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giovedì 1 novembre 2018

Halloween in Sardegna



Le vecchie tradizioni a volte ritornano attraverso il passaggio in lontani paesi.
L'antica usanza dei bambini sardi che andavano di casa in casa chiedendo frutta secca, caramelle, dolci, dicendo "A su mottu mottu" si era persa da tempo ed è tornata passando per gli Stati Uniti dove però si dice "Dolcetto o scherzetto?".
Anche l'uso della zucca intagliata è un'antica tradizione sarda.
Peccato che oggi se ne sia perso il ricordo e che si porti avanti una propria tradizione come fosse quella di altre culture.

Per altre informazioni: e-mail - tilgio@virgilio.it

lunedì 29 ottobre 2018

Alghero - Fine Prima Guerra Mondiale

CHIUNQUE VOLESSE UTILIZZARE LE NOTIZIE E I DATI QUI PUBBLICATI (ANCORA IN VIA DI ELABORAZIONE) IN CONFERENZE, STUDI, PUBBLICAZIONI, DEVE GENTILMENTE INDICARNE L'INDIRIZZO WEB E L'AUTRICE.

5 novembre 1918
La notizia dell'armistizio è arrivata in città e il sindaco Carmine Dupré si affretta ad esprimere la gioia di Alghero al generale Diaz.

Ecco la minuta del telegramma inviato.
(Archivio Storico Alghero)




Si noti come la parola saluta sia stata sostituita da acclama che evidentemente è più adatta alla circostanza.


Martedì 12 novembre il Prefetto di Sassari riceve un telegramma del generalissimo Diaz che annunzia: «Il tricolore sventola sul castello del Buon Consiglio e su la torre di san Giusto. Le truppe hanno occupato Trento e sono sbarcate a Trieste, i cavalleggeri sono entrati in Udine».

A mezzogiorno la notizia si è sparsa per tutte le vie e i vicoli di Alghero e il Vescovo Francesco D'Errico ordina che le campane delle chiese suonino a festa con il loro rapic a ball (rintocco a ballo). Inoltre organizza un corteo che si snoderà per la città con il tricolore, la musica e discorsi patriottici.
Invita quindi il Sindaco  e il Consiglio Comunale alla cerimonia che si svolgerà nella cattedrale domenica 17 novembre alle ore 16 per rendere grazie a Dio con un solenne Te Deum. La chiesa viene addobbata come per le più importanti feste, e vi è dovizia di bandiere e di epigrafi per celebrare lo straordinario evento reso possibile «grazie alle preghiere indette dal Santo Padre ed innalzate al trono di Dio dai fedeli, le s. comunioni dei bambini ed il santo sacrificio della messa, il 29 giugno 1918 celebrate da quasi tutti i sacerdoti secondo le intenzioni del sommo pontefice Benedetto XV».
Nel giugno 1918 si era combattuta una grande battaglia che D'Annunzio ha definito "Battaglia del Solstizio" ed è per questo scontro che nelle chiese si erano celebrate le messe.
La cronaca continua così:
«La domenica successiva, 24 novembre, con a capo Mons. Vescovo si andò in pellegrinaggio a Valverde, per ringraziare la Vergine benedetta della grazia ottenuta».

 ASDA Fondo Capitolo, Notizie antiche e cronache, 1.3.5. Repertorio di notizie riguardanti la città di Alghero dal 1855 in appresso, pp 129

Purtroppo, mentre la popolazione viene coinvolta in questi festeggiamenti, si registrano numerosi decessi a causa della pandemia di spagnola, arrivata in città alla fine dell'estate 1918. I morti causati dalle complicazioni dell'influenza sono stati più di un centinaio (almeno 130) tra l'autunno 1918 e i primi mesi del 1919. E proprio a causa del contagio vi sono rigorose limitazioni agli affollamenti e alla frequentazione di luoghi pubblici. Ma la gioia per la fine di quell'incubo durato per troppo tempo è tanta, che si dimenticano quelle regole imposte dalle autorità sanitarie*.

*Cento anni fa l'epidemia di spagnola, di Giovanna Tilocca,  http://www.storiedialghero.it

Il 19 novembre 1918 il sindaco Carmine Dupré apre una sottoscrizione per la neonata Fondazione Brigata Sassari che si propone di offrire assistenza agli orfani dei caduti e ai soldati mutilati.
Egli conclude il suo proclama con il seguente appello:

«Concittadini!
È dovere di tutti di concorrere a favore della  Fondazione Brigata Sassari, di concorrere ognuno in proporzione delle proprie sostanze. Il debito che abbiamo verso i nostri soldati è incalcolabile e qualsiasi sacrifizio noi faremo sarà nulla in confronto ai disagi da essi sofferti. 
Proprietari, professionisti, industriali, artisti (artigiani), operai, pastori, pescivendoli, pescatori, negozianti, contadini, esonerati, siate generosi nell'offrire il vostro obolo a favore di sì nobile e patriottica istituzione».
(Archivio Storico Comunale Alghero, 940/12/31)


I NUMERI DELLA GRANDE GUERRA


Nel periodo bellico sono morti almeno 150 soldati algheresi e 46 residenti ad Alghero ma nati in altri centri sardi. La loro età media era di circa 28 anni. 
Il tributo maggiore di morti è del 1918 con 61 deceduti.


Nella tabella si possono visualizzare le proporzioni tra le varie cause di morte dei nostri soldati. Per sei di loro non si è potuto risalire alla causa della morte in quanto non specificata (Non spec.).
Nel biennio 1918-19 si registrano 39 morti per malattia. Quasi tutti sono vittime della spagnola che ha aggravato il già pesante bilancio di caduti in guerra. L'influenza ha avuto esiti mortali in numerosi casi di contagio nelle truppe malnutrite e stremate da anni di malsana vita di trincea.
Si conoscono storie di famiglie che attendevano il ritorno di un familiare dal fronte a guerra ultimata e che preparavano grandi festeggiamenti per quell'evento che poneva fine ad un interminabile periodo di lontananza e di ristrettezze. Ma quel reduce non poté mai prendere la nave per tornare alla sua terra perché, colto da febbri altissime, era stato ricoverato in un ospedale militare da campo e lì aveva concluso i suoi giorni lontano da tutto e da tutti, stroncato da una semplice influenza. In quella terra avrebbe avuto la sepoltura e i suoi cari non avrebbero neppure potuto dargli l'estremo saluto. Sua figlia, che allora aveva cinque anni, non avrebbe più dimenticato quelle ceste e canestri colmi di dolci profumati nascosti sotto il letto, pronti per festeggiare quell'atteso ritorno. Ma la festa si era trasformata in tragedia e lei non avrebbe più rivisto suo padre.
Delle guerre emergono le battaglie, gli eroismi, le vittorie, le sconfitte, ma la devastazione che producono nella vita delle persone non viene messa in conto.
La celebrazione di questo centenario può portarci a conoscere meglio quell'antico evento per avvicinarci alla quotidianità dei soldati e delle loro famiglie con semplicità, e senza alcuna retorica.

Dati elaborati con gli elenchi pubblicati nel sito www.albodorograndeguerra.it confrontati con 
Raffaele Sari Bozzolo, Vicini cent'anni, 2015

Vorrei ora precisare un dettaglio sul conteggio delle perdite in guerra.
Sembra che il Italia siano morti circa 650 mila soldati a causa del conflitto. 
Si dice inoltre che in Italia ci sono state 400 mila vittime della pandemia*. Sembrerebbe dunque che ci sia stato circa un milione di morti fra guerra e influenza. Ma in realtà numerosi deceduti a causa della spagnola erano militari per cui non è corretto fare la somma delle due cifre poiché si rischia di contare due volte una stessa persona e nel nostro caso i numeri sono molto alti.

*http://www.treccani.it/enciclopedia/influenza-spagnola_(Dizionario-di-Medicina)/



TARGHE PER LA VITTORIA 

Ben presto arriva al Comune di Alghero la proposta di acquisto di una targa commemorativa. Tra i documenti dell'Archivio Storico si trovano alcun stampati della Fonderia Corinthia di Roma.




Bozzetto della targa che raffigura la Vittoria sollevante il simbolico Fascio Romano, e la Gloria alata che sparge allori. A destra gli stemmi di Trento e Trieste.

La targa si poteva ordinare presso la Fonderia Artistica Corinthia di Roma in tre dimensioni.
Tipo A - cm. 76 x 47    - £. 360
Tipo B - cm. 1,15 x 75 - £ 700
Tipo Monumentale - cm. 1,80 x 1,15 - £ 1.200

Secondo quanto si afferma, le targhe, che contengono "l'ultimo epico bollettino di guerra, che resterà nei secoli come il documento più alto e possente della nostra vittoria e come la magnifica sintesi dell'ultima guerra per l'indipendenza d'Italia", sono state fuse con il bronzo tolto al nemico.
Il Municipio di Roma ha già decretato di affiggere una simile targa sul sacro Colle Capitolino e la Fonderia si augura che quell'esempio sia seguito da coloro che sentono vivo l'amore di Patria e il culto per coloro che la vollero grande e indipendente.
Non sappiamo se anche il Municipio di Alghero si dotò di tale targa ed eventualmente quale dimensione scelse.
 Giovanna Tilocca


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giovedì 6 settembre 2018

Il trenino di Alghero anni Cinquanta


Franco Ceravola al centro in piedi con Maria che gli tocca la testa, e Angelino Ceravola a destra con l'abito chiaro. In basso a sinistra c'è Luisa Dettori, futura moglie di Angelino. 


SES COMA UNA ASTREGLIA
Parole di Franco Ceravola – Musica di Angelo Ceravola


Ses coma una astreglia del sel
che dona gliumera a ra nit
ses coma una fara vistira de vel
tramora 'l cor meu si ta mir.
Gliugera la veu tua cunfolt
ma dona al mamentu che pror
no asisti mignona mes beglia de tu
framara che angluina lus ulls.

(grafia catalana)
Ses come una estrella del cel
que dona llumera a la nit
ses come una fada vestida de vel
tremola lo cor meu si te mir.
Llugera la veu tua confort
me dona al momento que plor
no existi minyona mès bella de tu
flamada que enlluina los ulls


Canzone scritta nel 1956, ispirata da una ragazza algherese amica dei due cugini Ceravola al tempo delle scuole superiori quando gli studenti algheresi viaggiavano in treno per recarsi a Sassari dove si trovavano gli istituti scolastici.
In quegli anni c'era ancora il trenino con i sedili di legno e gli sbuffi di vapore che partiva alle sei e impiegava un'ora e mezza per arrivare al capoluogo. Il vagone si trasformava in un cabaret con canzoni, barzellette, battute, prese in giro. Il tempo del viaggio volava, come quello del viaggio di ritorno quando si riprendeva il treno alle 14 per arrivare ad Alghero alle 15,30 anche se allora c'era un po' di stanchezza.





Le soste di San Giorgio e di Olmedo si protraevano talvolta anche per un quarto d'ora e consentivano ai giovani studenti di scendere dal treno nelle belle giornate.
Questa doveva essere un'occasione speciale perché alcuni indossano abito e cravatta ed evidentemente c'era un fotografo. Qui le ragazze sono proprio scatenate e hanno come oggetto della loro attenzione Franco Ceravola che non si sottrae allo scherzo, anzi...
Come si può notare non mancava la chitarra che probabilmente era di Franco Niccu (che la tiene in atto di suonarla), divenuto in seguito un bravissimo chitarrista.

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venerdì 6 luglio 2018

Adelasia di Torres: leggenda e storia



CHIUNQUE VOLESSE UTILIZZARE LE NOTIZIE E I DATI QUI PUBBLICATI (ANCORA IN VIA DI ELABORAZIONE) IN CONFERENZE, STUDI, PUBBLICAZIONI, DEVE GENTILMENTE INDICARNE L'INDIRIZZO WEB E L'AUTRICE.


Dopo la conferenza organizzata dall'Associazione di Alghero Vetera et Nova, tenuta da Stefano A. Tedde sulla figura di Adelasia di Torres, ho riletto un mio articolo di ben 32 anni fa, quando ho scoperto questa figura di donna alquanto enigmatica, legata a luoghi molto importanti del nostro medioevo: Ardara e Burgos. Questa è  la relazione della mia prima visita a Burgos.

IL CASTELLO DEL GOCEANO

Mentre salgo per un ripido sentiero erto e confuso tra le rocce mi viene spontaneo pensare ad Adelasia di Torres che si è ritirata tra le mura poco ospitali di questo castello dopo un'infelice esistenza per morirvi intorno al 1256.
E' un'ulteriore conferma dell'indissolubile unità che lega la storia con i luoghi e che riesce a dare fascino e attrattiva a mute pietre che con la loro presenza testimoniano nei secoli l'affannarsi e l'affaccendarsi di tanti uomini e donne nello spazio del loro breve ed ormai lontano passaggio terreno.



Il castello del Goceano a Burgos si erge arroccato su un'altura di difficile accesso e la sua funzione era essenzialmente difensiva. La sua costruzione, ordinata dal giudice  Gonario di Torres, risale al 1130 ed il luogo fu accuratamente scelto nella zona di confine fra i tre giudicati di Cagliari, d'Arborea e di Torres, a baluardo di quest'ultimo. Con la morte di Adelasia il giudicato di Torres si sgretolava e cadeva nelle mani di alcune famiglie genovesi; anche la rocca cambiava padrone e passava ai giudici di Arborea. Nel 1353 ai suoi piedi Mariano IV di Arborea fondava il paese di Burgos. Nel 1479 il giudicato d'Arborea veniva definitivamente assorbito dagli Aragonesi e vennero così a mancare le motivazioni per le quali il luogo era stato fortificato per cui ebbe inizio il periodo dell'abbandono e della decadenza.


L'accesso alla torre è ora possibile tramite la scala a pioli. (Foto 6 agosto 2011)

Il rammarico più forte per chi visita il castello è certamente quello di non poter entrare nella torre; ormai non vi è più traccia che possa farci immergere nel quotidiano di quegli antichi tempi: non una stanza, non una sala agibile, né una qualsiasi suppellettile. 



Inquadrato dalle finestre della muraglia, il sottostante borgo si mostra lontano al mio sguardo, ma neanche questa visione così particolare riesce a distogliermi dal mio desiderio più vivo che è quello di vedere animati i silenziosi e vuoti spazi che mi circondano. Mentre attraverso lentamente il vasto cortile ricoperto da erbe selvatiche cerco di richiamare alla memoria le inquietanti vicende della vita di Adelasia.
Figlia di Mariano II di Torres fu concessa in moglie nel 1219 ad Ubaldo Visconti che così nel 1237 aggiunse al giudicato di Gallura che aveva occupato, quello di Torres. Un anno dopo, nel 1238 Ubaldo morì e Adelasia si trovò sola e senza eredi a reggere le sorti del giudicato di Torres. Lo stesso anno sposò Enzio, figlio naturale di Federico II di Hohenstaufen il quale assunse così il titolo di re di Sardegna. Pare che Enzio, diciottenne, fosse di circa vent'anni più giovane della sposa, e viene descritto come un valoroso guerriero amante delle lettere e molto ambizioso. La sua permanenza in Sardegna fu breve poiché in lui era forte il richiamo delle fastose corti d'oltremare e delle battaglie. Dall'unione, sciolta dal papa nel 1244 nacque Elena che sposò il conte Ugolino o, secondo altri, Guelfo. Enzio morì nel 1272 a Bologna dopo vent'anni di prigionia. Vicario di re Enzio fu Michele Zanche, sassarese, il barattiere di dantesca memoria e a questo punto la storia si mescola con la leggenda: si tramanda che, relegata dal marito nel castello del Goceano, Adelasia ebbe una relazione con Michele Zanche, e così nacque Agnete che andò sposa a Branca Doria.
Secondo studi più recenti Elena sarebbe nata dalla relazione di Enzio con un'altra donna. Fu lei a ereditare il titolo di regina di Sardegna alla morte di suo padre.


I contrafforti del castello poggiano sulla viva roccia.

Questa sfortunata regina senza regno fu quindi ripetutamente vittima di coloro che, con precisi scopi ed interessi, ne avevano fatto una pedina per giochi ai quali lei era rimasta sempre estranea. Ma il momento più doloroso fu senz'altro quello dell'abbandono di Enzio che la costrinse a lasciare il castello di Ardara, capitale del Logudoro, per trasferirsi nella desolata e solitaria rocca del Goceano. 


La scala per accedere alla costruzione.

Ricordiamo che allora il paese di Burgos non era ancora stato edificato e possiamo immaginare quanto malinconici siano stati i suoi ultimi anni di vita confortati soltanto dall'assistenza spirituale di frate Pietro di Ardara e di frate Serafino. Morì senza eredi maschi e per testamento lasciò ogni sua proprietà alla chiesa.
Occorre sottolineare la scarsità di documenti certi riguardanti questo periodo e questa storia; non vi è accordo neppure sulle motivazioni del suo ritiro nel castello del Goceano. Alcuni dicono che fu costretta da Enzio, altri affermano che lei stessa lo scelse volontariamente alla ricerca di pace e tranquillità. Penso che comunque la seconda ipotesi sia più lontana dalla realtà e ve ne renderete conto voi stessi quando vi arrampicherete con fatica per quell'improba salita. Perché lasciare la reggia di Ardara per relegarsi in questo luogo così solitario ed isolato, certamente terribile e spaventoso nelle notti di tempesta?
Questa ed altre domande rimarranno senza risposta ed invano cercheremo la verità di periodi così oscuri ed enigmatici della nostra Isola.

Articolo pubblicato su "Nuova Comunità" nel dicembre 1986.

Le fotografie sono state scattate nella visita del 6 agosto 2011.

Notizie tratte da "Adelasia di Torres" di Enrico Costa, Editrice Quattro Mori, 1974, controllate e rivedute con siti web.



Pannello esplicativo  del castello




ALBERI GENEALOGICI








Alberi genealogici ricostruiti con siti web (Treccani, Wikipedia, etc.)


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martedì 29 maggio 2018

Governo? No, grazie!





Un po' di sano realismo conduce ad analizzare le possibili cause della sceneggiata avvenuta sotto i nostri occhi domenica 27 maggio 2018.

Tre ipotesi:
1° Il presidente della repubblica subisce imposizioni interne e/o esterne. A chi deve la sua elezione?

2°  Salvini ha fatto il furbo e ha fatto saltare il patto motivandolo con questioni di principio che non hanno convinto nessuno.

3° Il Movimento 5 Stelle è troppo scomodo ai vari poteri ed è stato neutralizzato mediante le varie trattative per un governo che, fin dall'inizio, sembrava impossibile.

Ogni volta che si vuol fare un colpo di mano si tira fuori lo spread. Così è stato per far dimettere Berlusconi, e così è ancora accaduto in questa circostanza.

Ma ci prendono proprio per sprovveduti, ingenui e mammalucchi?

E' penoso vedere questi saltimbanchi che devono inventarsi mille acrobazie per non farci capire che per loro siamo soltanto massa informe, scomoda, completamente inutile.

Chi è riuscito ad arrampicarsi un po' più su e crede di essersi distinto dal gorgo della esubera manovalanza umana, gestisce il suo potere all'esclusivo scopo di mantenersi dove è, e magari salire un po' più in alto. Il peggio è che molti continuano ad ascoltare costoro e a credere ai loro funambolismi dialettici.
L'unico divertimento che ci è rimasto è vederli annaspare per non affogare mentre almeno noi abbiamo imparato a nuotare nel mare delle estorsioni legalizzate e delle prepotenze burocratiche.
Non è il mondo peggiore, su questo non c'è dubbio, ma non è un bel mondo.
Qualcuno si chiederà dove voglio parare. 
In realtà sono rassegnata e non riesco neppure a indignarmi. Piuttosto vedo che si compiono puntualmente le leggi della natura e mi dà soddisfazione avere la lucidità di capire che devo vivere la mia vita senza farmela stravolgere dall'ingordigia e dall'avidità di questi spregevoli individui.


Foto Web

Studiando un po' di storia si capisce che non è proprio possibile liberarsi dai parassiti, ma bisogna imparare a convivere con loro.
Grande filosofia e magra consolazione.

mercoledì 23 maggio 2018

Genealogie delle famiglie Alivesi

Si sta costituendo un gruppo per le ricerche genealogiche in Sardegna. Gli aderenti riceveranno documenti da centri sardi e in cambio daranno i documenti del proprio luogo di residenza. Sono personalmente disponibile ad inviare per e-mail le foto di documenti degli archivi di Alghero. Chi vuole partecipare agli scambi potrà inviare una e-mail a tilgio@virgilio.it


GENEALOGIE DELLE FAMIGLIE ALIVESI DI ALGHERO



Per fare una ricerca genealogica attraverso i documenti della Diocesi di Alghero Bosa non vi è altro sistema che quello di fotografare tutti i documenti relativi al cognome che si sta cercando, anche quelli che appaiono fuori dalla sfera di interesse. Questo accade perché fino alla seconda metà dell'Ottocento nei matrimoni e nelle morti non si fa cenno dei genitori della persona di cui si parla e solo un controllo a tappeto può aiutarci a ricostruire le situazioni familiari. Il lavoro diventa così molto lungo e complicato e, per la verità, la certezza al cento per cento non è garantita a causa di omonimie o di errori nei registri. Tuttavia è l'unica strada percorribile.
Mi sono trovata ad avere migliaia di documenti e centinaia di alberi genealogici relativi a numerose famiglie di Alghero e ho deciso di pubblicarli divisi per cognomi.
Chi volesse utilizzarli in pubblicazioni di qualsiasi natura è pregato di citare l'indirizzo del presente post.
Per motivi di riservatezza non si pubblicano alberi genealogici di persone nate dopo il 1918. Chi avesse delle precisazioni o correzioni da proporre è pregato di segnalarle con un commento. Grazie.


FAMIGLIE ALIVESI - LIVESI

 Alivesi/Livesi/Livesu è un cognome di origine corsa. In Sardegna è presente da vari secoli. A Ittiri c'è l'ospedale Alivesi e Pasquale Tola parla di due Alivesi. Ad Alghero il cognome era molto diffuso nel 1700 e nel 1800. Anche oggi risiedono in città numerosi Livesi e Alivesi, alcuni provenienti da Villanova.

La data a destra dei cognomi in alto si riferisce al matrimonio. Talvolta è seguita da un punto di domanda perché non si basa sull'atto di matrimonio ma sulla data di nascita o di cresima del primo figlio/a trovato nei relativi atti. Per le nascite ho riferito l'anno precedente, per le cresime ho calcolato che il figlio/a avesse 10 anni. In realtà ho poi verificato che in casi particolari si cresimavano persino i neonati o comunque bambini molto piccoli.
I nomi di difficile lettura e interpretazione sono  seguiti da punto di domanda .
Con molto tempo a disposizione e molta pazienza si può riuscire a individuare le parentele tra i vari Alivesi mettendo in relazione i nomi dati ai figli, i nomi dei padrini e quelli dei testimoni di nozze.




Questo albero genealogico non contiene il cognome Alivesi ma è importante perché nel 1843 Michele, un discendente di Antonio Gavino sposa Maria Giuseppa Alivesi e una discendente, Maria Santa Rosella, sposa Andrea Alivesi nel 1837.
Come si vede Gavino Rosella, che veniva da Sassari, ha molti figli che diventano adulti e si sposano dando origine ai Rosella di Alghero. Un suo figlio, Giacomo, si è trasferito a Villanova dove troviamo
numerose famiglie Rosella per tutto il 1800.

Nella pagina dove è citata la cresima di Giovanni si trova un'altra cresima nella quale Maria Ignazia Alivesi è madrina di Teresa Meloni.


L'abbreviazione PP sta per "padrini".



Nell'atto di battesimo di Gavino il nome del padre è Pietro. Può essere un errore oppure c'era un Pietro Coco sposato con un'altra Barbara Alivesi. E' più probabile l'errore.


Sono nate tre bambine con il nome Nicoletta ma sono tutte morte in tenera età.
Sono state seppellite nella cappella di San Narciso della cattedrale dove venivano inumati gli agricoltori e i loro familiari in quanto San Narciso era il loro patrono.
Il nome del padre di Nicoletta cresimata nel 1761 è Giuseppe ma può trattarsi di un errore.







Nell'atto di battesimo di alcuni figli il padre è Giovanni Domenico o Antonio Domenico, ma la madre è sempre Maria Ignazia Ortu. I nomi dei primi figli Antonio e Nicola sono in neretto perché si ripetono.









Rimasto vedovo, Andrea Alivesi si risposa con Maria Santa Rosella il 24 dicembre 1837




Attraverso i documenti si può ricostruire la vita di Andrea Alivesi e della sua famiglia.
Andrea era nato nel 1805 e si era sposato una prima volta nel 1830 con Maria Antonia Poddine. La prima moglie muore e lascia una figlia, Maddalena. In realtà potrebbero esserci anche altri figli ma non sappiamo quanti figli siano nati e quanti fossero eventualmente vivi al momento del nuovo matrimonio di Andrea.
Nel 1837 Andrea a 32 anni si risposa con Maria Santa Rosella di 20 anni. Dal matrimonio nascono 11 figli ma quattro muoiono nell'infanzia. Nell'estate 1855 arriva il colera in città. Il 2 settembre 1855 Andrea muore a cinquant'anni. In quel momento la famiglia è composta da sette figli. Giuseppe, il primogenito, ha 16 anni, e ci sono due gemelli nati il 1° agosto 1855. Maria Santa deve affrontare il pesante lutto e nello stesso tempo si trova ad accudire i gemelli e due figli ancora piccoli, Salvatore di sei anni e Francesco di due anni in una città aggredita dalla terribile epidemia di colera. Purtroppo i gemelli non sopravvivono in tale situazione e muoiono l'11 ottobre 1855. Per Maria Santa la serie dei lutti non è finita. Pasquangela, sposata con Antonio Costanzo, muore a 24 anni nel 1866. Tre anni dopo muore il primogenito Giuseppe, a trent'anni.
Gli unici che di sicuro sopravvivono alla madre sono Antonia che, rimasta vedova appena sposata, si risposa, e Salvatore. Il suo albero genealogico è Alivesi/Fannis 1877.
Il 23 luglio 1897 nasce una figlia di Salvatore che avrà il nome della madre appena deceduta a 80 anni. Non abbiamo notizie di Francesco.

Questo albero genealogico è molto importante perché alcuni Rosella che ancora vivono ad Alghero discendono da Michele Rosella del quale ho ricostruito l'ascendenza fino ad Antonio Gavino, di Sassari, che sposa Maria Giuseppa Esquinto intorno al 1736 (vedi albero genealogico Rosella/Esquinto 1736).
Michele Rosella era fratello di Maria Santa Rosella sposata con Andrea Alivesi (Vedi albero genealogico Alivesi /Rosella 1837).






continua....

giovedì 22 febbraio 2018

I nuragici scrivevano?



 Ittireddu, interno del nuraghe Funtanas

In margine alla presentazione del libro sulla scrittura nuragica di Francesco Masia avvenuta ieri mercoledì 21 febbraio 2018 nella sede dell'Obra Cultural di Alghero vorrei fare delle osservazioni e  riflessioni.
L'archeologo Pietro Alfonso che introduceva l'argomento ha espresso le sue perplessità di fronte a un tema tanto importante quanto poco esplorato e conosciuto. Oltre a ciò è necessario aggiungere che l'autore è un medico prestato alla ricerca archeologico-storica e questo elemento pesa sicuramente nell'approccio con la sua opera. 
Gli accademici hanno deriso per anni Wegener, anche lui un quasi intruso, che aveva formulato la teoria della deriva dei continenti, e Darwin ha subito le aspre critiche di chi non accettava la teoria evoluzionistica (pressoché tutti i suoi contemporanei). Memore di ciò, pur molto scettica nei riguardi della scrittura nuragica, ho optato per un atteggiamento possibilista.
Da quel poco che so e che approfondirò in questi giorni, i sostenitori della scrittura nuragica affermano che l'antico popolo sardo riportava segni di scritture altrui su oggetti fittili. Si è parlato della navicella di Teti, ma credo che altri segni siano stati individuati su vasellame nuragico.

In mie antiche letture ho appreso che la scrittura è il prodotto ultimo di un processo millenario sviluppato da popolazioni urbanizzate e dedite fondamentalmente al commercio. Il sistema di notazione grafica era indispensabile per portare avanti la compravendita di oggetti o altro perché ben presto l'uomo si sarà accorto di quanto le parole volino, quando si tratta di interessi economici. Non a caso i simboli numerici hanno preceduto quelli linguistici. E, se è vero che anche nel Paleolitico l'uomo utilizzava dei segni concordati che presumibilmente avevano la funzione di trasmettere delle informazioni, si può comprendere quanto il processo sia stato lungo. Ciascun popolo lo ha risolto a modo suo, ciascun gruppo ha concordato un suo alfabeto anche se poi nel Mediterraneo ha prevalso su tutti quello fenicio, che inizialmente si componeva di sole consonanti. Ciò significa che ancora mancavano dei passaggi per arrivare all'alfabeto che noi oggi usiamo. E che dire di popolazioni che non hanno mai pensato di basarsi sulla notazione dei suoni e hanno mantenuto una scrittura per ideogrammi? Altri hanno risolto con i nodi su cordicelle di vario colore (Incas) e gli Aztechi avevano messo a punto una scrittura pittografica che si sarebbe certamente evoluta se non fossero arrivati gli Spagnoli, per parlare soltanto dei più conosciuti.


Museo di Cabras, statue di Monti Pramma

Gli studi sul popolo nuragico hanno messo in evidenza che i loro insediamenti non avevano la connotazione di una città e la loro economia era basata soprattutto sulla pastorizia. La scrittura, come tutto ciò che l'uomo fa, è la risposta ad un bisogno. 
Credo che, ancor più che di un alfabeto,  i Nuragici avessero bisogno di disegni e di calcoli per le loro tante costruzioni in pietra. Niente esclude che abbiano realizzato i progetti delle costruzioni da erigere, e che abbiano trovato il sistema per effettuare i calcoli per le dimensioni e gli angoli, ma purtroppo non abbiamo trovato alcuna testimonianza di ciò. 
Una civiltà che ha ricoperto tutto il territorio di opere che hanno sfidato i secoli era certamente in grado di realizzare dei veri e propri progetti. Non si può pensare di costruire "a braccio" nuraghi, tombe di giganti, templi a pozzo, luoghi di culto. Certamente i modelli erano un importante supporto agli ingegneri e agli architetti nuragici, ma probabilmente c'era anche dell'altro.
Dopo questa riflessione, che continuerà nei prossimi giorni, posso concludere che è possibile che i segni individuati in reperti nuragici siano simboli alfabetici di popoli che commerciavano con l'Isola. Rimane da capire quale funzione avessero questi segni e quale fosse il loro significato, e non mancano studi ed ipotesi in proposito. Ben vengano gli studi, anche se non sono condotti in ambito accademico. Se superano il vaglio dei criteri scientifici possono comunque dare un apporto alla conoscenza e possono stimolare ricercatori più accreditati.




Alghero, nuraghe Flumenelongu*

Infine vorrei aggiungere che gli antichi sardi non si sono certo distinti per la loro produzione di scritti e la loro è stata una cultura orale per molti secoli.
I precoci contatti con i Fenici non hanno stimolato la loro grafica, per non parlare della inesistente produzione in periodo cartaginese e romano. Eppure in quei tempi la scrittura era presente, e come!...
Per quanto ne so, i primi testi scritti arrivati fino a noi sono i Condaghes e la Carta de Logu, la prima descrizione geografica scritta da un sardo è del Fara, nel XVI secolo, mentre la storia dei giudicati è abbastanza difficile da ricostruire per carenza di documenti. Non c'erano o sono andati distrutti?
Pongo queste domande perché vado un po' a memoria. Se qualcuno è in grado di contraddirmi sarò ben felice di essermi sbagliata. E se avrò stimolato qualcuno a fare delle ricerche sull'antica storia sarda, meglio ancora!... 

 * Disegno tratto da "Il ripostiglio del nuraghe Flumenelongu" di Fulvia lo Schiavo - Dessì - Sassari - 1976

Interessanti approfondimenti sugli antecedenti della scrittura si trovano nell'articolo de "Le Scienze" al seguente indirizzo:
http://download.kataweb.it/mediaweb/pdf/espresso/scienze/1978_120_1.pdf

Per un approfondimento sulle ipotesi di scrittura nuragica consiglio il sito:
http://www.filologiasarda.eu/files/documenti/pubblicazioni_pdf/bss5/01zucca.pdf

Anche per dei semplici appassionati è sempre consigliabile cercare notizie in fonti sicure anziché in articoli di giornali che, per forza di cose, non possono essere né scientifici né completi.


Per commenti e messaggi:
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lunedì 25 dicembre 2017

Natale in musica Alghero

Questo lavoro è destinato ad uso esclusivo delle scuole e di strutture culturali. Se si vogliono utilizzare testi e disegni è necessario citare la fonte.

Le illustrazioni sono tratte da disegni degli alunni di tutte le classi della scuola elementare "Maria Immacolata ", 2° Circolo" di Alghero, anno scolastico 2005-2006.
Per la pubblicazione i disegni sono stati colorati con Photoshop.








JINGLE BELLS

Dashing through the snow,
In a one-horse open sleigh,
Over the fields we go
Laughing all the way
Making spirits bright.
What fun it is to ride and sing
a sleighing song tonight!

Jingle bells! Jingle bells!
Jingle all the way!
Oh, what fun it is to ride
in a one-horse open sleigh.
Oh, Jingle bells! Jingle bells!
Jingle all the way!
Oh, what fun it is to rid
in a one-horse open sleigh!





JINGLE BELLS (Traduzione)


Sfrecciando sulla neve
in una slitta trainata da un cavallo
attraversiamo i campi
ridendo lungo tutto il percorso
rallegrando gli animi.
Come è divertente andare
in slitta e cantare una canzone
natalizia questa sera!

Tintinnio di campane, tintinnio di
campane, tintinnio tutt’intorno.

Com’è divertente andare in slitta!






VIVE LE VENT 

(sulla musica di Jingle bells)

Sur le long chemin
tout blanc de neige blanche
un vieux monsieur s’avance
sa canne dans la main
e tout la haut le vent
qui siffle dans le branches
lui souffle la romance
qu’il chantaint petit enfant.


Vive le vent, vive le vent,
vive le vent d’hiver
qui s’en va sifflant soufflant
dans les grand sapins verts.
Vive le temps, vive le temps
vive le temps d’hiver
boules de neige et jour de l’an

et bonne année grand-mère. 





VIVA IL VENTO 

(traduzione)

Lungo il sentiero
imbiancato di neve
un vecchio signore avanza
con il bastone tra le mani.
e lì in alto il vento
che fischia tra gli alberi


gli sussurra una melodia
che cantava quando era piccolo.

Viva il vento, viva il vento
viva il vento invernale
che se ne va fischiando e soffiando
tra i grandi abeti verdi.

Viva il tempo viva il tempo
viva il tempo d’inverno
palle di neve e giorno dell’anno
e buon anno nonna.





DIN DON DAN 

 (Jingle bells)



Din don dan, din don dan
Din don din don dan
Suona allegro il campanil:
È Natale in ogni cuore…

Ritornello
Din don dan, din don dan
Che felicità!
Oggi è nato il buon Gesù
Tra la neve che vien giù

Solista
La renna al Polo Nord
scampanellando va
le strenne porterà
a tutti i bimbi buoni

Coro
e dalle Alpi al mar
i bambini di quaggiù
aspettando quei doni
che regala il buon Gesù!

Coro
Din don dan, din don dan
din don din don dan
il Natale cambierà
tutti buoni renderà. ehi!
din don dan, din don dan
che felicità!
Oggi è nato il buon Gesù
tra la neve che vien giù. (2 volte)






DIN DON DAN 

(Jingle bells - algherese)


Din don dan, din don dan
ès vanint Naral
che mus polta, che mus dona
la felisitat. Ehi!
I pel mon, i pel mon
vu la pultarem
i des granz i des putenz
pau pratangarem.


DIN DON DAN (traduzione)

Din don dan, din don dan,
arriva il Natale
che ci porta, che ci dona
la felicità. Ehi!
E per il mondo, per il mondo
ve la porteremo
e dai grandi e dai potenti
pace pretenderemo.



NARAL 

(algherese)

Nit de gran fret: l’astagiò ès l’invel,
un’astreglia gliuenta hi ha aspuntat al sel.
A una gruta ascura, a una mangiarora
nat ès lu Bembino de nostra Sagnora.

Sonan las campanas, sonan de alagria,
a la gruta ascura nat ès lu Messia;
sonan las campanas a rapicaball:
tot lu mon fa festa, festa de Naral.

Toz poltan donz, donz a gran varia.
A la gruta ascura ont ès Maria.
Lus pastolz s’ancantan, descian lu traball:
dia de gran festa ès pe’ toz Naral.





NARAL 

(traduzione)

Notte di gran freddo: la stagione è l’inverno,
una stella splendente è spuntata nel cielo.
In una grotta scura, in una mangiatoia
È nato il Bambino di nostra Signora.

Suonan le campane, suonan d’allegria,
nella grotta scura nato è il Messia;
suonan le campane a distesa:
tutto il mondo fa festa, festa di Natale.

Tutti portan doni, doni in quantità,
nella grotta scura dove è Maria.
I pastori s’incantan, lasciano il lavoro:
giorno di gran festa è per tutti Natale.





NINNA OH 

(Jingle bells - Parole: F. Castia)

S’istella cando rue es tenta dae sa nue
ca no si fatta male a essire cu su sole.
In cambiu unu sorrisu es meda lumenosu
de lughes lebias lebias chi imparana a sa die.

Ninna oh, ninna oh, ninna ninna oh!
Intonade sa cantone pianu anninniende.
Ninna oh, ninna oh, ninna ninna oh!
Sa campana sona sona pro su Re de sos re.

In custa bona rua (?)
In custa vida tua
Niunu deve istare, niunu senza amore.
Pius bene a tie, nemmanco ischis de inue,
pius ateru rancore no debba abbisonzare.

Ninna oh, ninna oh, ninna ninna oh!...

In cussa fritta die su coro si nde riet
Più mezzu de su sole iscaldit su calore
Mancari sia gai sie,
Scappamu a mesanotte pizzinnos e mutettes.

Ninna oh, ninna oh, ninna ninna oh!...

Il testo è stato tratto da un’esecuzione cantata. 





NINNA OH (Jingle bells – traduzione)

La stella quando cade è trattenuta dalla nuvola
perché non si faccia male ad uscire con il sole.
In cambio un sorriso è molto importante
di luci lievi lievi che insegnano al giorno.

Ninna oh, ninna oh, ninna ninna oh!
Intonate la canzone piano a “ninna nanna”.
Ninna oh, ninna oh, ninna ninna oh!
La campana suona, suona per il Re dei re.

In questa buona strada (?)
in questa vita tua
nessuno deve stare, nessuno senza amore.
Più bene a te, nemmeno sai da dove,
mai più di rancore si deve aver bisogno.

In questo giorno freddo il cuore si rallegra
meglio del sole scalda il calore.
se anche fiocca neve, benché sia come sia
liberiamo a mezzanotte fanciulli e canzoni.

Ninna oh, ninna oh, ninna ninna oh!...




                     Nit d'asplandor (algherese - su Astro del ciel)






SOS PIZZINNOS GIOGANA 

(Gruber - F. Castia - sardo)

Falat su nie subra su nie
sos pizzinnos giogana
forzis solos ammentana
issos solos ammentana,
cussas manos lebias
su pane bos giughene.

Totta sa die fioccat su nie
furferarzoz ‘olana
issos finzamente in su nie
farfaruzas de pane
regogliana e isperana.

La canzone è eseguita sulla musica di "Astro del ciel".

I BAMBINI GIOCANO (traduzione)

Scende la neve sopra la neve
i bambini giocano
forse solo ricordano
loro solo ricordano
quelle mani leggere
vi portano il pane.

Tutto il giorno fiocca la neve
passerotti volano
anche loro sulla neve
briciole di pane
raccolgono e sperano.











NOTTE DE CHELU (P. Casu - A. Sanna -sardo)


Notte de chelu es custa d’ogni sinu
De allegria si sentit bundare,
ca in sa grutta es nadu su Bambinu
dai s’inferru pro nos liberare.

Es nadu, es nadu, es nadu su bambinu.
Enide, enide tottus a l’ammirare,
Enide a l’adorare,
Enide a l’adorare, a l’amare.

Iss’a lassadu su chelu lughente
E bennid’est a sa grutta a penare,
che fizzigheddu de povera zente
e fit su fizzu de su Re divinu.

Es nadu, es nadu, es nadu su Bambinu ...

Subra sa paza l’ana collocadu
Ca no b’aiat lacu a reposare,
ma sos Anghelos l’ana acoltegiadu
tra sas istellas fathende caminu.

Es nadu, es nadu, es nadu su Bambinu ...

Pustis sun sos pastores acudidos
Che poveritos a lu saludare
E tra lughe de chelu si sun bidos
E tottu an bid’oro in su terrinu.

Es nadu, es nadu, es nadu su Bambinu ...

Pannos no at sa Mama a lu estire,
ma sa lughe l’hat chelfid’ammantare:
no at prendhas né oro a si frunire,
m’a tott’astros ‘e mundu in destinu.

Es nadu, es nadu, es nadu su Bambinu ...





NOTTE DI CIELO 

(traduzione)

Notte di cielo è questa ed ogni cuore
di allegria si sente traboccare
poiché nella grotta è nato il bambino
per liberarci dall’inferno.

È nato, è nato, è nato il Bambino.
Venite, venite tutti ad ammirarlo,
venite ad adorarlo.
Venite ad adorarlo, ad amarlo.

Lui ha lasciato il cielo splendente
ed è venuto a penare nella grotta,
come figlioletto di povera gente
ed era il figlio del Re divino.

È nato, è nato, è nato il Bambino…

Sulla paglia l’hanno adagiato
poiché non c’era mangiatoia dove riposare,
ma gli Angeli l’hanno corteggiato
aprendosi una strada fra le stelle.

È nato, è nato, è nato il Bambino…

Infine sono arrivati i pastori
come poverelli per salutarlo
e tra luce di cielo si son visti
e tutti han visto oro sul terreno.

È nato, è nato, è nato il Bambino…

La Mamma non ha panni per vestirlo
ma la luce l’ha voluto rivestire:
non ha gioielli né oro per ornarsi,
ma ha tutti gli astri del mondo nel destino.

È nato, è nato, è nato il Bambino…






ANDEMUS A SA GRUTTA

(P. Casu - A. Sanna -sardo)

Andemus a sa grutta
De lughe totta allutta
Ch’es nadu su Bambinu:
Gesù Segnore nostru Re divinu.
Ch’es nadu su Bambinu:
Gesù Segnore nostru Re divinu.

Es nadu poverittu,
patit famine e frittu,
sa Mama no at pannos
pro lu fascare e vivet in affannos.
sa Mama no at pannos
pro lu fascare e vivet in affannos

Ma enit un’istolu
de anghelos a bolu
e l’istan affestendhe,
dulzos innos de gloria cantendhe.
E l’istan affestendhe,
Dulzos innos de gloria cantendhe.

E dai sos lugores
giamados sos pastores
ruen imbenugiados
a tanta meravizzas incantados.
Ruen imbenugiados
a tanta meravizzas incantados.




ANDIAMO ALLA GROTTA (Traduzione)

Andiamo alla grotta
tutta splendente di luce
che è nato il bambino
Gesù Signore nostro Re divino.
che è nato il bambino
Gesù Signore nostro Re divino.

È nato miserello,
patisce fame e freddo,
la Mamma non ha panni
per fasciarlo, e vive negli affanni.
la Mamma non ha panni
per fasciarlo, e vive negli affanni.

Ma arriva uno stuolo
di Angeli in volo
e gli fanno festa
cantando dolci inni di gloria.
e gli fanno festa
cantando dolci inni di gloria.

E dai chiarori
chiamati i pastori
cadono inginocchiati
incantati da tanta meraviglia.
cadono inginocchiati
incantati da tanta meraviglia.







SIN NEN HAO YA
(Cinese)

Sin nen hao ya
Sin nen hao ya
Zu he da jia
Sin nan hao.
Wo men chang ghe,
Wo men tao mu.
Zu he da jia,
sin nan hao.

BUON ANNO, BUON ANNO (traduzione)

Buon anno,
buon anno,
tanti auguri,
buon anno.
Cantiamo,
balliamo,
Tanti auguri,
Buon anno.



MUSICA

Do do do sol
mi mi mi do
do mi sol sol
fa mi re



re mi fa fa
mi re mi do
do mi re sol
si re do






Le lingue algherese e sarda sono scritte come si pronunciano.
Le traduzioni sono letterali e non mantengono il ritmo e le rime dei testi in lingua originale. Sono soltanto un aiuto per capire il significato dei canti.


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