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domenica 14 luglio 2019

Alghero-Cognomi 2019

Si sta costituendo un gruppo per le ricerche genealogiche in Sardegna. Gli aderenti riceveranno documenti da centri sardi e in cambio daranno i documenti del proprio luogo di residenza. Sono personalmente disponibile ad inviare per e-mail le foto di documenti degli archivi di Alghero. Chi vuole partecipare agli scambi potrà inviare una e-mail a tilgio@virgilio.it


Elenco di cognomi attualmente presenti ad Alghero. 
Le notizie sono ricavate dai Quinque Libri dell'Archivio Storico Diocesano di Alghero e si riferiscono al primo atto trovato con il cognome della seconda colonna. Possono dunque essere sostituite quando si trovano documenti antecedenti quelli già riportati.
Ho precisato "Ingresso nel Novecento" per quei cognomi che non fanno parte del mio elenco di cognomi rilevati negli Archivi o non elencati da Marina Sechi Nuvole nella sua opera L'estate del colera. Di molti so che l'arrivo è legato ad insegnanti che provenivano dal meridione d'Italia, spesso dalla Sicilia. I cognomi emiliani sono da riferire all'epoca dell'Ente Ferrarese di Bonifica degli anni Trenta, e quelli Friulani e Triestini risalgono al momento in cui sono giunti i profughi della Seconda  Guerra Mondiale.
Per ingresso recente si intende dal 2000 in poi. Il gran numero di nuovi arrivati ci induce a pensare che Alghero costituisce ancora oggi un importante  polo di attrazione per sardi, italiani e anche stranieri.
Ho considerato sardi i cognomi riportati da Pittau, tranne qualcuno proveniente dalla Corsica, come Alivesi. 
Ho confrontato i presenti cognomi con l'elenco (riportato da Mauro Maxia) dei residenti nel 1354 che sono stati cacciati da Alghero e li ho segnalati volta per volta. 
Recentemente mi sono servita anche di un elenco telefonico del 1985-86 ed ho notato con mia sopresa che alcuni cognomi, che credevo più recenti, si trovano già nell'elenco. Per i cognomi arrivati nel Novecento ho confrontato la guida telefonica oltre che i documenti d' archivio.

COGNOMI SARDI E NON

La mia prima rilevazione effettuata negli anni Duemila (nel 2019) si basava su 647 cognomi elencati ed avevo rilevato che 362 erano risultati sardi, il 56%, 268 provenivano da altre regioni italiane, il 42%, e 15 arrivavano da altre nazioni. Di due non ero riuscita a capire la provenienza. 
Il 31 ottobre 2023 ho fatto il conteggio su 866 cognomi e ho ottenuto dei dati leggermente differenti.
Su 866 cognomi 450 sono risultati sardi (il 52%), 391 provengono dal resto dell'Italia (il 45%) e 25 sono stranieri (il 3%).
Devo precisare che i miei dati riguardano la parte più anziana della popolazione. Si vede facilmente come si stia assottigliando il dato sardo a favore di quello italiano e straniero. 
Per interpretare meglio i dati occorre precisare che si riferiscono ai cognomi e non al numero di persone che portano quel cognome. In altri termini è chiaro che i sardi sono molto più numerosi in città rispetto agli abitanti con altre provenienze, ma i cognomi ci dicono che c'è un continuo ingresso dall'oltremare.
Nel 2024 si è confermata la tendenza ad un progressivo arrivo di cognomi non sardi.  Negli anni Duemila (nel 2019) i cognomi sardi erano il 56% e i non sardi il 44%; nel 2024 i sardi sono il 51% e i non sardi sono diventati il 50%.

TABELLA DELLE PROVENIENZE




COGNOMI VECCHI E NUOVI


Le due tabelle ci mostrano che la maggior parte dei cognomi presenti ad Alghero sono arrivati nel corso del secolo scorso, mentre quelli "storici" che risalgono ai secoli passati vanno a diminuire. Abbiamo un 22% che è arrivato di recente, sempre per migrazione dalla Sardegna o dall'Italia.

La ricerca sui cognomi porta alcune riflessioni.

Si nota come con il passare del tempo anche i cognomi cambiano. Molti spariscono e se ne presentano nuovi. Quelli sardi sono più duraturi e hanno attraversato i secoli dal medioevo ad oggi.  Quasi tutti i cognomi arrivati dall'esterno nel Settecento e nell'Ottocento si sono estinti nel Novecento o si stanno esaurendo tranne qualche eccezione. 

Tra i cognomi più presenti ad Alghero, secondo il mio criterio di ricerca, troviamo in ordine decrescente:
Piras, Sanna, Meloni, Manca, Serra, Mura, Carboni, Caria, Canu, Nieddu, Chessa, Fois, Solinas, Soggiu, Salis, Pinna, Marras, Sechi, Ibba. 
Piras è in assoluto il primo, molto distanziato da Sanna che mantiene una buona posizione rispetto a Meloni. 
Come si può notare i cognomi più rappresentati sono tutti sardi. Tra i cognomi non sardi o non solo sardi, quelli più rappresentati sono Martinez, Alfonso, Camerada, Caneo e Arca.

I cognomi del mio elenco presenti anche tra gli Algheresi espulsi nel 1354 sono i seguenti:
Calvia, Carboni, Carta, Cherchi, Delogu, Delrio, Demartis, Dettori, Falchi, Fancellu, Fara, Manca, Manus, Marongiu, Marras, Masala, Murgia, Nurra, Pala, Piga, Pinna, Porcu, Saba, Scanu, Sechi, Serra, Soggiu, Solinas.
Queste considerazioni non si basano su dati scientifici ma sono soltanto osservazioni che vanno sempre e comunque sottoposte a ulteriore verifica.
Ringrazio coloro che mi hanno fatto osservare le imprecisioni che mi sono sfuggite o le parti meno chiare e spero che non manchi mai la vostra importante collaborazione.

Per altre informazioni: e-mail - tilgio@virgilio.it

Per i cognomi sardi: M. Pittau, I Cognomi della Sardegna, 1990.
Per i cognomi corsi: M. Maxia, I Corsi in Sardegna, 2006.
Le notizie seguite da un asterisco * sono tratte da L'estate del colera di Marina Sechi Nuvole, Edicions de l'Alguer, 2019.
Le notizie seguite da un ^ sono tratte da La Grande Guerra di Antonio Budruni, Edicions de l'Alguer, 2019.

La diffusione è tratta in gran parte dal sito cognomix.it/mappe-dei-cognomi-italiani/
Alcune notizie sono state prese dal sito https://it.geneanet.org/cognomi che pubblica la diffusione dei cognomi dalle origini ai nostri giorni in tutto il mondo. Si basa su documenti e quindi è rigoroso e attendibile. 
Per alcuni non ho trovato la derivazione e devo qui aggiungere che tra i cognomi di difficile interpretazione ci sono quelli dati a bambini lasciati alla ruota ai quali veniva assegnato un cognome spesso legato al momento (Natale, Pasqua, altre feste), ad eventi, a mestieri. Ad esempio nel Risorgimento si trova Solferino; è importante sapere che non si davano cognomi già presenti nel territorio. Si intuisce l'origine di tali cognomi anche dal fatto che le relative famiglie sono molto poche e tutte imparentate fra di loro.



ELENCO AGGIORNATO AL 9 GENNAIO 2026





























































giovedì 20 giugno 2019

Strafalcioni algheresi


La paglia marina


In questo post troverete gli strafalcioni dell'algherese visto che qualcuno, per il desiderio di scrivere la lingua "colta" catalana, non si fa scrupolo di straziare l'algherese, una lingua che già sta morendo di suo. Ma la sua morte deve avvenire tra mille tormenti, grazie all'accanimento terapeutico della lingua catalana sua lontana antenata. Mi ritorna alla mente che un amico definiva la nuova lingua "catarese". Carino, vero?

Mi chiedo se i Catalani hanno intuito che l'algherese ha un valore inestimabile ed è un bene prezioso che va tutelato così come è, perché la sua importanza risiede proprio nella sua specificità unica e irripetibile. Avrebbero dovuto essere grati di aver trovato ad Alghero ciò che oggi viene definito patrimonio culturale immateriale e avrebbero dovuto far di tutto per rispettarlo nello stato in cui lo hanno trovato. Come si può anche solo pensare di cancellare secoli di storia che hanno modellato la nostra parlata nel corso del tempo dandole una fisionomia speciale e caratteristica che è alla base di pensieri, sentimenti, emozioni degli algheresi? Hanno ingabbiato la nostra lingua dentro altrui regole che la avviliscono e la rendono estranea a noi stessi. È un'operazione a dir poco sciagurata che, unita al naturale abbandono da parte delle nuove generazioni porterà ad un amaro epilogo. 

Oggi ho trovato scritto sul Web la parola rondelle. Tutti noi sappiamo che cosa sono le rondelle ma chi lo ha scritto credeva di scrivere rondalla, cioè rundaglia, cioè favola, racconto.


Lu Qualté in fase di restauro


Ormai sento spesso parlare de lo Quarter, visto che pochi sanno che è lu Qualté, e naturalmente ognuno ripete ciò che legge nei cartelli indicatori.

E che dire della Dragonada? Chi riuscirebbe a leggere Dragunara, visto che il cartello dice: Dragonada?

Vogliamo parlare di Cravellet? I "colti" che hanno allestito il cartello di indicazione della strada hanno scritto Via Cravellet, ma la corretta scrittura catalana è Clavellet. Ovvio comunque che nessuno legge Cravagliet, come sarebbe giusto fare.

C'è chi abita alla Pivarada, che in realtà è la Pivarara, come la Pedrera è la Parrera.

Domenica 23  agosto 2025

Sono passati sei anni dal mio scritto e oggi faccio un aggiornamento.

Devo aggiungere alle mie molto amare considerazioni di sei anni fa, la notizia che ultimamente  qualcuno dell' "intellighenzia" algherese ha affermato che oggi si va verso un adattamento della grafia più vicino alla nostra pronuncia e la cosa mi ha fatto enormemente piacere. Evidentemente, visto lo scempio che si faceva negli scritti, che poi si riversava nella pronuncia di quei Cataranz de Mamuntanas, come li definiva Michele Chessa, che tentavano di parlare o leggere l'algherese, qualcuno ha fatto due più due e ha ottenuto quattro. Chapeau a Franco Ceravola che sin dall'inizio ha rifiutato l'operazione dei catalani nei confronti della nostra parlata, noncurante delle aspre critiche ricevute.

Ormai è tardi per qualsiasi azione di recupero in quanto non si può andare contro la storia. In un mondo nel quale ogni giorno spariscono parlate non possiamo credere davvero di essere noi i fortunati che riescono a mantenere in vita qualcosa che gli stessi algheresi hanno condannato alla sparizione nel momento in cui non hanno curato la sua trasmissione alle nuove generazioni. Ormai neppure i genitori parlano l'algherese riservato alla fascia più anziana della popolazione. Possiamo ancora fare qualcosa? Forse qualcosa si può ancora tentare, ma la deriva catalana ha certamente avuto le sue responsabilità nell'accelerazione del processo di abbandono e sparizione della nostra vera parlata. In realtà il loro intervento avrebbe potuto aiutare il suo mantenimento se fossero stati in grado di capire che il problema reale non era quello di ottenere finanziamenti dall'Europa, ma quello di dare all'algherese la forza di resistere e di stimolare il suo uso come una variante riconoscendo le sue peculiarità.

Capisco bene le difficoltà che si presentano nello scrivere una parlata perché occorrono comunque delle regole per poter trasformare con segni la pronuncia che spesso cambia a seconda della posizione delle varie lettere nelle parole. Ma questo non può portare allo stravolgimento dei suoni al solo scopo di assimilare la grafia algherese al catalano perché si ottiene l'unico risultato di rendere la lingua irriconoscibile.

Un'altra circostanza che allontana gli algheresi dalla loro lingua è quella di trovarsi davanti a testi poetici o in prosa scritti in italiano e poi tradotti in algherese. Ci sono poche situazioni peggiori di quella di trovarsi a leggere una poesia algherese con vocaboli assolutamente artefatti ed estranei al nostro lessico. Rimanderei questi letterati alle poesie di Rafael Catardi, per immergersi nella musicalità e profondità della nostra parlata scaturita dalla penna di coloro che hanno appreso quei suoni in famiglia. Se non siete in grado di pensare in algherese e volete scrivere una poesia, scrivetela in italiano, ve ne prego, risparmiateci lo strazio delle vostre faticose arrampicate su sentieri che non portano da nessuna parte.

CONTINUA...

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martedì 28 maggio 2019

Grazie a Salvini torneremo a importare tegole?



Nel periodo nuragico la ceramica sarda, lavorata a colombino, era di fattura raffinata, originale, e artistica. 



Tutto questo si è perso in seguito a oppressive dominazioni che hanno sistematicamente distrutto la produttività e l'inventiva dei Sardi.
Secondo quanto afferma Alberto della Marmora i Sardi dell'Ottocento non erano autonomi neppure per la produzione del vasellame più comune.

 Egli riporta che nell'Isola si produceva vasellame grossolano in quantità assolutamente insufficiente al fabbisogno, per cui ci si riforniva, anche per gli utensili meno raffinati, da Napoli e dalla riviera di Genova. Le tegole per i tetti arrivavano da Genova e da Marsiglia, pur avendo la Sardegna abbondante materia prima per la loro produzione1. Certo i produttori e i mercanti delle coste tirreniche potevano contare su una fonte sicura di reddito, ma tutto ciò andava a danno degli abitanti dell'Isola che erano costretti a comprare ciò che ormai non erano più in grado di realizzare. Evidentemente questa situazione era alimentata dal potere politico che lucrava sulla inattività dell'Isola.

Oggi la ceramica sarda ha raggiunto alti livelli artistici molto apprezzati dovunque, segno che l'arretratezza dell'Isola non era assolutamente da imputare alla scarsa capacità tecnica e imprenditoriale dei Sardi, ma era figlia di una politica miope e repressiva tesa a distruggere l'economia dei vari territori e ad impedire l'utilizzo delle risorse locali.





La mia riflessione è che se nel paese si portano avanti politiche divisive le quali, anziché valorizzare le risorse dei singoli territori, pensano a fare il conto della serva, torneremo ai periodi bui, che si sono protratti fino al Settecento e all'Ottocento, quando le regioni periferiche erano tenute in soggezione economica per poterle sfruttare meglio a vantaggio dei territori più vicini ai centri del potere.

 Costretti a procedere per questo triste percorso imposto, come sempre, da chi pensa soltanto a far prosperare l'orticello di casa propria, torneremo dunque a comprare le tegole e quant'altro, mentre l'arte, la creatività, la sapienza faticosamente riconquistate dai Sardi saranno di nuovo sepolte sotto cumuli di divieti a crescere.
 Grazie, Italia!

1 A. della Marmora, Viaggio nell'Isola di Sardegna, Vol I, 1839, Ristampa Edizioni della Fondazione il Nuraghe, Cagliari, 1926, p.354.


Le immagini sono pubblicate nel sito:

https://it.images.search.yahoo.com/search/images?p=ceramica+nuragica+sardara&fr=mcafee&imgurl=https%3A%2F%2Fwww.sardegna.com%2Fit%2Fblog%2Fwp-content%2Fuploads%2F2010%2F11%2FCeramiche-artistiche-Sardegna1-500x375.jpg#id=341&iurl=https%3A%2F%2Fi.pinimg.com%2F736x%2F66%2F24%2Fef%2F6624ef69a0a7e7926746cd55642e2942.jpg&action=close


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mercoledì 27 marzo 2019

Genealogie Garibaldi

Si sta costituendo un gruppo per le ricerche genealogiche in Sardegna. Gli aderenti riceveranno documenti da centri sardi e in cambio daranno i documenti del proprio luogo di residenza. Sono personalmente disponibile ad inviare per e-mail le foto di documenti degli archivi di Alghero. Chi vuole partecipare agli scambi potrà inviare una e-mail a tilgio@virgilio.it

CHIUNQUE VOLESSE UTILIZZARE LE NOTIZIE E I DATI QUI PUBBLICATI (ANCORA IN VIA DI ELABORAZIONE) IN CONFERENZE, STUDI, PUBBLICAZIONI, E' GENTILMENTE INVITATO A INDICARNE L'INDIRIZZO WEB E L'AUTRICE.


Le famiglie Garibaldi, con le più varie trasformazioni del cognome, arrivano ad Alghero fin dal 1600 o forse anche prima. Nell'Archivio Diocesano di Alghero possiamo trovare alcuni documenti che testimoniano la loro presenza. 
Inizialmente, come quasi tutti gli immigrati, preferiscono scegliere mariti e mogli tra gli altri immigrati.
Le abbreviazioni usate sono:
PP = padrini
n. = nato
m. = morto
Il punto di domanda segnala la difficoltà di leggere un nome o una data, oppure dubbi sulla data. Quando non ho trovato l'atto di matrimonio, ho indicato come data possibile delle nozze l'anno precedente la nascita del primo figlio trovato. In quei casi la data del matrimonio è seguita da un punto interrogativo.

Ho trovato due atti di battesimo dei figli di Sebastiano Galibardu e di Maria. Il documento dice che  la chica Dominiga Maria Josepha è filla legitima y natural de m. Sebastià Galibardu y Maria m. L'ultima m. sta per muller, cioè moglie. In quel periodo e per lungo tempo non si riportava il cognome della madre, citata col nome di battesimo e con la qualifica di moglie (muller)
Se si vuol conoscere il cognome di Maria bisognerebbe trovare il suo atto di battesimo, o le sue nozze, oppure la cresima dei suoi figli.


Qui l'anno presunto del matrimonio è quello precedente la cresima. Infatti più volte ho trovato bambini cresimati a pochi mesi di vita. In qualche caso si cresimava il giorno della nascita, se il bambino era in pericolo di morte.
Vulpes è un cognome diffuso in Sardegna. Il nome Didaca non si è mantenuto nella discendenza trovata.


Anche in questo caso due liguri provenienti entrambi da Alassio si sposano ad Alghero. Con tutta probabilità Giovanni Agostino è commerciante. I padrini sono quasi tutti liguri, mentre un testimone di nozze è sardo. 



Serafino potrebbe essere figlio di Giuseppe e Didaca Vulpes ma non è certo. Tra i figli della coppia si trovano un frate carmelitano e un sacerdote. E' probabile che questa famiglia si sia estinta.
Dettori è un cognome chiaramente sardo.


I Casu di Alghero erano medici e farmacisti. Casu è un cognome decisamente sardo. La maggior parte dei padrini proviene dalla penisola. 

 Carlo Domenico Garibaldi fu un letterato e un uomo politico. All'ingresso del cimitero di Alghero è collocato un suo busto di marmo.
Il cognome Campagna è scritto alla spagnola, Campana, con un segno sopra la n. E' possibile che il cognome Campana, presente in Sardegna, derivi da una errata lettura di Campagna scritto con grafia iberica.





Filomena Fatacciu potrebbe essere un'altra figlia della coppia.
Efisio potrebbe essere il figlio di Giuseppe Maria Galibardu e di Anna Maria Fancello nato nel 1789.
Teresa, Serafino e Giuseppe Maria potrebbero essere fratelli oppure cugini.


CONTINUA ...

Per altre informazioni: e-mail - tilgio@virgilio.it  - Giovanna Tilocca


giovedì 10 gennaio 2019

Prima del Conte



Sin da quando era nata, forse si era già nel quaternario, aveva capito di essere solo una spiaggetta, e nient'altro. Non era le cascate del Niagara, né il Gran Canyon, né le Grotte di Nettuno. Era solo una spiaggetta. Non aveva grandi sogni, non poteva pensare di avere milioni di entusiastici visitatori anche perché non avrebbe avuto neppure lo spazio per ospitarli. Aveva imparato presto che la vita può essere un inferno se non si riesce a scoprire la magia del sassolino colorato, della conchiglia iridescente, della risacca che ti canta una melodia infinita, e si va invece alla continua ricerca di illusorie mete irraggiungibili.
Ogni giorno stava là, e quasi ogni giorno qualcuno calpestava la sua sabbia. Niente di che, una sabbia fine di colore tendente al grigio perla, qualche roccia che spuntava qua e là, qualche legno corroso dalla salsedine arrivato chissà da dove, l'astracarura, che presso di lei aveva finalmente trovato un luogo dove riposare.



Certo, avrebbe avuto mille ragioni per lamentarsi. Chi le buttava addosso rifiuti e cicche, chi di notte le lasciava sgraditi ricordini che poi olezzavano per ore ed ore... ma poi pensava ai tanti bambini che avevano imparato a nuotare nella vaschetta contornata da una serie di scogli piatti, ricordava i ragazzi che si erano scambiati proprio sulla sua sabbia il primo bacio, e sapeva che molti la amavano tanto da preferirla a tutte le altre.
E di notte, quando le luci dei lampioni del Lungomare la raggiungevano, sembrava un luogo incantato. Dall'alto il suo mare svelava tutte le sue trasparenze, così risaltavano i fondali a tratti sabbiosi, a tratti disegnati dagli scogli allineati e paralleli, strati geologici di un passato silenzioso e intrigante. Quanto le piaceva la luna quando si specchiava nelle sue acque! Le donava tutto il suo argento e la rivestiva di autentici gioielli scintillanti.
Quasi mai arrivavano grandi tempeste, perché si trovava in un posticino riparato. Giusto qualche mareggiata durante l'inverno quando, per la verità, soffriva un po' la solitudine.
Eppure c'era sempre un motivo per sorridere e, se non c'era, se lo inventava. Aveva capito che era decisamente unica e voleva rimanere così come era. Davanti a lei si snodava un tempo vagabondo e lei voleva imparare a conoscere i ritmi del suo andare lento, antico e seducente. Non c'era possibilità di annoiarsi, di piangersi addosso, di deprimersi. Era troppo forte il desiderio di scoprire i misteri della vita per diventarne una vittima.
Non la annoiava il continuo sciacquio del mare, né la infastidivano il freddo e il caldo, né si lamentava della indifferenza di tanti. Nel caleidoscopio del creato trovava infinite seduzioni per stupirsi ogni giorno.
Lei era una spiaggetta, lo sarebbe stata al meglio per tutta la sua vita, era felice di esserlo e nessuno avrebbe potuto toglierle la gioia di esistere.


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domenica 6 gennaio 2019

Natale 1997



Natale 2018




VECCHIE PAGINE DI DIARIO

30 dicembre 1997

Questo dicembre non sa di Natale. Altri pensieri oscurano le luci intermittenti e allontanano le note delle pastorali. Forse non c'è neanche voglia di Natale. Però ho una gran nostalgia di quel mio primo presepe fatto sul tavolo nella sala da pranzo tra l'insofferenza di mamma e l'entusiasmo di zia Giulia. Come brillavano quelle luci piccole piccole tra il muschio appena raccolto nei terreni incolti attorno a casa e le statuine appena comprate!...
Era il 1959. Andavo avanti e indietro per sentire il ticchettio dei miei primi tacchi: un paio di scarpe blu, tanto carine, che non mi stancavo mai di guardarle.
E la carta stellata era lo sfondo della grotta realizzata col sughero mentre mamma brontolava perché avevo sporcato per terra e zia diceva:

No fazzi nienti, abà cun d'un'istrazzu, vi bò assai a ...  Non ricordo più bene come risuonavano quelle parole in sassarese e mi piacerebbe riascoltarle. Mi ritorna ancora la allegra atmosfera dei miei quattordici anni e ripensandoci mi viene da piangere. Mamma, zia, non ci sono più e anche la casa è cambiata. Ci sono solo io e anch'io sono tanto diversa.
Altri tacchi risuonano nelle stanze: tutto cambia ma, forse, qualcosa ritorna. Un gesto, un modo di parlare, un modo di pensare ... chissà, forse uno sguardo o un sorriso che hanno attraversato i secoli per arrivare fino a noi e seminano ancora per i giorni futuri.

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domenica 9 dicembre 2018

Giallo nell'Isola della Maddalenetta

CHIUNQUE VOLESSE UTILIZZARE LE NOTIZIE E I DATI QUI PUBBLICATI (ANCORA IN VIA DI ELABORAZIONE) IN CONFERENZE, STUDI, PUBBLICAZIONI, DEVE GENTILMENTE INDICARNE L'INDIRIZZO WEB E L'AUTRICE.






La Maddalenetta è poco più che uno scoglio affiorante nella rada di Alghero a poca distanza dalla spiaggia di Maria Pia. 
Eppure la sua vita è stata piuttosto movimentata, a partire da quando vi è stata costruita una chiesetta intitolata a Maria Maddalena, sede di canonicato fin dai primi decenni del 1500. 
Un atto di morte ci porta tra le sue rocce e ci dice che il 17 agosto 1746 su quell'isoletta è accaduto un evento molto particolare e strano che fa sorgere tante domande, alle quali non si riesce a dare alcuna risposta.



Un insolito atto di morte

Nel Liber Mortuorum dell'Archivio Diocesano di Alghero si trova un documento alquanto singolare. Infatti non è stato redatto nel solito modo degli atti di morte che è individuale e prevede una breve formula con la data, il nome del defunto e il luogo di sepoltura ma è discorsivo ed accomuna in un unico scritto tre persone che formavano una famiglia.






Ecco di seguito il testo che ho liberamente tradotto dal latino.

«Il 23 agosto 1746 morì (obiit) munito di tutti i sacramenti Antonio Caya della città di Barcanio in Gallia; aveva circa 39 anni. Inoltre (item) il 17 agosto rese l'anima a Dio (Deo anima reddidit) sua moglie che si chiamava Rosa Mera figlia di Antonio Mera e di Maddalena Obino della città di Draquina in Gallia. Non ricevette alcun sacramento; morì (obiit) nella chiesa di S. Maria Maddalena nell'Isola dove la chiesa è situata e lì il suo corpo fu sepolto. Aveva 26 anni. Inoltre una figlia dei detti defunti Antonio Caya e Rosa Mera chiamata Maria Anna di tre anni volò in cielo (in coelis evolavit) il giorno 24 dello stesso anno e mese. I due corpi furono sepolti nella chiesa di S. Anna dove vengono seppelliti i poveri».

Indubbiamente leggendo l'atto sorgono spontanee numerose domande. Perché la donna non ricevette i sacramenti? Quando ciò accadeva per una morte improvvisa o accidentale veniva sempre specificata la causa del decesso proprio per giustificare l'assenza della somministrazione dei sacramenti. La defunta viene sepolta in chiesa, pratica non concessa ai suicidi o a persone morte in peccato mortale.
Perché la donna è morta proprio nella chiesa della Maddalena? Vi erano epidemie in corso? La morte in così breve tempo di padre, madre e figlia farebbe supporre proprio la presenza di qualche malattia contagiosa.
L'atto precedente è del 21 agosto e i due seguenti sono del 23 e del 25 agosto, e queste date ci portano ad escludere epidemie in atto che fanno registrare numerose vittime ogni giorno. Se non c'erano malattie contagiose come mai genitori e figlia sono morti nel volgere di una sola settimana?

 Un altro elemento strano è il fatto che Rosa è morta il 17 ma viene citata posteriormente al marito che è mancato ben sei giorni dopo. Per qual motivo il suo atto di morte si trova dopo quello del 21 agosto e non prima? Forse nessuno si era accorto che la donna era morta giorni prima nell'isoletta. Come si fa allora a sapere che è morta proprio il 17? E' stato un medico a stabilirlo? 
Come si può notare la vicenda nasconde tanti lati oscuri.

Dal documento traiamo altre informazioni. I due coniugi provenivano dalla Francia ed erano poveri come testimonia il ricorso al cimitero degli indigenti. La donna era nata in Francia ma sua madre era sarda, visto il cognome Obino, e i suoi genitori risultano viventi, diversamente sarebbe stata usata per loro la parola quondam (fu). Si può pensare che i genitori di Rosa risiedano ad Alghero dato che sono nominati. Chi avrebbe potuto conoscere il loro nome visto che evidentemente per un certo periodo Maddalena Obino è stata in Francia? Oltre a ciò, di solito negli atti di morte non figura il nome dei genitori del defunto se questo è adulto e infatti mancano quelli di Antonio Caya. Un'altra osservazione è che Maria Anna è “una” figlia, non "la" figlia dei coniugi e sembrerebbe quindi che la famiglia fosse più numerosa.
Notiamo inoltre che il fatto è accaduto nel mese di agosto, subito dopo la festa dell'Assunta.
La lettura del documento fa sorgere tante domande che non possono avere risposta e l'evento rimane enigmatico e misterioso.
Viene spontaneo pensare a qualche fatto drammatico, dovuto a fatalità oppure a violenze volontarie o accidentali. La morte senza sacramenti di una giovane madre di famiglia su un'isoletta disabitata all'interno di una chiesa è certamente un fatto molto particolare, e lo diventa ancor di più se nei giorni successivi muoiono anche il marito e una figlioletta. La singolarità del fatto è evidenziata inoltre dall'anomalia del documento che pare più una cronaca che un atto di morte.
Purtroppo dobbiamo però arrenderci di fronte all'impossibilità di avere delle risposte alle nostre tante domande.


La tragica circostanza ci porta ad approfondire le notizie sulla chiesa di Santa Maria Maddalena che ha dato il nome alla Maddalenetta, poco più di uno scoglio che però ha avuto una storia che si può ricostruire attraverso testimonianze e documenti.


ALCUNE NOTIZIE STORICHE

Abbiamo già visto che la chiesa era sede di canonicato fin dall'istituzione di Alghero a sede vescovile nel 1503. Tra gli ultimi canonici ricordiamo Francesco Marinetto, al quale è succeduto Gian Andrea Massala che viene insediato il 20 novembre 1816 e muore l'11 febbraio 1817 a soli 44 anni. 
Sembra che l'ultimo officiante di S. Maria Maddalena sia stato Carlo Alberto Domenico Mariotti canonico (n. Alghero 1777- m. Cagliari 31/7/1862), nominato dopo il Massala. In realtà dalla fine del 1700 la chiesa non era più aperta al culto e crediamo che fosse già in parte distrutta. Si può dunque affermare che ai tempi di Marinetto la chiesa non venisse più officiata.

Sappiamo infatti che nel gennaio 1805 i negozianti Gio. Vitelli, Giosuè D'Alessio e Stefano Piccielli hanno fatto una richiesta per costruire un lazzaretto di legno a loro spese nell'isolotto della Maddalena visto che non viene concesso loro di fare la quarantena a Capo Galera. Ma il permesso viene negato e il bastimento proveniente da Livorno è costretto a sostare presso Capo Pula (G. A. Màssala, Giornale di Sardegna, Poliedro, 2001, p. 79)
Nel 1812 alcuni arrestati vengono portati nell'isola della Maddalena (Màssala, op. cit.  p. 131).
Il 4 agosto 1816 Giannandrea Màssala viene nominato canonico della cattedrale col titolo della Maddalena (Ivi p. 170).

Nel 1835 «fu disposta la costruzione di un casotto sull'isoletta della Maddalena dove esistevano i ruderi di una vecchia chiesetta, sede di canonicato, per il cui utilizzo fu richiesta e ottenuta l'autorizzazione del capitolo diocesano algherese1». In breve tempo fu costruito un casotto ottagonale che doveva essere utilizzato per la disinfestazione della posta2 nelle occorrenze di malattie contagiose che richiedevano la quarantena, separato con un muro divisorio da un camerino semicircolare3 di 9 mq riservato ai quarantenanti dove era collocato un fornetto provvisto di camino da utilizzare per la disinfezione della posta. Il collaudo avvenne il 24 settembre 1835 ma in realtà la struttura non fu mai attivata. Nel 1846 le autorità competenti rilevarono lo stato di degrado dell'edificio e stabilirono che per il suo ripristino sarebbe stato necessario affrontare delle spese considerevoli. Visto che la posta poteva anche essere risanata nella casetta della banchina di Sanità del porto4 e che c'era il lazzaretto a Capo Galera si ritenne più conveniente abbandonare il casotto che nel 1846 era in completa rovina, «in più parti distrutto, con gli infissi divelti, i vetri rotti, i mobili dell'interno danneggiati e le pareti e il tetto da riparare».5

In pubblicazioni del 1800 troviamo altre informazioni sull'isoletta.

Il canonico Angius dice che la Maddalenetta “è tutta vivo scoglio, bassa, inetta a ogni coltura, e priva di animali, della circonferenza di circa un miglio, al cui riparo possono stare bastimenti di mediocre portata. Ebbe quest'appellazione da una chiesetta che vi sorgeva in onore di tale santa”. (V. Angius, Città e villaggi della Sardegna dell'Ottocento, Ilisso, 1833, p. 78)

La Marmora afferma che vi è ancora una piccola chiesa dedicata alla santa che ha dato il nome all'isolotto e che attualmente è abbandonata. (Alberto della Marmora, Itinerario dell'Isola di Sardegna, Fratelli Bocca, Torino, 1860, Vol II p 101)

Cugia non fa cenno alla chiesa e riporta che l'isoletta era luogo di guardia sanitaria (Pasquale Cugia, Nuovo Itinerario dell'Isola di Sardegna, Tipografia Nazionale E. Lavagna, 1892, Vol I, p. 137)
“Negli ultimi tempi faceasi scontare la quarantena o, meglio, i barchi sospetti erano sottoposti alla sorveglianza sanitaria, osservazione, nell'isolotto della Maddalena”. (Cugia p. 146)



1  G. Oppia, Il Lazzaretto di Capo Galera, Carlo Delfino Editore, 2016, p. 177
2 La carta si prendeva con pinze per avvicinarla ai fumi ottenuti da fuochi di legni aromatici stando attenti a non bruciarla.
3 La forma semicircolare suggerisce che il camerino sfruttava le fondamenta di un'abside.
4 La costruzione, di circa 45 m2 è del 1838. Giacomo Oppia, Il Lazzaretto di Capo Galera, Carlo Delfino Editore, 2016, p. 198
5 Ivi p. 213



CENNI STORICI DELLA CHIESA DELLA MADDALENA 
di Giuliana Ceravola

 Poche persone ad Alghero sanno che un tempo, sull'isola della Maddalenetta, al posto dell'attuale faro costruito nella prima metà del secolo scorso, sorgeva una chiesa dedicata a Maria Maddalena. Maria Maddalena, detta anche Maria di Magdala, era nata o viveva nella città posta sulla riva del lago di Tiberiade, importante centro commerciale ed amministrativo della Galilea, in cui gli scavi diretti nel 2007/2008 dall'archeologa Dina Avshalom-Gorni dell’Israel Antiquities Authority, hanno riportato alla luce una delle più antiche sinagoghe al mondo, risalente al periodo del Secondo Tempio (50 a.C.-100 d.C.). Magdala si trova a pochi Km da Cafarnao, dove Gesù abitò dopo aver lasciato Nazareth e dove cominciò la sua predicazione; probabilmente è in quel periodo che Maria di Magdala e Gesù si conobbero, ed in seguito la Maddalena divenne discepola di Gesù. Diversamente da tutti gli altri Maestri, infatti, il rivoluzionario Gesù di Nazareth aveva tra i suoi discepoli un gruppo di discepole «che assistevano lui e gli apostoli con i loro beni» (Lc 8, 3). Maria di Magdala ha un ruolo così importante nella narrazione evangelica, che il teologo Ippolito Romano (170-235 d.C.) l'ha definita “Apostola degli Apostoli”. La chiesa a lei dedicata, sorgeva sulla piccola isola della rada di Alghero, e potrebbe essere stata edificata tra il XV ed il XVI secolo; infatti viene citata per la prima volta in un documento del 1526, anno della sua elevazione al titolo canonicale. Il 30 gennaio 1805 Don Gianandrea Massala riporta la notizia di un'imbarcazione mercantile proveniente da Livorno, i cui proprietari chiedono di potersi sottoporre alla quarantena nell'isola della Maddalena (richiesta che non fu accolta)1 ; il fatto porterebbe a pensare che all'epoca la chiesa non fosse più officiata. Ciò nonostante il 4 agosto 1816 Don Gianandrea Massala viene nominato Canonico della Cattedrale col titolo della Maddalena, in successione a Don Francesco Marinetto, morto poco tempo prima; Massala muore poi l'11 febbraio del 1817 e il 10 agosto 1817 il canonicato della Maddalena è affidato a Don Carlino Mariotti, «professore di Logica in queste pubbliche scuole» 2 . Nel 1835 «fu disposta la costruzione di un casotto sull'isoletta della Maddalena dove esistevano i ruderi di una vecchia chiesetta, sede di canonicato, per il cui utilizzo fu richiesta e ottenuta l'autorizzazione del Capitolo diocesano algherese3 ». A quell'epoca dunque la chiesa era in rovina da tempo.
 In città (secondo la tradizione) si dice che la statua lignea sette-ottocentesca ospitata nella nicchia dell'archivolto denominato Porto Salve, sia l'ultima testimonianza rimastaci della chiesa della Maddalena 4 . 

Giuliana Ceravola 
Vetera et Nova


Nel luglio 2025 è stata portata sullo scoglio la statua di Maria Maddalena realizzata a cura dell'Associazione "Lu Fruntuni". 


1 G. A. Màssala, Giornale di Sardegna, Ed. Poliedro, 2001, p. 79 
2 Libro n.9 delle Giunte Capitolari, conservato nell'Archivio Diocesano di Alghero, pag. 127. 
3 Giacomo Oppia, Il lazzaretto di capo Galera, Delfino Editore, 2016, p. 177 
4 Antonio Serra, Le chiese campestri di Alghero, Edizioni del Sole, 2006, p. 72


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giovedì 1 novembre 2018

Halloween in Sardegna



Le vecchie tradizioni a volte ritornano attraverso il passaggio in lontani paesi.
L'antica usanza dei bambini sardi che andavano di casa in casa chiedendo frutta secca, caramelle, dolci, dicendo "A su mottu mottu" si era persa da tempo ed è tornata passando per gli Stati Uniti dove però si dice "Dolcetto o scherzetto?".
Anche l'uso della zucca intagliata è un'antica tradizione sarda.
Peccato che oggi se ne sia perso il ricordo e che si porti avanti una propria tradizione come fosse quella di altre culture.

Per altre informazioni: e-mail - tilgio@virgilio.it

lunedì 29 ottobre 2018

Alghero - Fine Prima Guerra Mondiale

CHIUNQUE VOLESSE UTILIZZARE LE NOTIZIE E I DATI QUI PUBBLICATI (ANCORA IN VIA DI ELABORAZIONE) IN CONFERENZE, STUDI, PUBBLICAZIONI, DEVE GENTILMENTE INDICARNE L'INDIRIZZO WEB E L'AUTRICE.

5 novembre 1918
La notizia dell'armistizio è arrivata in città e il sindaco Carmine Dupré si affretta ad esprimere la gioia di Alghero al generale Diaz.

Ecco la minuta del telegramma inviato.
(Archivio Storico Alghero)




Si noti come la parola saluta sia stata sostituita da acclama che evidentemente è più adatta alla circostanza.


Martedì 12 novembre il Prefetto di Sassari riceve un telegramma del generalissimo Diaz che annunzia: «Il tricolore sventola sul castello del Buon Consiglio e su la torre di san Giusto. Le truppe hanno occupato Trento e sono sbarcate a Trieste, i cavalleggeri sono entrati in Udine».

A mezzogiorno la notizia si è sparsa per tutte le vie e i vicoli di Alghero e il Vescovo Francesco D'Errico ordina che le campane delle chiese suonino a festa con il loro rapic a ball (rintocco a ballo). Inoltre organizza un corteo che si snoderà per la città con il tricolore, la musica e discorsi patriottici.
Invita quindi il Sindaco  e il Consiglio Comunale alla cerimonia che si svolgerà nella cattedrale domenica 17 novembre alle ore 16 per rendere grazie a Dio con un solenne Te Deum. La chiesa viene addobbata come per le più importanti feste, e vi è dovizia di bandiere e di epigrafi per celebrare lo straordinario evento reso possibile «grazie alle preghiere indette dal Santo Padre ed innalzate al trono di Dio dai fedeli, le s. comunioni dei bambini ed il santo sacrificio della messa, il 29 giugno 1918 celebrate da quasi tutti i sacerdoti secondo le intenzioni del sommo pontefice Benedetto XV».
Nel giugno 1918 si era combattuta una grande battaglia che D'Annunzio ha definito "Battaglia del Solstizio" ed è per questo scontro che nelle chiese si erano celebrate le messe.
La cronaca continua così:
«La domenica successiva, 24 novembre, con a capo Mons. Vescovo si andò in pellegrinaggio a Valverde, per ringraziare la Vergine benedetta della grazia ottenuta».

 ASDA Fondo Capitolo, Notizie antiche e cronache, 1.3.5. Repertorio di notizie riguardanti la città di Alghero dal 1855 in appresso, pp 129

Purtroppo, mentre la popolazione viene coinvolta in questi festeggiamenti, si registrano numerosi decessi a causa della pandemia di spagnola, arrivata in città alla fine dell'estate 1918. I morti causati dalle complicazioni dell'influenza sono stati più di un centinaio (almeno 130) tra l'autunno 1918 e i primi mesi del 1919. E proprio a causa del contagio vi sono rigorose limitazioni agli affollamenti e alla frequentazione di luoghi pubblici. Ma la gioia per la fine di quell'incubo durato per troppo tempo è tanta, che si dimenticano quelle regole imposte dalle autorità sanitarie*.

*Cento anni fa l'epidemia di spagnola, di Giovanna Tilocca,  http://www.storiedialghero.it

Il 19 novembre 1918 il sindaco Carmine Dupré apre una sottoscrizione per la neonata Fondazione Brigata Sassari che si propone di offrire assistenza agli orfani dei caduti e ai soldati mutilati.
Egli conclude il suo proclama con il seguente appello:

«Concittadini!
È dovere di tutti di concorrere a favore della  Fondazione Brigata Sassari, di concorrere ognuno in proporzione delle proprie sostanze. Il debito che abbiamo verso i nostri soldati è incalcolabile e qualsiasi sacrifizio noi faremo sarà nulla in confronto ai disagi da essi sofferti. 
Proprietari, professionisti, industriali, artisti (artigiani), operai, pastori, pescivendoli, pescatori, negozianti, contadini, esonerati, siate generosi nell'offrire il vostro obolo a favore di sì nobile e patriottica istituzione».
(Archivio Storico Comunale Alghero, 940/12/31)


I NUMERI DELLA GRANDE GUERRA


Nel periodo bellico sono morti almeno 150 soldati algheresi e 46 residenti ad Alghero ma nati in altri centri sardi. La loro età media era di circa 28 anni. 
Il tributo maggiore di morti è del 1918 con 61 deceduti.


Nella tabella si possono visualizzare le proporzioni tra le varie cause di morte dei nostri soldati. Per sei di loro non si è potuto risalire alla causa della morte in quanto non specificata (Non spec.).
Nel biennio 1918-19 si registrano 39 morti per malattia. Quasi tutti sono vittime della spagnola che ha aggravato il già pesante bilancio di caduti in guerra. L'influenza ha avuto esiti mortali in numerosi casi di contagio nelle truppe malnutrite e stremate da anni di malsana vita di trincea.
Si conoscono storie di famiglie che attendevano il ritorno di un familiare dal fronte a guerra ultimata e che preparavano grandi festeggiamenti per quell'evento che poneva fine ad un interminabile periodo di lontananza e di ristrettezze. Ma quel reduce non poté mai prendere la nave per tornare alla sua terra perché, colto da febbri altissime, era stato ricoverato in un ospedale militare da campo e lì aveva concluso i suoi giorni lontano da tutto e da tutti, stroncato da una semplice influenza. In quella terra avrebbe avuto la sepoltura e i suoi cari non avrebbero neppure potuto dargli l'estremo saluto. Sua figlia, che allora aveva cinque anni, non avrebbe più dimenticato quelle ceste e canestri colmi di dolci profumati nascosti sotto il letto, pronti per festeggiare quell'atteso ritorno. Ma la festa si era trasformata in tragedia e lei non avrebbe più rivisto suo padre.
Delle guerre emergono le battaglie, gli eroismi, le vittorie, le sconfitte, ma la devastazione che producono nella vita delle persone non viene messa in conto.
La celebrazione di questo centenario può portarci a conoscere meglio quell'antico evento per avvicinarci alla quotidianità dei soldati e delle loro famiglie con semplicità, e senza alcuna retorica.

Dati elaborati con gli elenchi pubblicati nel sito www.albodorograndeguerra.it confrontati con 
Raffaele Sari Bozzolo, Vicini cent'anni, 2015

Vorrei ora precisare un dettaglio sul conteggio delle perdite in guerra.
Sembra che il Italia siano morti circa 650 mila soldati a causa del conflitto. 
Si dice inoltre che in Italia ci sono state 400 mila vittime della pandemia*. Sembrerebbe dunque che ci sia stato circa un milione di morti fra guerra e influenza. Ma in realtà numerosi deceduti a causa della spagnola erano militari per cui non è corretto fare la somma delle due cifre poiché si rischia di contare due volte una stessa persona e nel nostro caso i numeri sono molto alti.

*http://www.treccani.it/enciclopedia/influenza-spagnola_(Dizionario-di-Medicina)/



TARGHE PER LA VITTORIA 

Ben presto arriva al Comune di Alghero la proposta di acquisto di una targa commemorativa. Tra i documenti dell'Archivio Storico si trovano alcun stampati della Fonderia Corinthia di Roma.




Bozzetto della targa che raffigura la Vittoria sollevante il simbolico Fascio Romano, e la Gloria alata che sparge allori. A destra gli stemmi di Trento e Trieste.

La targa si poteva ordinare presso la Fonderia Artistica Corinthia di Roma in tre dimensioni.
Tipo A - cm. 76 x 47    - £. 360
Tipo B - cm. 1,15 x 75 - £ 700
Tipo Monumentale - cm. 1,80 x 1,15 - £ 1.200

Secondo quanto si afferma, le targhe, che contengono "l'ultimo epico bollettino di guerra, che resterà nei secoli come il documento più alto e possente della nostra vittoria e come la magnifica sintesi dell'ultima guerra per l'indipendenza d'Italia", sono state fuse con il bronzo tolto al nemico.
Il Municipio di Roma ha già decretato di affiggere una simile targa sul sacro Colle Capitolino e la Fonderia si augura che quell'esempio sia seguito da coloro che sentono vivo l'amore di Patria e il culto per coloro che la vollero grande e indipendente.
Non sappiamo se anche il Municipio di Alghero si dotò di tale targa ed eventualmente quale dimensione scelse.
 Giovanna Tilocca


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