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martedì 15 luglio 2014

Mercatino estivo ad Alghero





MERCATINO ESTIVO AD ALGHERO


2014 Ciò che emerge è il mancato mercatino estivo ad Alghero. Non a San Giovanni, non in luglio al Balaguer, e poi si vedrà. Ma se vogliamo guardare un po' più in fondo vediamo una amministrazione lontana le mille miglia dalle preoccupazioni dei cittadini, dalla loro quotidiana lotta per  sopravvivere alle continue richieste di denaro dello Stato, della Regione, del Comune. Tutti vogliono soldi da quegli incauti che si arrischiano a intraprendere una qualsiasi iniziativa o da quei risparmiatori che hanno voluto investire i propri soldi in un immobile. Chi ha stipendi e pensioni (e i "politici" in gran parte sono tra questi) non ha la più pallida idea di cosa voglia dire cercare di mettere insieme il denaro necessario ad affrontare dignitosamente l'esistenza con una attività autonoma. In gran parte i "politici" sono i primi che credono che i cittadini si arricchiscano in maniera spropositata con il loro lavoro utilizzando le risorse comuni. Infatti in città il benessere si taglia a fette, si nota ad ogni piè sospinto. Ne sono testimonianza le serrande arrugginite abbassate che aumentano di giorno in giorno e i cartelli AFFITTASI e VENDESI  che si moltiplicano sugli immobili ... 
E' arrivato il momento di cambiare sistema. E' evidente che la strutturazione dell'amministrazione cittadina non è più funzionale ad un mondo che è cambiato. Occorrono persone più attente ai bisogni concreti del cittadino e soprattutto occorre che chi si offre per operare delle scelte non abbia nessun interesse diretto e che venga cambiato il più spesso possibile. 
Chi ci sta amministrando è in maggioranza il frutto di un mondo vecchio, inacidito e ammuffito. E' intriso di pregiudizi che gli fanno ritenere giusto che un amministratore debba godere di privilegi e che possa prendere delle decisioni in base a quanto personalmente gli conviene. Non è colpa sua, è solo frutto di una società che, arrivata al massimo del benessere, adesso sta rapidamente precipitando verso un più equilibrato livellamento mondiale. Questa dinamica è nella natura dello sviluppo storico e anche se a noi non fa piacere conoscere il declino, possiamo anche dire di essere stati testimoni della crescita. Ma in questa fase di mutamenti economici rapidi e inarrestabili l'accanimento degli amministratori sui cittadini è oltremodo deleterio. In questo periodo sarebbe opportuno invece lasciare libertà di intraprendere a chi ne ha il desiderio. Il meccanismo per continuare a sostenere le spese comuni deve essere rivisto e deve soprattutto contemplare il massimo rigore nell'eliminare ogni tipo di spreco. Una saggia amministrazione inizia con il tagliare le spese superflue, con l'utilizzare in sommo grado le risorse umane a disposizione, con il valorizzare al meglio le risorse naturali e questo si può fare solo concedendo il più alto livello di libertà possibile a coloro che intendono intraprendere un'attività produttiva. 
Ma niente si può fare quando il pensiero è occupato da altro, quando ogni energia è spesa per mantenersi sulla poltrona, e quando sono tante le persone alle quali si devono dare delle risposte. Non mi riferisco a nessuno in particolare, ma posso tranquillamente dire che gli amministratori pubblici sono retaggio di un mondo che non c'è più, di un sistema che è cambiato, che non ha più bisogno di individui che si illudono di fare il bene della città solo perché ne decidono le sorti.  La città va in declino anche senza di loro, non ne ha bisogno. Se n'è accorta la metà degli algheresi che non ha partecipato alle elezioni. Erano tutti al mare?
La società richiede ormai un totale rinnovamento nelle regole. Credo che la popolazione abbia i mezzi per far sentire le proprie necessità e per esigere che le strutture pubbliche siano al suo servizio. Chi è temporaneamente investito di una carica che gli consente di fare delle scelte deve fare di tutto perché i residenti siano messi nelle condizioni ottimali per mettere a frutto le proprie capacità e le ricchezze del territorio. Occorrono tanta buona volontà e tanta umiltà per mettersi veramente al servizio di una comunità che chiede di poter vivere del proprio lavoro e dei propri talenti. Con il patrimonio umano, culturale ed ambientale di Alghero non dovrebbe essere difficile realizzare questo sogno. Però bisogna essere in grado di vedere chiaro davanti a sé e di ascoltare la voce della città, che grida con tanta forza che anche un sordo sarebbe in grado di sentirla. 

Voglio concludere con una citazione da "I Malavoglia" di Giovanni Verga  anche per notare che in realtà non vi è niente di nuovo sotto il sole.
Lo speziale don Franco predica la rivoluzione e qui parla con il parroco e con il segretario comunale.
" - Gente vecchia!  - conchiudeva don Franco colla barba in aria. - Gente buona pel tempo della camarilla. Al giorno d'oggi ci vogliono uomini nuovi.
- Adesso manderemo dal fornaciaio per farli fare apposta, - rispondeva don Giammaria (il parroco)
_ Se le cose andassero come dovrebbero andare si nuoterebbe nell'oro! - diceva don Silvestro (segretario comunale)  ...
- Brava gente che sarebbe! borbottava don Giammaria. - A Favignana, o nelle altre galere, ne trovate quanti ne volete, senza mandare dal fornaciaio."

Fa sempre bene rileggere vecchi libri, per ritrovarvi i nostri pensieri.


giovedì 3 luglio 2014

Alghero, città confusa



Il Qualté in fase finale di ristrutturazione (25 marzo 2013)

Ci sono città che nella loro naturale trasformazione hanno avuto la fortuna di conservare le tracce più significative che il passare del tempo vi ha impresso. Ormai è acquisito che il centro storico di ogni luogo abitato debba mantenere le antiche caratteristiche nelle forme e nei materiali usati. Possiamo pensare che tutto ciò abbia uno scopo turistico, ma possiamo anche credere che per un cittadino sia fonte di conoscenza storica poter acquisire la stratificazione di architetture ed usi dei luoghi a lui familiari.
Alghero è una città che da diversi anni mostra di avere le idee confuse su ciò che è la propria storia. In particolare crede che sia storia solo ciò che ha diversi secoli. Per questo motivo ha demolito la parte del novecento della costruzione del porto posta nei pressi della Torre della Madonnina mentre ha lasciato il piano terra che risale, pare, all'Ottocento.
Se per un attimo chiudiamo gli occhi ci appare Alghero come era e come non è più. La vecchia stazione di fine ottocento, il capannone della ex-Saica, il cimitero monumentale della Mercede, la cinta muraria, la casa Manno, il Cavallino Bianco, la chiesa di Santa Croce, gli stabilimenti del crine, ...
Era sempre necessario demolire? Non si potevano forse conservare le strutture sottolineandone gli aspetti d'epoca e dando loro un nuovo utilizzo? Diciamo ai giovani: “Qui c'era il cimitero con tante sculture e lapidi che testimoniavano l'esistenza di cittadini che hanno vissuto due secoli fa, in questa zona sorgeva la stazione di fine ottocento, di fronte c'era uno stabilimento che ha dato lavoro a tanti algheresi, e poi c'erano tante fabbriche del crine, e qui è nato Giuseppe Manno, ma adesso c'è una piazza, la città era tutta racchiusa da alte muraglie, c'erano tanti rivellini, e qui c'era il Cavallino Bianco, una terrazza dove gli algheresi venivano a godere delle belle giornate di sole, mentre là c'era la sinagoga ebraica, ...”
Insomma, un libro di storia a cielo aperto. Per non parlare del pozzo sacro di epoca nuragica della Purissima, del quale non rimane traccia e della ricca e sorprendente zona del Qualtè ormai ricoperta da pavimenti che hanno scritto la parola “oblio” sul Medioevo algherese.
Passata la nostra generazione anche queste memorie spariranno. Allora sarebbe bello poter capire se il passato ha un valore che supera il tempo oppure è vecchio, inutilmente ingombrante, un peso di cui alleggerirsi.
Alghero città turistica. C'è anche chi vive di passato, di ciò che ha attraversato i secoli per raccontarci vicende insospettabili di lavoro, di fatica, di voglia di superare le difficoltà per cercare di raggiungere migliori condizioni esistenziali per sé e per i figli. Ci sono personaggi che hanno dato tanto al luogo nel quale sono vissuti, dei quali non si conserva neppure il nome, già scritto su lapidi distrutte perché obsolete, antiquate, precocemente dimenticate.
Ma non sono i cittadini a decidere. Noi dobbiamo solo subire decisioni delle quali non arriviamo a capire la logica neppure se mettiamo in campo tutte le nostre capacità di ragionamento. Cerchiamo di giustificare, di comprendere, ma non riusciamo ad arrivare fino in fondo. Inutile! Ci si presenta sempre una città murata, con la sua stazioncina sul mare dove da studenti prendevamo di corsa il treno, la vecchia casa Manno con la lapide che ci ricordava la nascita dell'autore della “Storia della Sardegna”, il Cavallino Bianco con il suo ghiaino che sembrava fatto di confetti, l'ex-Saica, così brutta ma così suscettibile di diventare altro, e il vecchio cimitero monumentale, luogo deputato a conservare la memoria di quanti ci hanno consegnato la città perché facessimo di più e meglio.



Il Cavallino Bianco, terrazza sul mare, negli anni cinquanta è stato edificato su progetto dell'architetto Antonio Simon Mossa e ha preso il nome di Cavall Marì. Subito dopo è diventato il Night Club "El Fuego". E' stato poi trasformato in discoteca e ristorante: il Tris Blu, poi Caligola. 
Da ultimo il Comune ne ha fatto uno spazio culturale - sala convegni fino almeno al 2011. Regno incontrastato di vandali e piromani, oggi è un rudere brutto da vedere e pericoloso per i tanti che, nonostante il divieto, vi salivano sopra prima che la zona fosse tutta transennata. 
Perché non ripristiniamo la bella terrazza sul mare? O aspettiamo che il degrado e l'incuria facciano il loro corso?



Rimaniamo increduli e sconcertati di fronte a decisioni che cancellano ogni traccia del passato. Dopo tanti anni di scavo archeologico nel Qualtè, dopo la scoperta di un cimitero medievale così esteso da essere uno dei pochi esempi nel Mediterraneo, vediamo che ogni traccia è stata nascosta allo sguardo di chi vorrebbe vedere, vorrebbe conoscere, vorrebbe capire. Ci chiediamo: perché?
Vorremmo solo conoscere le motivazioni di tale obliterazione dato che a noi comuni mortali sembrava naturale che la zona fosse messa in evidenza sia per lasciare ai cittadini la possibilità di confrontarsi con il proprio passato, sia per dare al turista il modo di apprezzare lo spessore storico del luogo prescelto per le sue vacanze.
Il complesso del Qualté è stato un luogo praticato da tanti cittadini. Nel dopoguerra è stato occupato dagli sfollati, poi dai senzatetto. Fino agli anni sessanta i ragazzi vi frequentavano la scuola media, e il cortile era la palestra. Poi la scuola media si è trasferita in via Tarragona e il suo posto è stato preso dalla Biblioteca Comunale mentre in un altro ambiente è stata allestita la Biblioteca di San Michele. 
Era alta dunque l'aspettativa dei cittadini di vedere cosa celassero quelle pavimentazioni. Ma ciò che era sepolto è stato di nuovo interrato. Solo una mostra fotografica può darci una pallida idea dei ritrovamenti. E di questo dobbiamo ringraziare l'archeologo Marco Milanese che ha reso pubblico il suo lavoro in tempo reale.
Posso affermare che il sentimento comune è una grande delusione mista anche a rabbia, perché chiunque è in grado di capire l'importanza di un tale sito in una città turistica.
Dubito che gli algheresi possano avere delle risposte da una classe dirigente palesemente insensibile ai contenuti culturali anche quando ci sarebbero dei ritorni economici. Chissà da che cosa dipende! Certo che tutte le ipotesi sono plausibili: l'ignoranza, il disinteresse per quanto esula dal proprio immediato tornaconto, la pressante preoccupazione quotidiana di mantenersi sulla poltrona, e in definitiva il mancato amore per la propria città.
E se così non è, vorremmo sapere se tali decisioni spettano ad altri, quale ruolo ha la Sovrintendenza ai beni archeologici e culturali, insomma a chi dobbiamo nel bene e nel male, la manomissione del nostro territorio.
Credo che la trasparenza contempli che si possano individuare i responsabili di decisioni che comunque ricadono su di noi e che se ne possano almeno conoscere le motivazioni.

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giovedì 8 maggio 2014

Governo fallito di paese fallito




Un governo fallito di un paese fallito

Più passa il tempo, più diventa lampante lo squallore di questo nostro Stato. Solo un governo fallito può illudere i cittadini di assisterli con un obolo. Ma dove cavolo è andata a finire la funzione di valorizzazione delle risorse territoriali ed umane delle amministrazioni pubbliche? Questi mentecatti che si sono autoproclamati onorevoli stanno operando la totale distruzione di ogni possibilità di vita di milioni di persone.
E quel che sconcerta di più è l'acquiescenza di coloro che si lasciano sopprimere aspettando ancora la salvezza da esseri interessati esclusivamente a spolpare il paese per il proprio bengodi.
Sveglia! Non è con il voto che si ottiene la dignità dell'esistenza! Guardiamoci bene intorno e cerchiamo di adattarci alle circostanze creando attività lavorative in base alle nostre attitudini. Non aspettiamo aiuto da nessuno, perché nessuno ci aiuterà. Nella morsa di una società dove il malaffare e la delinquenza hanno la meglio non ci resta che renderci invisibili e pensare a sopravvivere. Non ci lasciano scelta. Ma tutto ciò passa attraverso la consapevolezza che siamo stati abbandonati e che dobbiamo arrivare ad una nuova organizzazione che rigetta i sistemi politici attuali per un nuovo modo di amministrare che vede il cittadino impegnato in prima persona. I tempi sono maturi per una gestione delle risorse fatta in prima persona dai cittadini visto che ormai tutti hanno adeguata istruzione e sensibilità per il bene comune. E ricordiamo che il bene comune arriva dopo il bene individuale. Se i singoli sono in difficoltà non può esserci una vera società. 
In Italia non si sta affrontando la crisi, ma si sta continuando a dilapidare i nostri soldi, punto e basta. Dove sono le leggi per liberalizzare il lavoro? Dove sono le leggi per azzerare (e dico azzerare) i costi della politica? Dove sono i veri tetti ad emolumenti vari? Dove sono le leggi per togliere la protezione assurda a tante professioni? Dove sono i provvedimenti per consentire ai giovani di intraprendere un'attività lavorativa autonoma? Troppo comodo continuare a godere di privilegi mentre il resto del paese è totalmente escluso dall'utilizzo delle risorse comuni.  
Tutti i distruttori del paese se ne devono andare, occorrono cittadini che si dedichino al governo per tempi limitati con uno stipendio da semplici impiegati. Sono sicura che ci sia la fila di persone che farebbero questa esperienza causando sicuramente meno danni di questi mentecatti avidi e insaziabili, ormai privi di qualsiasi capacità che non sia quella del malaffare.
In alternativa, chi ha capito la situazione, farà di tutto per fare gli affari propri e certo non andrà a dare man forte a tanta delinquenza. Anche senza il mio voto i malfattori continueranno ad affossare il paese, ma avrò la coscienza tranquilla, perché di sicuro io mi sono dissociata.

Le elezioni ad Alghero non daranno alcun risultato per la città poiché nessuno è più in grado di arginare la decadenza che balza agli occhi di chiunque si aggiri per le strade della città. Occorre stravolgere le regole, staccarsi dalla mangiatoia pubblica, e nessuno lo farà. Per questo la città continuerà a morire, così come accadrà all'Italia e a tutti quei paesi che vorranno governare oggi con il malaffare di ieri.
Qualcuno si sveglierà?

venerdì 21 febbraio 2014

Poesie di Rafael Catardi


I Bastioni dal mare - Tempera di Franco Ceravola Rosella


In internet si possono trovare alcune notizie del generale algherese Raffaele Catardi (1892- 1974)  ma ho notato che non c'è neppure una sua poesia. Ritengo che la sua produzione poetica sia importante per i contenuti e per la bellezza del verso, e così ho pensato di pubblicare i testi che conosco.  
Attraverso le sue parole rivive l'Alghero del passato con i suoi personaggi e le sue atmosfere ricche di colori, di suoni, di odori dei primi del Novecento. La sua penna si trasforma nel pennello di un pittore e in un attimo balzano davanti ai nostri occhi i vicoletti con le gabbie di cardellini, i bambini che giocano, le donne che chiacchierano, i cieli attraversati dalle rondini. Ci sembra veramente di vedere e di sentire ciò che lui evoca con versi semplici, senza il minimo artificio, con parole comuni che risvegliano sentimenti profondi ed essenziali, quelli che fanno parte del nostro più ancestrale patrimonio emotivo. E' difficile scorrerli senza farsi coinvolgere dalla loro forza vitale e dalla magia che riescono a creare.

Se chi legge le seguenti poesie vuole esprimere il proprio parere o sapere altre notizie o avere delle spiegazioni sui vocaboli può scrivere un commento oppure mandare una e-mail a tilgio@virgilio.it.

Ciù Tarrat era un poeta improvvisatore vissuto ad Alghero a cavallo tra il 1800 e il 1900. Si dice che fosse cieco. Questo è il testo in algherese con grafia catalana della poesia Ciù Tarrat. 

XU TERRAT
Paraules de Rafael Catardi
Musica de Angel Ceravola

Vengut se n’és Nadal! Enguany també,
segut com só sol sol a la foguera*,
se’n venen a trobar-me, bonament,
persones mortes de tant anys endrera.
És entrat xu Terrat ; he entés la veu
vibrar giniosa de galanteria :
- Dèu vos dongui salut i providència !
Vós bella duenya, flor de povidia !-
I l’han segut a mig de l'aposento
calenta de l’olor del papassino;
i al sò de les poesies que emprovisava
lo cap li tremolava de continu.
Me record que segut al sou genoll
plorava, txitu, llàgrimes així :
estrenyiment de cor, estrenyiment,
anhel d’una rondalla sense fi.
Se n’ anava: la front al cel llevada,
del toc del sou bastó prenia confiança,
content com una pasqua i de cada ala
arregalat de càriga i de pansa.
Llimòsina? No, mai! Que si qualqui ù
fossi atrivit una paraula mala
llampar se fóra vist del gran desdeny
la llum de la sua front ja despagada.
Ascolti, xu Terrat! Si és ver que ont séu
se coneix de aquest mon la veritat,
i veu clar que la ploma mia la mou
un sentiment de amor i de pietat,
oh, quan repicarà la mia trist’hora
i dur serà l’afany del gran viatge,
deixi-me de vostè seure a la vora,
deixi-me de vostè prendre coratge.
Deixi-me entendre encara la rondalla,
després reprengueré lo meu camì;
escomençava aixì : “Pica la palla...”
i me creieva no tenia mai fi!


* Il termine foguera (pr. fughera) in algherese significa "pietra focaia" mentre il camino è la ciminera che indica anche lo scarico dei fumi, oppure, con termine sardo, è il foguiri (pr. fughiri).



La Torre di San Giacomo dal mare - Tempera di Franco Ceravola Rosella

Raffaele Catardi era nato il 26 novembre 1892 in via Columbano da Salvatore e da Rosina Arca. Pare però che abbia vissuto la sua infanzia nel vicolo Peretti, un carrarunet che si trova tra i Bastioni Marco Polo e la via Cavour, ma questa non è una notizia certa. A quel vicoletto il generale ha dedicato una poesia musicata poi da Ciro Fadda.

Questo testo e il successivo sono scritti così come si leggono, in grafia italiana.

CARRARUNET


De la mia mignunìa carrarunet,
quanta mai ans t'è pultat al cor.
Ascì com t'è dasciat … eras prubet
ma a la taldeta ta vistivas de or.
De or, de veus, canzonz i gliumeretas
de prols de mignunetas i de risetas.

Ma'n so gitat nel mon pe ma fè homa
so tunat prè de ans i astrachitut
agliunt de tu carrarunet astret
lu goc de la vira havia paldut

Tot ès coma primè, a la taldeta
lu sol ta visti de or i de racaras (orecchini)
lus nigrils (le rondini) sa consighin, Gliusieta
fa sempra las suas gliongas ciaciararas;
la gata hi salpa 'l pesc de la grieglia
i bruja 'l sufrigit a la pareglia.

Tot ès coma primè, sol una veglia,
senza mès acunhort (conforto) i ni sarut
no abita mès al meu carrarunet
Ma vuriva agualdà ... ma no ha pugut.


Il cardellino chiuso in una gabbia di canna ha ispirato una poesia che va oltre la triste condizione del povero uccellino e porta a riflettere sull'insensibilità di tanti. La Caldanera è stata musicata da Giuseppe Loi. (Grafia italiana)

LA CALDANERA

Anant a Carrafuffas, las baldissas (siepi)
son frescas com las rosas i al varanu,
com s'alza 'l sol i che la fror ascrata, (sboccia)
canta una caldanera an cara mata.

Prafum de multa trenda i de dunzel (assenzio)
de ont sighivas cantant lu valdarol, (verdone)
la fuglia de l'aglior (alloro) a l'alba crara
de gutetas de prata era pintara.
Mai mès no cantaràs, o caldanera,
pe' las baldissas frescas de rusara; (rugiada)
non cantaràs, mai mès no cantaràs!
Del camì l'alagria s'an ès anara.

I tu cantavas ascquatant aluta, (scuotendo allegra la coda)
dant aghèiu al pinsam (scricciolo) de mata an mata,
finzas che un dia de negra malaura (sfortuna)
de l'homa ne l'angan no sès calgura.
I t'han tancat a una prasò de cagna.
- Che canta i fa alagria –  diu la duegna,
che no cunesc la tua durò de cor:
hi ha gent che riu ont no hi ha sol che pror! (c'è gente che ride dove c'è solo pianto)

Mai mès no cantaras, o caldanera,
per las baldissas frescas de rusara;
non cantaràs mai mès, no cantaràs,
del camì l'alagria s'an ès anara.


I vocaboli algheresi scritti con la grafia catalana si possono cercare al seguente indirizzo:
http://www.algueres.net/

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tilgio@virgilio.it



mercoledì 12 febbraio 2014

Elezioni sarde 2014

ELEZIONI SARDE


Se vogliamo continuare questa ridicola farsa del voto, andiamo pure domenica a votare i boia che ci stanno stringendo lentamente e inesorabilmente il cappio al collo.
Hanno rinunciato a rubarsi lo stipendio? Hanno forse detto di voler condividere i disagi con la popolazione? Hanno forse lasciato intendere che faranno di tutto per far sì che le risorse a disposizione dell'Isola siano distribuite il più equamente possibile tra i sardi?
No! Non lo hanno fatto perché sanno che tanto verranno eletti lo stesso, che prenderanno lauti stipendi per cinque anni e che avranno una congrua pensione quando andranno via. Nel frattempo potranno divertirsi con furti, malaffare, truffe alla popolazione e quant'altro riusciranno a mettere a segno.
Andate a votarli! Mettete la vostra firma sui loro intrighi invece di chiedere regole nuove per limitare a un mandato la loro elezione, a 2000 euro il loro stipendio senza nessun privilegio, e tribunali che li condannino veramente quando li trovano colpevoli.
Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere la catastrofe economica che ci livellerà tutti al basso. Ma non è giusto che nella catastrofe ci sia ancora qualcuno che vive nel paese delle meraviglie non si è ancora accorto di nulla!


lunedì 18 novembre 2013

Alghero - Fine Ottocento



Il porto di Alghero nel 1800
Immagine tratta dal  libretto della mostra "Il Porto di Alghero nell'Ottocento" allestita ad Alghero nella Torre di San Giovanni il 18 dicembre 1993.

La ricerca che sto conducendo sulla famiglia Ceravola di Alghero mi ha portato ad approfondire alcuni aspetti della vita cittadina dell'Ottocento e dei primi decenni del Novecento. Ritengo che il seguente articolo sia di grande interesse per inquadrare il profilo economico di quel periodo e per spiegare, almeno parzialmente, il gran numero di bambini che morivano in seno alle famiglie in quegli anni e l'alto numero di bambini abbandonati e lasciati alla ruota. Sono venuta a  scoprire una grave crisi che privava le persone perfino di quel minimo necessario per sopravvivere. E, anche allora, il Governo si mostrava aguzzino e complice nell'emarginare i più deboli.

Il seguente articolo è tratto interamente dalla pubblicazione di "100 Anni della Nostra Storia" che "La Nuova Sardegna" stampò nel 1992 per celebrare il centenario del giornale che divenne quotidiano il 17 marzo 1892.

ALGHERO APRE ALL'EMIGRAZIONE

Ad Alghero la sorte accordò un privilegio non lieto: quello di offrire, negli ultimi anni del secolo scorso, un apporto vistoso – probabilmente il primo – all'emigrazione sarda, flusso che, dapprima di entità esigua (una media di 144 partenze l'anno fra il 1880 e il 1890, di 660 partenze l'anno fra il 1890 e il 1900), si sarebbe andato ingrossando via via, fino ad assumere una consistenza rilevante nei primi due decenni di questo secolo. Non fu, è certo, il fenomeno di massa che in altre regioni lasciò disabitati i paesi, deserte le campagne. Era però paradossale, poiché in Sardegna la densità della popolazione – una trentina di abitanti per chilometro quadrato – era la minore d'Italia. Si fuggiva da una regione già di per sé spopolata, le cui risorse non bastavano a nutrire coloro i quali avevano la ventura d'esservi nati e di vivervi.
"Ieri – riferiva «La Nuova Sardegna» il 4 agosto 1897 – partiva da Porto Conti la terza spedizione di emigrati, composta da 48 famiglie rappresentanti 238 individui, dei quali 117 al di sotto dei dieci anni. Si imbarcarono sul piroscafo 'Capraia', appositamente noleggiato, giunto da Genova alla mezzanotte di ieri. Questo li porterà a Cagliari, d'onde verranno trasbordati sull' 'Attività' che li condurrà in Brasile. La partenza degli emigrati non era vicenda alla quale la città restasse estranea: 'Già da sabato si notava in Alghero un tramestio insolito, era un andirivieni di carri che trasportavano alla banchina le poche masserizie degli emigranti, quelle che non erano riusciti a vendere, o che giudicavano indispensabile avere con sé. Si vedevano per le vie gruppi di uomini, attorno ai quali la folla faceva cerchio. Il tema dei discorsi era l'imminente partenza."

Le immagini che affiorano nel lungo racconto sono quelle che la densa letteratura che ha per argomento l'emigrazione dalla metà del secolo scorso ha reso familiari: 'Dopo la mezzanotte la triste carovana si mise in moto per Porto Conti. Era un lungo convoglio di carri a buoi ed a cavallo. I più seguivano a piedi (…) Attorno alla cantoniera erano circa seicento persone, quasi tutte popolani. Pareva ci si fosse fatto un grande bivacco. Tutti avevano il viso scialbo per la notte insonne e per l'emozione che li dominava. Le donne in ispecie, accoccolate intorno ai fuochi i cui ultimi tizzi si spegnevano, avevano gli occhi arrossati dal pianto (…) Alle sette gli emigranti cominciarono ad imbarcarsi (…) Alle dodici l'imbarco era finito. Il capitano e l'agente d'emigrazione allora li fecero passare tutti a poppa e poi sfilare un'altra volta, famiglia per famiglia, per controllare il numero e l'identità dei partenti.' 

la seguente tabella mostra la consistenza dell'emigrazione negli anni 1896 e 1897.


Data
Numero famiglie
Numero persone
Media persone per famiglia
05/08/96
9
40
4,44
03/06/97
24
128
5,33
03/08/97
48
238 
4,96
20/08/97
30
136
4,53
TOTALI
111
542
4,88


In realtà alla spedizione del 20 agosto parteciparono intere famiglie di Villanova, Usini, Putifigari, Mara, Padria e Pozzomaggiore, ed altre spedizioni sarebbero seguite.
Ma, al di là delle sofferenze individuali e dalla somma di drammi che la vicenda dell'emigrazione comportava, sarà utile tentar di capire quali, in concreto, fossero le forze che spingevano ala fuga da luoghi nei quali non esisteva più speranza.
«Pare inesplicabile – osservava “La Nuova Sardegna” il 5 agosto – l'emigrazione degli algheresi, perché sono ben poche le città che possono contare sulle risorse del mare e sulle risorse della terra. Una città favorita dalla natura come Alghero, con oliveti, vigne ed orti fertilissimi, con una marina incantevole quanto ricca di pesci, dovrebbe trovarsi in condizioni di prosperità economica da destare invidia. Invece si va spopolando: la ventesima parte della sua popolazione è già partita; e se l'esodo continuerà progressivamente, fra un anno ad Alghero rimarrà popolata solo la casa di pena, dove ci saranno forse più galantuomini di quelli che cagionarono la prostrazione della patria.
Perché – si chiedeva il giornale – emigrano gli algheresi?»
E suggeriva una spiegazione: il sequestro e la vendita all'asta dei beni di coloro i quali non erano in grado di pagare le imposte. Era una spiegazione dl tutto ragionevole, poiché il fenomeno aveva larghissima diffusione. «In un solo elenco di subastati, fra i contribuenti di Alghero e di Olmedo, per 8.033 lire d'imposta si metteva all'asta una proprietà fondiaria del valore di lire 150.882. Col continuo indemaniamento, con l'inasprimento delle imposte, tutte le energie sono venute meno e la miseria è divenuta generale.»
Se tutto questo avveniva, vi dovevano essere responsabilità precise e non lievi del potere politico.
«Da molto tempo fu domandato un sollievo nell'imposta fondiaria, ed il governo ha continuato ad aumentare le spese. Da molto tempo furono invocate agevolezze nei trasporti, ed il governo ha continuato a badare solo alle importazioni aumentanti le entrate doganali. Da molto tempo furono invocati aiuti alle piccole industrie, ed il governo ha continuato ad occuparsi della questione d'oriente. Da molto tempo fu reclamata la bonifica delle terre oggi incolte, ed il governo ha continuato a studiare la colonizzazione dell'Eritrea.»

Ma al giornale, espressione di punti di vista della borghesia, sfuggivano altre importanti cause. I contadini si trovavano in una situazione di estrema povertà come fu evidenziato da indagini condotte dagli economisti nei primi anni del 1900. Il salario di uno zappatore nelle campagne di Sassari variava, a seconda delle stagioni, fra una lira e venticinque centesimi e una lira e settantacinque centesimi per un'intera giornata di lavoro che si protraeva anche per dodici ore. A Sassari, alla mattina, appena spuntava l'alba, i contadini si recavano in una delle tre piazze vicine alle antiche mura della città, nella cosiddetta “portha” ed esibiva l'opera sua ai proprietari o ai loro intermediari.

Ma vi erano braccianti agricoli che vivevano e lavoravano in condizioni anche peggiori, e dovevano accontentarsi di un massimo di una lira al giorno. Per i lavori più faticosi, come la trebbiatura o per quelli più specializzati come la potatura e la vendemmia, si andava delle due alle tre lire.  
Le donne e i ragazzi avevano una paga molto più bassa. I ragazzi erano pagati da 0,25 lire a 0,60, le donne da 0,60 a 0,75, o anche una lira per lavori particolarmente faticosi o che richiedevano speciali abilità. I reddito dei contadini era in gran parte dei casi insufficiente a soddisfare le necessità primarie della vita e l'agricoltura andava verso un progressivo impoverimento. Vaste estensioni di terra destinate a cereali erano lasciate incolte o tenute a pascolo perché la coltivazione del grano non rendeva più.
I Sardi allora emigrarono. Inizialmente andarono in Brasile, poi in Francia, nell'Africa mediterranea e infine in U.S.A. e in Canada. Da alcuni calcoli risulta che intorno al 1914 i sardi emigrati all'estero erano circa 80.000 e  i Sardi sparsi nella penisola erano 26.630. Allora la Sardegna contava 850.000 abitanti.
Fu una grande crisi che dal 1887 investì la Sardegna e colpì Sassari e Cagliari dopo una fase di rapida crescita economica, demografica ed urbanistica attuata tra il 1870 e il 1887. A tale situazione si può associare Alghero. Anche nella nostra città furono abbattute le mura che stringevano l'abitato e lo separavano dalla campagna circostante. Anche ad Alghero la borghesia abbandonò i palazzi del centro storico per costruire le nuove dimore al di là delle vecchie mura e lungo il mare mentre le famiglie di contadini, pastori e pescatori si ammassavano nei sòttani e nei vecchi palazzi ormai fatiscenti dove vivevano in spazi ristretti, senza aria e senza luce, in condizioni igieniche precarie. E poi arrivò la crisi. Dopo il 1887 si interruppe il processo di espansione urbanistica, l'attività edilizia dovette essere sospesa lasciando senza lavoro molte centinaia di operai.
Il giornale commenta: «Vennero poscia in questi ultimi anni, quasi contemporaneamente, le crisi finanziarie, la fillossera, la rottura dei trattati commerciali con la Francia, la mancanza e il rinvio dei nostri prodotti agricoli – dolorosa processione di mali – i proprietari si accasciarono sotto il peso delle imposte su beni divenuti improduttivi, i comuni languirono dissanguati dalle estorsioni del governo, e i lavori, le costruzioni, cessarono quasi ad un tratto, facendo sentire il contraccolpo di tante miserie più dolorosamente che ad ogni altro sulla massa dei lavoratori che vivevano alla giornata.









lunedì 26 agosto 2013

Monte Minerva



Domenica 25 agosto 2013 - h 17,56
Arriviamo alla Riserva naturale di Monte Minerva, come dice il cartello


Passeggiata a Monte Minerva, favorita dal fatto che queste giornate hanno una temperatura ideale.
Arrivati a Villanova Monteleone si prosegue verso Monteleone Roccadoria per raggiungere il Monte. Si posteggia presso Su Palattu. La prima salita è un po' ripida ma è resa piacevole dal viale alberato con conifere, pini, e cipressi molto alti. La strada si può percorrere agevolmente con l'auto quindi a maggior ragione è facile per chi vuole camminare.
La strada lunga 4700 metri ha estesi tratti pianeggianti e qualche dolce discesa. Ai lati si possono osservare lecci, qualche roverella, mirti, molti lentischi e pini.
Da notare grandi rocce scavate da pioggia e vento. Il panorama si spezza a volte contro altre alture oppure ci porta  molto lontano. Ai piedi vediamo una vallata che ospita allevamenti di ovini e bovini, punteggiati da alberi isolati e macchie scure tra il giallo dell'erba falciata.

La vallata dovrebbe essere Sa Cozzula, un'antica caldera vulcanica trasformata in valle dal passaggio del rio Trainu de Badde Muttiga.


Infatti Monte Minerva è un vulcano spento alto poco più di 600 metri. Come molte alture della Sardegna ha un profilo trapezoidale. Sulla sua sommità  si trova una vasta  zona piana. 


Tra le rocce un leccio è riuscito a crescere e sopravvivere.


Lungo la strada troviamo un percorso da trekking di 700 metri che porta sulla cima, superando un dislivello di 200 mt.




Al ritorno notiamo pigne di tasso sul viale di accesso al monte





Lungo la strada del ritorno troviamo alcuni asinelli molto socievoli che ci vengono incontro.



Ecco in lontananza Monteleone Roccadoria




Qui si vedono anche le case del paese.  (Foto 31.7.2011)


(Foto 31.7.2011)



Naturalmente il toponimo "Minerva" merita alcune considerazioni.
Anche Alberto della Marmora ne aveva osservato la stranezza e lo aveva elencato tra i nomi particolari riconducibili a denominazioni antiche insieme a Luna-Matrona, Martis, ed Erculentu.
Giovanni Francesco Fara (1586) dice che Minerva è centro posto "alle pendici di un altissimo monte dello stesso nome, le cui rovine vedonsi ancor oggi". Lo colloca nella regione Monteleone appartenente alla diocesi di Bosa.
Il canonico Angius dice che il territorio di Villanuova Monteleone è bagnato "dal Temo ed anche dal rio Minerva..." Inoltre dice che "I giusdicenti di Minotadas e di Minerva risiedono in Villanuova".
Parlando della provincia di Alghero Angius precisa che i tribunali sono costituiti ne' capoluoghi dei mandamenti. Quindi elenca i mandamenti e tra questi figura Minerva. Aggiunge che "..mancando Minerva di propri vassalli, cui si amministri la giustizia, per essere deserti i loro territori ... la loro giurisdizione non si esercita che in alcune occorrenze, dicendosi solo la ragione, quando trattisi di cose appartenenti a queste montagne o terreni denominati feudali, ovvero di delitti ivi commessi, o controversie tra i contadini che vi seminano, tra i pastori che abbiano preso in appalto i pascoli."
In seguito l'Angius elenca Minerva tra i dodici feudi compresi nella provincia di Alghero.
Da queste poche notizie si può dedurre che Minerva fosse un piccolo centro abitato, presumibilmente di età romana,  posto ai piedi del rilievo.
Già nel cinquecento era disabitato e in rovina e divenne un feudo senza abitanti.
Questo nome si ritrova anche ad Alghero perché c'è la Via Minerva o Vicolo della Minerva che prendeva il nome dai conti della Minerva, presumibilmente i feudatari della zona di Minerva.
Michele Chessa scrive: " Via Minerva ha preso il nome dai conti della Minerva che avevano una casa nella stessa strada ed erano imparentati con i nobili  De Arcajne e Maramaldo". 


Salvatore Colomo: Guida alla natura della Sardegna, Editrice Archivio Fotografico Sardo-Nuoro, 1992
Giovanni Francesco Fara: Geografia della Sardegna , Editrice Quattromori, 1975
Vittorio Angius: Città e villaggi della Sardegna del'Ottocento, Editrice Ilisso, 2006
Alberto della Marmora: Viaggio in Sardegna, Editrice Archivio Forografico Sardo-Nuoro, 1995
Michele Chessa: Racconti Algheresi, I volume, La Celere, 1976


Ecco ora gli appunti di una mia precedente escursione con i tempi di percorrenza e la descrizione della cima.
Monte Minerva - (Domenica 07.10.2001)
Partiti da Alghero alle ore 9. Arrivati ai piedi del monte alle ore 10, abbiamo iniziato a salire limitando al minimo il peso delle borse. C'era il sole e il forte caldo era mitigato dal vento. Siamo arrivati sulla cima alle ore 11,40 e poco dopo abbiamo mangiato. Quindi abbiamo visitato il pianoro. All'estremità c'era una stazione di pompaggio della sottostante diga del Temo. Tra la vegetazione abbiamo scorto due pernici che al nostro arrivo sono volate via. Un grande falco volteggiava sulle nostre teste.
Nei pressi c'era una piccola costruzione di legno con una veranda coperta, utile in caso di pioggia. C'era inoltre un tavolo di pietra con sedili e un grande serbatoio di plastica con il rubinetto contenente acqua. Il tavolo si trovava sotto un grande albero (leccio?) il cui tronco,  dritto alla base, si era piegato per la forza del vento e  faceva un angolo quasi retto. Le sue lunghe e folte chiome mandavano una grande ombra sul tavolo. Era l'unico albero maestoso dell'altopiano. Le altre piante, in prevalenza lecci e alcuni peri selvatici, erano più piccoli e stentati, tutti curvi nella direzione del vento. Vi era numerosa macchia mediterranea: mirto, cisto, grandi lentischi. Vi erano alcune piante di pino di una decina di anni.
Dai bordi dell'altopiano trachitico si vedevano alcuni paesi: Monteleone Roccadoria, Romana, Villanova, e in lontananza Ittiri. C'era anche una bella vista dell'invaso artificiale del Temo. La giornata era nuvolosa e non molto limpida.
Abbiamo preso un sentiero sulla sinistra e siamo arrivati ad un muretto che sbarrava una vecchia strada lastricata con pietre. Tornati indietro abbiamo percorso il sentiero centrale e siamo tornati al luogo dove avevamo mangiato. Alle 14,35 abbiamo iniziato la discesa. Le nuvole minacciavano pioggia e non abbiamo sostato. Ho raccolto alcune pietre stratificate di colore rosa salmone e rossiccio-marrone. Forse è marna. Le rocce del monte sono prevalentemente basalti neri e trachiti rosse. C'erano grandi massi precipitati dalla sommità. Potenti strati di roccia chiara delimitavano il sentiero. Sul pendio si notavano splendidi esemplari secolari di roverelle, lecci e sughere con chiome folte e articolate. Arrivati quasi alla base il viale è affiancato da maestose conifere messe a dimora da molto tempo. C'erano conifere con curiose pigne che sembrano quasi involucri del baco da seta, di colore chiaro grigio-verde, abeti con piccole pigne di colore marroncino chiaro in formazione, cipressi, pini con pigne da pinolo e altri con pigne dai pinoli più piccoli. Sulla destra, dentro al prato, c'è un esemplare di olivastro con una chioma enorme. Vicino al suo tronco c'è un masso.

domenica 18 agosto 2013

Nuraghi


Ittireddu: Nuraghe Funtana

Ittireddu. Nuraghe Funtana

"Muti e maestosi giganti si ergono sulle alture e nelle vallate. Il loro linguaggio è ormai affidato alle pietre che, una sull'altra, ripetono forme circolari in spirali che si restringono smpre più fino a chiudersi. Senza un inizio né una fine, l'immaginaria spirale sale verso il cielo, sempre più in alto.
Tutta la nostra scienza si scontra con indecifrabili quesiti e tutta la nostra volontà di conoscere si blocca di fronte ai megaliti che ci sovrastano. Cunicoli, nicchie, stanze, pozzi, antemurali, piombatoi, scale, tholos, feritoie ... oggi li abbiamo chiamati così. Come li chiamavano i nuragici? Come hanno potuto concepire una costruzione così ardita senza lasciare traccia dei disegni che senza dubbio sono stati indispensabili per procedere nella costruzione? E come un così esiguo popolo ha potuto trovare energia eccedente da dedicare a queste opere, e da chi ha mutuato la tecnica indispensabile? E a quale scopo ha riunito tanti uomini per un lavoro che non era di stretta utilità individuale, ma era rivolta ad una utilizzazione sociale o ad una élite? Un pesante silenzio sovrasta i macigni nuragici. A noi rimane l'inquietante desiderio di penetrarli, visitarli, osservarli in ogni particolare, con l'inutile speranza di decifrare il linguaggio delle pietre, di trovarvi qualche segno, qualche arcana impronta che ci apra scenari arcaici e suggestivi, ormai irrecuperabili."

Così scrivevo il 17 aprile 1978. Due o tre anni prima avevo visitato il nuraghe di Barumini. Ero andata in una giornata di fine dicembre. Allora non c'erano guide, e non c'era proprio nessuno. Con mio marito sono entrata in questa incredibile costruzione e l'abbiamo scoperta stanza per stanza. L'impressione è stata fulminante. Conoscevo già il Palmavera ma a Barumini ho provato delle emozioni irripetibili che ricordo bene ancora oggi. Chissà quale evoluzione avrebbe avuto il popolo nuragico se lo avessero lasciato sviluppare in un contesto di scambi pacifici, come era avvenuto con i Fenici. Ma la pace è un sogno che non fa parte della storia. Ci rimane solo una grande amarezza per il passato e per il presente, nella constatazione che l'uomo non può trovare l'armonia del quieto vivere nel rispetto di sé stesso e degli altri, ma è succube dell'ingordigia che rende la sua vita un inferno. Ieri come oggi e, forse, come sempre.


Ittireddu: Sughero inserito nella muratura del nuraghe Funtana.

giovedì 23 maggio 2013

Modelli in 3 D

Modelli realizzati in tre dimensioni con macchina stampante.


Modello della chiesa Notre-Dame du Hot del celebre architetto Le Corbusier
Notre-Dame du Hot è una cappella situata a Rongchamp presso Belfort in Francia






Modello della cupola di San Michele di Alghero


Modello della torre di Porta Terra di Alghero



Modello del Portale gotico della Cattedrale di Santa Maria che porta al Campanile


Modello della facciata del Ristorante "Al Tuguri"

Per i modelli contatta:

giovedì 16 maggio 2013

Alghero poco amata


Modello della torre di Porta Terra alto cm 4,9

Ci sono amministrazioni che amano la propria città e altre che, nella migliore delle ipotesi, non provano niente. Alghero è una città ben poco amata dagli amministratori che anzi fanno di tutto perchè le sue bellezze siano occultate, e perché l'ingegno e l'estro degli algheresi non vedano la luce. Cosa si può pensare di un'amministrazione che chiede un pagamento a chi vuole esporre le proprie opere d'arte in una struttura pubblica? Il bello è che il pagamento lo chiede a giovani artisti nullatenenti, mentre se si tratta di personaggi affermati, che potrebbero anche pagare, concede gratuitamente la struttura. Ma vi sembra che ci sia senso?
La città ha strutture pubbliche abbandonate, alcune ormai degradate, ma mai e poi mai le concederebbe a cittadini volenterosi che magari potrebbero ristrutturarle e renderle produttive. Eppure ci sono città con amministrazioni più accorte che capiscono il vantaggio: il cittadino ti risana la struttura, la mantiene efficiente, la utilizza, crea una situazione lavorativa, e risolvi il problema della struttura e del cittadino. Ma tutto ciò richiede lavoro, attenzione, capacità di decidere, e i nostri amministratori evidentemente hanno altro da fare.



Modello della cupola di san Michele alto 4,9 cm

Per i modelli contatta:
www.enricoceravola.com