato in quanto lo si è italianizzato ed è La Pietraia. Nella zona venivano estratti cantonetti di tufo fino alla prima metà del 1900.

QUARTER (LO) - Zona che fa parte del complesso gesuitico cinquecentesco trasformato in caserma militare, e ora centro di servizi culturali.
Si pronuncia LU QUALTE' dato che nella pronuncia algherese la erre a volte diventa elle e raramente si fa sentire la erre finale delle parole.

TAULERA - TAURERA, la elle diventa erre, Così chiamata per la sua conformazione pianeggiante. Sede della prenuragica necropoli di Cuguttu e Taulera, vi si trova il nuraghe Taurera.

VIA CRAVELLET - Non si sa come, ma la parola è anche scritta in maniera scorretta perché l'esatta scrittura catalana è CLAVELLET (piccolo garofano). Si pronuncia CRAVAGLIET anche se ormai tutti pronunciano così come è scritto. La elle diventa erre, la e diventa a e la doppia elle spagnola è il nostro suono gl.

mercoledì 12 aprile 2017

Il mangianbranc e l'algherese


IL MANGIANBRANC E L'ALGHERESE

Ecco un bel dolce: il mangianbranc.
Il suo nome si pronuncia come l'ho scritto ma i colti catalanisti lo scrivono menjar blanc. Non so come poi possano pronunciarlo correttamente visto che, così come è scritto, dovrebbero pronunciarlo  mangiabranc ma così la lettera enne non c'è. 
In realtà credo che esistano pochissime parole algheresi che potrebbero adattarsi alla grafia e alla pronuncia catalana dato che in città si è completamente persa la pronuncia degli spagnoli dominatori.
Tuttavia si insiste con l'antistorica battaglia per ridurre le parole algheresi alla grafia catalana attuando dei veri e propri obbrobri linguistici. 
Così una lingua che già soffre di suo come tutte le parlate locali, subisce anche il degrado a causa di chi la vuole stravolgere con il risultato di renderla incomprensibile agli stessi algheresi. 


Ma, come si sa, per combinare disastri bisogna essere in due. Da una parte i catalani hanno cercato di pescare con un'esca adatta e dall'altra alcuni algheresi hanno abboccato. Incapaci di capire che una lingua è un fenomeno del tutto naturale che si può indirizzare solo fino a un certo punto, hanno creduto di poter avvantaggiarsi nell'illusorio quanto impossibile tentativo di soppiantare l'algherese con il catalano.
Se non si ascolta la voce più profonda che parla dentro di noi quando tacciono gli interessi spicci, si può anche agire così, senza pensare alla violenza e al ridicolo che si fanno subire alla lingua madre, quella dell'infanzia, che dovrebbe accompagnarci per tutta la vita con la stessa freschezza e intensità di significati e di suoni soffusi nell'ambiente familiare.  
Oggi ascoltiamo errori di ogni tipo da persone che leggono le targhe stradali e le ripetono come sono scritte, o che cercano di decifrare parole incomprensibili sulle locandine che i colti letterati algheresi scrivono facendosi grande scrupolo per non sbagliare un accento ma senza neppure porsi il problema degli strafalcioni di chi legge.
Che tristezza!


Il mangianbranc era buonissimo.

IL VERBO MANGIAR

Qui devo aggiungere che ho rilevato una particolarità del VERBO MANGIAR
Il verbo all'infinito è mangiar ma il presente indicativo è:
io meng, tu mengias, el mengia, musaltrus mangem, vusaltrus mangiau, eglius mengian.
Lo stesso schema si trova nel presente congiuntivo.

La seconda lettera cambia e può essere a oppure e
Nell'imperfetto è sempre a, io mangiava, ecc.
L'imperativo è mengia, mangiau
Il participio passato è mangiat
Il gerundio è mangiant.

Non so spiegare questo cambio di vocale anche perché non sembra che segua una regola. Si può solo dire che la a si presenta al plurale, ma non sempre.


BIANCO MANGIARE A DUBLINO

Durante la lettura del racconto "I Morti" che chiude la raccolta Gente di Dublino di James Joyce ho trovato il menu di una cena che comprendeva il mangiare bianco. 
Un'oca grassa e dorata, un grosso prosciutto già privo di cotenna e cosparso di pane grattugiato che giaceva sopra uno strato di carta crespata e rametti di prezzemolo, un grosso pezzo di manzo alle spezie. Sul tavolo erano disposti in fila i piatti di contorno: due cupole di gelatina, rossa e gialla, un piatto basso pieno di blocchi di bianco mangiare e di marmellata rossa ...

domenica 29 gennaio 2017

L'Ex-carceretto

CHIUNQUE VOLESSE UTILIZZARE LE NOTIZIE E I DATI QUI PUBBLICATI (ANCORA IN VIA DI ELABORAZIONE) IN CONFERENZE, STUDI, PUBBLICAZIONI, DEVE GENTILMENTE INDICARNE L'INDIRIZZO WEB E L'AUTRICE.

L'EX CARCERETTO
Ipotesi per una ricerca


Ad Alghero è conosciuto come ex Carceretto perché quella è stata una delle ultime funzioni dello stabile che affianca la chiesa di San Michele. Attualmente ospita il Museo Archeologico che verrà inaugurato il 22 dicembre 2016 dopo lungo e travagliato iter.
La sua storia è molto articolata e nel corso del tempo i suoi locali sono stati adibiti a vari usi. Non sarebbe male inserire all'ingresso del nuovo museo una targa per ricordare che il piano terra del caseggiato era la palestra di boxe dove si allenava Tore Burruni, pugile algherese, campione mondiale dei pesi mosca dal 23 aprile 1965 al 14 giugno 1966.

L'edificio plurisecolare risale al XV secolo. Con l'arrivo dei gesuiti alla fine del 1500 i locali vengono inglobati nel convento dei frati. Quando i gesuiti sono obbligati a lasciare la città (nel 1773) viene utilizzato dai militari.
Agli ultimi piani del palazzetto ci sono delle celle adibite a Carceretto nel XX secolo. Probabilmente già impiegato dai militari per far scontare le punizioni ai soldati, nel XX secolo era il luogo dove venivano rinchiuse per breve tempo le persone arrestate, prima di essere sottoposte a processo. Il Carceretto, conosciuto dagli algheresi come Las prasunettas (le prigionette), nel 1965 è stato trasferito nelle adiacenze del campo di calcio Mariotti e nel piano terra del caseggiato di Piazza San Michele è rimasta la palestra Mulas ove si allenavano i pugili mentre i piani superiori, sgombrati dai detenuti, non sono stati usati.  




Nel documento si legge che il Signor Antonio Corona Direttore del Bagno Marittimo di Alghero fa la denuncia della morte di un detenuto avvenuta il 23 aprile 1868 nell'Ospedale dello stesso Bagno posto in Piazza San Michele al numero civico 434. Si trattava di un contadino di 41 anni proveniente dalla provincia di Cremona. 1


Alcuni atti di morte dell'Archivio Storico di Alghero attestano che negli anni sessanta dell'Ottocento un immobile sito in Piazza San Michele era un Bagno Marittimo. Così veniva definito il penitenziario della città, dove scontavano la pena numerosi detenuti provenienti da varie regioni italiane.
E qui occorre chiarire l'iter del carcere di Alghero che ha impegnato per diverso tempo gli amministratori comunali prima che si costruisse sul Colle San Giovanni il Bagno Penale ancora oggi in funzione, attivo dal 1868. Precedentemente ad Alghero i detenuti erano ospitati nel convento di Sant'Agostino abbandonato dagli agostiniani che avevano dovuto cederlo al Fondo per il Culto in seguito alle leggi che avevano decretato l'abolizione di numerosi ordini religiosi. 
Una delibera di Consiglio Municipale del 2 marzo 1861 riporta che «il locale di Sant'Agostino, dove attualmente trovansi i condannati, lascia molto a desiderare, dal lato dell'igiene (...) dovendosi far dormire i medesimi condannati nelle camere al piano terreno basso ed umido».2
Un Ispettore Generale inviato in città per visitare il locale di Sant'Agostino «ha dovuto convincersi non esser questo per niun verso, adatto a stabilire un penitenziario, sia per la sua ristrettezza, sia per la sua insalubrità, e si è pronunciato essere necessario che ad ogni modo dovesse trovarsi un altro locale ove poterli provvisoriamente, e fino alla nuova costruzione dello stabilimento collocare, e tanto più gli urgeva trovare quest'altro posto in quanto che era intenzione del Governo di accrescer fin d'ora di molto il numero dei medesimi condannati».
Gli amministratori cittadini allora esaminarono diversi stabili per offrire migliori condizioni ai detenuti ed infine il Sindaco propose di offrire il locale di proprietà comunale al quale avrebbe potuto aggiungere due camere dei fabbricati vicini per alloggiare dei guardiani «... dove ... potrebbero collocarsi numero centocinquanta condannati».3 Il locale era un palazzetto che si affacciava sulla piazza San Michele, come risulta dagli atti di morte di alcuni detenuti dove si legge che i decessi avvenivano «nell'ospedale dello stesso Bagno posto in Piazza San Michele al numero civico 434». 4




Sempre da un atto di morte veniamo a sapere che il nuovo carcere è entrato in funzione tra l'aprile e il luglio 1868 in quanto il primo decesso nell'ospedale del nuovo carcere "posto fuori popolato"  è avvenuto il 9 luglio 1868. Era un domestico di 65 anni proveniente dalla Campania.
Nei successivi atti di morte si precisa che il Bagno Penale (non più Bagno Marittimo) si trova in luogo "posto fuori popolato denominato Colle di San Giovanni".
Ora ci si pone il quesito: il Bagno Marittimo di piazza San Michele era situato nell'ex-Carceretto o in un altro spazio del vasto complesso adiacente la chiesa di San Michele? Non vi è memoria riguardo questa collocazione e sarà interessante cercare nei documenti una risposta alla domanda. Verrebbe spontaneo pensare che si tratta dell'ex-Carceretto, ma si sa che finché non si trova un documento ufficiale siamo sempre nel campo delle ipotesi.  



1. ASCAL-  Atto n° 138 del Registro per gli Atti di morte - Anno 1868. Nell'Ottocento il numero civico non si riferiva ad ogni singola via, ma alla città.
2. ASCAL - Consiglio Comunale del 2 Marzo 1861, p. 150 - 153v, Registro Consiglio Comunale con Giunta Municipale a. 1861.
3.  ASCAL - Consiglio Comunale dell'8 Marzo 1864, p. 142- 143v, Registro Consiglio Comunale con Giunta Municipale a. 1864.
4. ASCAL-  Atto n° 232 del Registro per gli Atti di morte - Anno 1868.


Articolo pubblicato nel numero di dicembre 2016 della rivista "L'Isolano" aggiornato il 31 gennaio 2019 dopo la consultazione della tesi di laurea di Francesca Sancio sul Museo Archeologico di Alghero e dopo l'intervista a Carmelo Pais, figlio del custode dell'ex carceretto di Piazza San Michele e agli ex custodi del Carceretto situato nei pressi del Mariotti.

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sabato 17 dicembre 2016

Oglia purrira

OGLIA PURRIRA (OLLA PODRIDA)

Troviamo un riferimento al piatto spagnolo Oglia Purrira, nelle memorie di Giacomo Casanova (1725– 1798) che lo cita tra le pietanze preferite insieme al pasticcio di maccheroni, al merluzzo di Terranova, alla selvaggina ben frollata e al formaggio con i vermi. Casanova specifica che prediligeva i sapori forti.

Ancora oggi l'oglia purrira è una pietanza molto comune e apprezzata in Spagna dove verosimilmente l'ha gustata Casanova.



Preparazione dell'Oglia Purrira
foto da: http://www.spanish-food.org/recetas-cocina-espanola/guisos-de-carne-olla-podrida.html


Ad Alghero è rimasto il ricordo del nome. Era un piatto degli ortolani che lo preparavano con le verdure coltivate nel loro terreno. 
Amelie Posse durante il suo periodo di internamento ad Alghero (1915) ha conosciuto un personaggio molto particolare che faceva l'ortolano e lo ha osservato mentre eseguiva una curiosa ricetta che la scrittrice descrive così: “In un barattolo di pomodori vuoto metteva un pezzo di lardo, o un bel po' d'olio, e delle grandi cipolle. Quando iniziava a dorare aggiungeva acqua e ci versava tanti pomodori quanti ne conteneva il suo enorme cappello di paglia. Quindi aggiungeva ogni genere di ortaggi: i tuberi lavati senza troppa cura e non sbucciati e le verdure non preparate in alcun modo. “La natura è pulita”, soleva dire. Alla fine mescolava tutto con un bastoncino a punta che utilizzava anche, di tanto in tanto, per pulirsi i denti o per nettare la pipa. A volte nella zuppa c'erano delle fave secche, il che voleva dire lasciar bollire più a lungo, oppure una manciata di riso. Sale non ne usava. Diceva che logorava lo scheletro. Se voleva dare un tocco davvero speciale ci aggiungeva un po' di pecorino grattugiato.”1
Di questa pietanza non viene riportato il nome ma potrebbe meritare senza dubbio quello di oglia purrira. Molti algheresi ricordano che gli ingredienti della ricetta erano appunto le verdure dell'orto alle quali si aggiungeva un pezzo di carne.
Una ricerca del 2004 a cura della Scuola Media Alghero 2 + Fertilia, che ha presentato i suoi risultati nel libro “Olla Podrida”, precisa che nella pentola venivano cotte rimanenze di verdure con carne e legumi, in genere ceci. Ad Alghero si usavano le lumache al posto della carne.

Oggi il piatto, non molto conosciuto, viene preparato solo occasionalmente dai conoscitori delle usanze della città. Nei suoi “Racconti Algheresi” Michele Chessa si è occupato anche della cucina tradizionale algherese. Egli cita la copazza de pesc, las agliaras, la capunara, la tolta de mangià an branc e molte altre specialità, ma non nomina l'oglia purrira. 2

Naturalmente molti si sono chiesti l'origine di una denominazione così particolare per un cibo ma pare che non ci sia possibilità di risolvere l'enigma. Alcuni pensano che podrida (purrira) sia una corruzione di poderida, termine che sta ad indicare colui che può, che è potente e ricco. Secondo altri purrira si riferisce all'uso di riversare nello stufato bollente i resti del pasto di ogni giorno e al fatto che la pentola va lasciata al fuoco in ebollizione per molte ore.3 Il piatto ha origini molto antiche e ormai sulla sua denominazione si possono fare solo ipotesi che però non danno certezze.

Nasce spontanea la riflessione che nonostante la lunga sottomissione agli spagnoli, la cucina in città sia rimasta legata alla tradizione isolana con influenze dalla Penisola e vi si trovino rari riferimenti catalani come appunto quello dell'oglia purrira. Ad esempio ad Alghero non vi è traccia dalla coca che è una focaccia dolce e farcita, immancabile nelle mense catalane durante la festa di San Giovanni.
In un sito internet leggiamo:
“Imprescindibile su tutte le tavole è il piatto tipico della pasticceria tradizionale catalana: la Coca de Sant Joan. La cui forma più antica, rotonda con il buco centrale, evoca il disco solare. La coca si mangiava “al ras”, cioè all'aperto sia in campagna sia in città, perché la notte di San Giovanni è la notte della magia.”4
Ma questo dolce tradizionale non è conosciuto ad Alghero nonostante i festeggiamenti per San Giovanni del 23 e 24 giugno siano stati tra i più importanti fino agli anni cinquanta del Novecento.
Ogni periodo ha i suoi cibi caratteristici, quelli che sono più diffusi e presenti nelle mense di ogni giorno. Talvolta si riscoprono antiche ricette che vengono rielaborate e modificate a seconda dei gusti. Non sarebbe male fare un viaggio a ritroso nella gastronomia cercando nel contempo di recuperare i sapori dei quali si è perso anche il ricordo oppure non li si è mai conosciuti.


1. Amelie Posse – Interludio di Sardegna Editore: Euromeeting Italiana/Mediasat, pag 163
2. Michele Chessa - Racconti Algheresi La Celere 1977 Vol II pag. 104 e seg


Articolo pubblicato nel numero di settembre 2016 della rivista "L'Isolano"

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