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venerdì 3 aprile 2020

Epidemie ad Alghero: Spagnola e Covid 19


1918 Spagnola - 2020 Coronavirus



E fu il deserto ...
5 aprile 2020. Piazza Sventramento dalla finestra di Angela


L'attualità di un'emergenza improvvisa quanto imprevista ci ha messo di fronte a eventi che credevamo appartenere soltanto a un lontanissimo passato, dei quali peraltro si è raccontato sempre molto poco. Tra i ricordi familiari talvolta erano comprese le guerre, i libri di storia si sono sempre occupati dei momenti epocali della nazione, e solo ultimamente qualcuno ha iniziato a ricercare, in documenti d'Archivio fino ad ora mai consultati, come vivevano quei milioni di persone senza volto e senza nome che quotidianamente tribolavano la giornata per cercare di sopravvivere alla natura e ai potenti di turno. Crediamo di conoscere la storia ma in realtà abbiamo soltanto memorizzato nomi, date, eventi che sono l' effetto della volontà di pochi e che non rispecchiano certamente la grande varietà di situazioni, accadimenti, stati d'animo che hanno dato una fisionomia reale e concreta al nostro passato e che permeano il nostro presente.

1918 – La pandemia di Spagnola

Nei primi mesi dell'autunno 1918 la popolazione si è trovata soverchiata da due elementi contro i quali non aveva alcuna difesa. Infatti alla guerra, decisa dai gruppi di potere, che aveva stremato le famiglie per più di tre anni, si è aggiunta la forza della natura che ha scatenato contro l'umanità un micidiale nuovo virus dell'influenza.
Il termine “Spagnola” evoca un'epidemia della quale però conosciamo solo il nome. Eppure in questi giorni stiamo vivendo un'esperienza che, per alcuni aspetti, si presenta molto simile a quella vissuta un secolo fa dai nostri avi. Anche allora il nemico è arrivato in silenzio, non si è fatto riconoscere subito, ma con il passare dei giorni ci si è accorti che non si trattava di una normale influenza perché tanti, troppi contagiati morivano per le sue complicazioni: tracheobronchiti, bronchiti acute, catarri soffocanti, edema polmonari e polmoniti che, in assenza assoluta di farmaci adeguati, conducevano rapidamente alla morte. L'unica raccomandazione dei medici era di evitare il contagio e di curare in particolare la pulizia delle mani, delle cavità nasali e della bocca. Alcuni consigliavano di introdurre vaselina nelle narici per impedire l'accesso ai microbi oltre ad effettuare polverizzazioni nel naso con olio mentolato.
Le cure praticate erano costituite principalmente da analgesici, antisettici e disinfettanti. Negli ospedali si praticavano iniezioni a base di canfora utili per le congestioni delle vie aeree superiori e inferiori specialmente in presenza di tosse, siero antipneumococcico per ridurre il rischio di polmoniti, e inoltre si somministravano fenolo (antisettico) e mentolo per alleviare le irritazioni delle vie aeree.
La popolazione si riforniva di chinino nonostante i medici avessero chiarito che il farmaco non aveva alcuna efficacia in caso di influenza. Presto le scorte di chinino scarseggiarono a danno dei malati di malaria nelle campagne e nelle zone di guerra. Nelle farmacie si acquistavano espettoranti, e molti ricorrevano ai vecchi rimedi di medicina popolare per i brividi di freddo e per la febbre come fumigazioni, decotti, sciroppi, applicazione di tegole o mattoni caldi.
Le persone più colpite erano i ragazzi e i giovani adulti. In tutto il mondo il tasso più elevato di mortalità si è riscontrato negli individui con un'età compresa tra i quindici e i quarant'anni. Pare infatti che gli anziani fossero più resistenti al contagio in quanto già colpiti dall'influenza del 1889 e quindi immunizzati.
La stampa tranquillizzava la popolazione ma in contrasto con tali rassicurazioni si prendevano subito drastici provvedimenti: veniva rinviata l'apertura delle scuole elementari ed erano proibiti gli assembramenti. Si vietarono le visite in ospedale dove i contagiati, se era possibile, venivano isolati.
Si raccomandava particolare attenzione nella pulizia e disinfezione di case, uffici, chiese dove si chiedeva che venissero disinfettati con cura i banchi e i confessionali. Si sospesero le feste patronali e si consigliava di ridurre al minimo la frequentazione di teatri e locali cinematografici Col passare dei giorni, nonostante i giornali continuassero a rassicurare sul decrescere dell'influenza, si attuarono ulteriori restrizioni che modificavano anche i rapporti sociali: vietato visitare gli ammalati, porgere le condoglianze, partecipare ai funerali. Anche gli abbracci, i baci e le strette di mano erano messi al bando. Mussolini scriveva sul “Popolo d'Italia” che se la sudicia abitudine di stringere la mano fosse stata vietata, la spagnola sarebbe scomparsa nel corso di una notte.
Finalmente intorno alla metà di novembre la malattia iniziò a regredire, per cessare alla fine del febbraio successivo.
Una stima fornisce la cifra di 12 mila decessi nell'Isola e la fascia di età più colpita è quella tra i venti e i quarant'anni. Dal 1915 al 1918 erano morti in guerra 13.602 soldati sardi.

2020 – La pandemia di Coronavirus

In questi giorni il nostro pensiero è andato a epoche lontane, delle quali abbiamo letto nei libri di storia e nei romanzi, che parlano di terribili epidemie, di lazzaretti, di fosse comuni, e di quanto di più tragico hanno dovuto subire le popolazioni nei secoli passati.
Inizialmente molto increduli, ci siamo trovati nel bel mezzo di una pandemia così, all'improvviso, e c'è voluto un po' di tempo per capire che cosa stava accadendo proprio a noi, superprotetti da vaccini e medicine, da un'organizzazione sanitaria capillare, da una scienza medica che ritenevamo perfettamente in grado di padroneggiare una semplice influenza.
Non potevamo neppure immaginare lo scenario che si presenta quando contemporaneamente si ammala un numero di persone fuori controllo, provocando un affollamento insostenibile nelle strutture sanitarie e costringendo talvolta i medici a fare delle scelte angoscianti.
Ogni influenza ha le sue vittime prescelte. La spagnola colpiva soprattutto i giovani e gli adulti fino ai 40 anni, mentre il coronavirus preferisce gli anziani, in prevalenza uomini, i quali spesso hanno altre patologie che si aggravano rendendo inutile ogni cura.
Ancora siamo nel bel mezzo dell'accadimento, ancora non possiamo capirne gli sviluppi, ma certamente abbiamo già fatto le nostre riflessioni.
Questo clima di segregazione, di chiusura, di abbandono delle attività è percepito in maniera differente in ragione dell'impatto economico che comporta per ciascuno di noi e anche in relazione all'età. Non possiamo fare delle previsioni sulle conseguenze anche perché molto dipende da quanto sarà lungo il periodo di restrizioni e dal bilancio finale che si sta già presentando molto pesante. Se dobbiamo riferirci alla Spagnola possiamo dire che nel 1918 guerra e pandemia hanno dato un colpo durissimo a tanti popoli, ma stiamo anche parlando di numeri decisamente superiori su una popolazione mondiale che non raggiungeva i due miliardi di persone. Un miliardo era stato contagiato e il bilancio finale è stato di 50 milioni di decessi.

Cosa fare?

In conclusione, ricordiamo che una situazione avversa può essere trasformata in opportunità. Possiamo trascorrere questo momento di pausa in attività di lettura, di ricerca, di creazione artistica, di revisione dei nostri personali archivi stivati nei cassetti o dentro sportelli negletti da anni, e nella concretizzazione di tutto ciò che abbiamo sempre rimandato e non abbiamo mai avuto il tempo di realizzare.
Se vogliamo trovare qualcosa di positivo nella nostra attuale vicenda possiamo pensare che forse questa esperienza servirà a farci capire che la natura, per quanto noi cerchiamo di sottometterla, è sempre in grado di riprendersi i suoi spazi come hanno dimostrato le immagini dei delfini sotto costa, dei cigni in città, dell'aria senza smog e delle acque trasparenti. Forse qualcuno ci sta dicendo che per una migliore qualità della vita si può anche fare qualche rinuncia senza perciò sentirci diminuiti nelle nostre prerogative di signori del creato.

La parte relativa all'influenza Spagnola è tratta dallo studio di Eugenia Tognotti pubblicato nel volume Dal mondo antico all'età contemporanea, Studi in onore di Manlio Brigaglia, Guerra ed epidemia, la “Spagnola” in Sardegna, Carocci, 2001.



giovedì 26 marzo 2020

Coronavirus - Conseguenze

Vista l'emergenza Corona Virus propongo gruppi di lettura on line sull'epidemia di Spagnola ad Alghero. 

Chi è interessato può contattare la e-mail tilgio@virgilio.it per ricevere notizie sull'argomento.

Stamattina riflettevo su alcune conseguenze del blocco attuato in occasione della pandemia che, per la prima volta nella storia dell'uomo, ha costretto contemporaneamente gran parte delle persone di diversi continenti ad uno stile di vita imposto per motivi che non si discutono. Naturalmente molto dipende dalla durata delle restrizioni e noi tutti ci auguriamo di tornare al più presto alla normalità.
Scriverò questo post in più tempi, senza seguire un ordine logico ma in base a ciò che mi verrà in mente.


1. Circolano pochissimi mezzi di trasporto per cui credo che sia altamente improbabile che accadano incidenti. Nel frattempo le Assicurazioni riscuotono i soldi come se nulla fosse cambiato.

2. Purtroppo stanno venendo a mancare tante persone anziane e questo fa sì che molte pensioni decadranno con svantaggio per le famiglie e vantaggio per lo Stato.

3. Anche senza una nostra consapevolezza, si modificherà il nostro mondo dei valori. Ciò che abbiamo sempre dato per scontato acquista oggi un maggiore pregio. Il fatto di trascorrere tutto il tempo dentro casa ci porta a curarla con maggiore attenzione e a renderla più comoda e confortevole. 

4. Non voglio neppure pensare a coloro che, avendo un'attività lavorativa autonoma, sono adesso impediti di lavorare. Per loro il danno è incalcolabile e possiamo solo sperare che, una volta conclusa questa forzata chiusura, si trovi il modo di ripartire e di recuperare ciò che si è perso.

5. Come hanno fatto vedere alcuni filmati, il mare nei pressi delle coste è pulito, nell'aria non c'è smog, e la natura ringrazia.

6. Sta a cquistando sempre più importanza la comunicazione tramite internet: lavoro, studio, amicizie, viaggiano su internet mantenendo vivi l'impegno e i rapporti sociali.

7. Rimane il sospetto che, pur non togliendo nulla alla gravità della situazione, l'isolamento forzato non dispiaccia al potere. Sembra quasi di vivere nelle atmosfere di 1984 di Orwell con cittadini  controllati e sorvegliati nei loro spostamenti anche se nel romanzo gli scopi erano politici e non sanitari. 


Continua ...

domenica 8 marzo 2020

La "spagnola" ad Alghero - 1918

Vista l'emergenza Corona Virus propongo gruppi di lettura on line sull'epidemia di Spagnola ad Alghero. 

Chi è interessato può contattare la e-mail tilgio@virgilio per ricevere notizie sull'argomento.


         CENTO ANNI FA LA “SPAGNOLA” - 1918-2018


In Italia, il primo allarme venne lanciato a  Sossano (Vicenza) nel settembre del 1918, quando il capitano medico dirigente del Servizio sanitario del secondo gruppo reparti d'assalto invitò il sindaco a chiudere le scuole per una sospetta epidemia di tifo

Nell'immaginario collettivo l'idea di strage nel 1900 è associata alle guerre ma l'impressione è fuorviante. Se è vero che nella prima guerra mondiale sono morte 16 milioni persone e nella seconda 68 milioni, c'è stato un altro killer silenzioso e subdolo che ha provocato circa 50 milioni di vittime in tutto il mondo nell'arco di pochi mesi a cavallo tra il 1918 e il 1919.
Il virus della “spagnola” raggiunge l' Europa nella primavera 1918 portato dalle truppe statunitensi che partecipano alla Grande Guerra. La notizia della terribile epidemia viene censurata dalla stampa e ne parlano per primi i giornali spagnoli visto che la Spagna, non coinvolta nel conflitto, non pratica la censura di guerra. Per questo motivo la pandemia è conosciuta come “spagnola”.
Non esistono dei dati certi, ma alcuni parlano di un miliardo di persone contagiate e almeno 50 milioni decedute nel mondo. Per l'Italia è accreditato il dato di 375 mila decessi a causa dell'influenza ma in realtà non è stato mai possibile quantificare con esattezza il numero dei morti per il contagio.



La spagnola in Sardegna



Vediamo ora in particolare qual è stato l'impatto di questo terribile morbo nei nostri territori.
In Sardegna “Il peggio venne nell'autunno del 1918, proprio quando la guerra era prossima alla conclusione. Fra il settembre e l'ottobre giunse in Sardegna un'epidemia influenzale di estrema gravità, che aveva esito mortale in un altissimo numero di casi; era quella che si chiamò “febbre spagnola”, sebbene non dalla Spagna venisse, ma dall'Asia, probabilmente dalla Cina, e che già dilagava in buona parte dell'Europa e nel resto dell'Italia. Le conseguenze furono di gravità straordinaria. In Sardegna, soltanto negli ultimi mesi del 1918, morirono poco meno di diecimila persone, e ne morirono altre tremila nei due anni successivi. In Italia i casi mortali accertati furono 274 mila nel 1918, 32 mila nel 1919, 24 mila nel 1920 per un totale di 330 mila; In Europa, nell'arco di tre anni, non meno di dieci milioni1”.
Un grave ostacolo alla ricostruzione dell'evento è dato da “un vuoto desolante di documenti”2 pubblici e privati (memorie, epistolari, diari). La morte di tanti giovani deceduti per l'epidemia è stata cancellata dalla memoria, quasi per fare spazio al sacrificio di altri giovani, gli eroi caduti per la Patria.
Per definire i contorni di questo spaventoso periodo di malattia e morte, Eugenia Tognotti si serve delle cronache locali di quotidiani, dei provvedimenti delle autorità sanitarie e di altri scarsi documenti ufficiali.
L'epidemia arriva a Cagliari nella primavera 1918 ma inizialmente non provoca vittime. Verso la metà di settembre i prefetti di Cagliari e Sassari rendono obbligatoria la denuncia dei casi di influenza che si manifesta con “complicanze anche letali”3. 



1 100 anni della nostra storia, 1915/1925 Dai Campi alla trincea di Angelo De Murtas La Nuova Sardegna, 1991, E la “febbre spagnola” miete diecimila vittime in pochi mesi, p. 29,

2 Eugenia Tognotti, Dal mondo antico all'età contemporanea, Studi in onore di Manlio Brigaglia, Guerra ed epidemia, la “Spagnola” in Sardegna, p. 774

3Ibidem, p. 777


                          La febbre dei tre giorni



L'influenza ha un decorso breve e per questo è stata denominata “febbre dei tre giorni” ma purtroppo è a volte seguita da complicanze dell'apparato respiratorio: tracheobronchiti, bronchiti acute, catarri soffocanti, polmoniti, edema polmonari che sono causa di morte, non essendosi ancora trovati farmaci idonei a contrastarle. L'unica raccomandazione che fanno i medici è di evitare il contagio e di curare in particolare la pulizia delle mani, delle cavità nasali e della bocca. Alcuni consigliano di introdurre vaselina nelle narici per impedire l'accesso ai microbi oltre ad effettuare polverizzazioni nel naso con olio mentolato1.
Le cure praticate sono a base di tintura d'oppio canforato (analgesico), di acido fenico (antisettico e disinfettante), di percloruro di mercurio (disinfettante). Negli ospedali si praticano iniezioni a base di canfora utili per le congestioni delle vie aeree superiori e inferiori specialmente in presenza di tosse, siero antipneumococcico per ridurre il rischio di polmoniti, e inoltre si somministrano fenolo (antisettico) e mentolo per alleviare le irritazioni delle vie aeree.
Nei giorni dell'epidemia si assiste a un vero e proprio assalto al chinino, nonostante i medici abbiano chiarito che il farmaco non ha alcuna efficacia in caso di influenza. Presto le scorte di chinino scarseggiano a danno dei malati di malaria nelle campagne e nelle zone di guerra. Nelle farmacie si acquistano espettoranti, e molti ricorrono ai vecchi rimedi di medicina popolare per i brividi di freddo e per la febbre come fumigazioni, decotti, sciroppi, applicazione di tegole o mattoni caldi2.
A fine settembre La Nuova Sardegna pubblica alcuni “Consigli popolari per la difesa individuale contro l'influenza” forniti da una commissione formata da un gruppo di medici. Naturalmente non si fa mai cenno alle complicazioni dell'influenza e neppure alla sua vasta diffusione. Nei giorni successivi nascono numerosi comitati formati da medici militari, studenti di medicina, infermieri, militi della Croce Rossa, preti e maestri, che cercano di colmare i vuoti lasciati dai medici impegnati nelle zone di guerra. Anche le donne si impegnano nella ricerca di fondi e nella distribuzione dei generi alimentari agli ammalati bisognosi.
Le persone più colpite sono i ragazzi e i giovani adulti. In tutto il mondo il tasso più elevato di mortalità si riscontra negli individui con un'età compresa tra i quindici e i quarant'anni. Pare infatti che gli anziani siano più resistenti al contagio in quanto già colpiti dall'influenza del 1889 e quindi immunizzati.
I giornali smentiscono le voci di una grave epidemia diffusa in tutta l'Europa, ma nel contempo viene rinviata l'apertura delle scuole elementari e vengono proibiti gli assembramenti. Si vietano le visite in ospedale dove i contagiati, se è possibile, vengono isolati.
Si raccomanda particolare attenzione nella pulizia e disinfezione di case, uffici, chiese dove si chiede che vengano disinfettati con cura i banchi e i confessionali. Si sospendono le feste patronali e si consiglia di ridurre al minimo la frequentazione di teatri e locali cinematografici Col passare dei giorni, nonostante i giornali rassicurino sul decrescere dell'influenza, si attuano ulteriori restrizioni che modificano anche i rapporti sociali: vietato visitare gli ammalati, porgere le condoglianze, partecipare ai funerali. Anche gli abbracci, i baci e le strette di mano sono messi al bando. Mussolini scrive sul “Popolo d'Italia” che se la sudicia abitudine di stringere la mano fosse stata vietata, la spagnola sarebbe scomparsa nel corso di una notte3


4Ibidem, p.779
5Ibidem, p.780
6Ibidem, p. 788

                               Scenari terrificanti


A scorrere le cronache di Nuoro, de La Maddalena e dei tanti paesi della Sardegna appare uno scenario terrificante. Per sostenere famiglie in difficoltà vengono organizzate squadre di volontari che forniscono assistenza, medicine e alimenti. La mortalità è molto alta e talvolta colpisce interi gruppi familiari. A Tula il prete e il medico non possono svolgere le loro funzioni in quanto anche loro malati, si ricorre alla Croce Rossa per la disinfezione delle abitazioni e per il trasporto dei cadaveri (alla pietosa incombenza vengono adibiti anche militari in convalescenza) e lo scenario appare veramente apocalittico7.

Finalmente intorno alla metà di novembre la malattia inizia a regredire, per cessare alla fine del febbraio successivo. Una stima fornisce per il 1918 la cifra di 12 mila decessi nell'Isola e la fascia di età più colpita è quella tra i venti e i quarant'anni. In tre anni di guerra erano morti 13.602 soldati sardi8.
A Cagliari si dispone l'apertura delle scuole di ogni ordine e grado per il 21 novembre. A Sassari gli istituti scolastici aprono il 2 dicembre e a Nuoro il 9 dicembre. Nei caseggiati si procede a una rigorosa pulizia e disinfezione di tutti i locali e gli alunni vengono sottoposti a una visita medica prima di essere ammessi alla frequenza.


                        Fine della Grande Guerra


Nel periodo di maggior impatto della malattia l'Italia festeggia la vittoria finale della guerra nei campi di battaglia.
Martedì 12 novembre giunge al prefetto di Sassari un telegramma del generalissimo Diaz con la notizia che il tricolore sventola sulla torre del Buon Consiglio e sulla torre di san Giusto. Dopo mezzogiorno si diffonde ad Alghero la notizia dell'armistizio e, «in segno di festa e di esultanza, mons. Vescovo fece suonare tutte le campane, e subito si formò un lungo corteo, che con la bandiera spiegata e musica percorse le vie della città. Non mancarono i discorsi patriottici».
Nonostante le raccomandazioni ad evitare gli affollamenti e i contatti tra le persone, «ad iniziativa dell'Unione popolare cattolica alla quale ha ben volentieri aderito Mons. Vescovo ed il Rev.mo Capitolo, la sera della domenica 17 novembre 1918 per la cessazione delle ostilità e la vittoria delle nostre armi si tenne nella Cattedrale funzione solenne di ringraziamento. Parato l'altare maggiore come nelle maggiori feste, con sfarzo di cera a spese del Capitolo, e con palme simboliche, non fecero difetto la bandiera nazionale e le epigrafi alla porta di chiesa, ai due lati della balaustra e delle due colonne, [...] Intervennero alla funzione le autorità appositamente invitate, la Società, i Gremi e le associazioni maschili e femminili con i rispettivi stendardi, e molto popolo. Il discorso di circostanza fu tenuto da monsignor Vescovo e, lui celebrante, si cantò il “Te Deum” col Santissimo esposto e si terminò con la prima benedizione eucaristica.
La domenica successiva, 24 novembre, con a capo mons. Vescovo si andò in pellegrinaggio a Valverde per ringraziare la Vergine Benedetta della grazia ottenuta»9.


Bisogna comunque aggiungere che, a differenza di altri centri dell'isola, la spagnola non è stata particolarmente letale ad Alghero. Forse in quei giorni non si ha la percezione esatta della pericolosità del morbo per cui non lo si ritiene un motivo valido per rinunciare ai festeggiamenti di un evento così felice come la fine di un incubo.

Il 15 novembre il rettore dell'Università di Sassari inaugurando l'anno accademico legge i nomi degli studenti caduti in guerra ma non fa alcun cenno ai tanti studenti morti pochi giorni prima a causa dell'epidemia1.

7Ibidem, p. 794
8Ibidem, p. 795
9Archivio Storico Diocesano di Alghero
1Ibidem, p. 795



                       
      Condizioni igieniche di Alghero  e sanità pubblica

Fatta questa necessaria premessa per capire l'impatto del contagio che in quegli anni ha contribuito, insieme alla guerra, a provocare un grave danno demografico, economico e sociale nella nostra Isola, vediamo ora nello specifico come l'epidemia si è presentata nella nostra città.

Iniziamo ad esaminare un documento molto importante dell'aprile 1919.
Il peggio dell'epidemia di spagnola è ormai alle spalle e il 2 aprile 1919 il sindaco riceve dal sottoprefetto la seguente comunicazione:
“Risultami che l'ufficiale sanitario dott. Pisano ha scritto alla S.V.I. la seguente lettera «Di fronte alle deplorevoli condizioni igieniche dell'abitato di Alghero, potendo essere questo causa di gravi inconvenienti in rapporto alla sanità pubblica, prego la S.V.I. affinché ciò considerando, voglia prendere i più rigorosi provvedimenti:
Intensificare la vigilanza, e la nettezza pubblica aumentando il numero dei carri e del personale adibito a tale servizio.
Proibire assolutamente l'allevamento delle galline in città
Provvedere a liberare la città dal numero di cani vaganti i quali possono essere causa dii contagi di malattie all'uomo: rabbia, tenia, echinococco, cimurro, ecc. Si deve rimettere in onore l'accalappiacani e i bocconi di stricnina.
Proibire rigorosamente, comminando pene severe, Il gettito di immondizie, rifiuti e acque luride dalle finestre e dalle porte delle case nella pubblica via.
Raccomandare la massima vigilanza agli agenti municipali i quali, anche quotidianamente dovranno sorvegliare le stalle e i cortili interni delle case che servono spesso da depositi d immondizie e da vivaio alle mosche veicoli di malattie infettive».
Nell'interesse dell'igiene e della salute pubblica prego dare energiche disposizioni perché i provvedimenti consigliati dall'Ufficiale sanitario siano prontamente attuati”.


                             La risposta del sindaco

La risposta del sindaco Carmine Dupré2 non si fa attendere e il 4 marzo egli scrive all'Ufficiale Sanitario:
«Ill.mo Sign. Ufficiale Sanitario
Alghero
Da professore (?)3 veramente devo dirle che le condizioni attuali dell'igiene della nostra città non sono così deplorevoli com'Ella afferma, tanto è vero che durante il periodo che infieriva l'influenza spagnuola si ebbero a verificare solamente 58 decessi su 12.000 abitanti mentre in Olmedo a 12 Km da Alghero si verificò lo stesso numero di decessi su 600 abitanti presenti.
Lo stesso dicasi delle febbri maltesi che in seguito alla mia ordinanza che vietava la vendita del latte nelle case dei produttori è diminuito di gran lunga il numero dei casi che per il passato infieriva grandemente.
Non mi consta che ci siano attualmente altre malattie, e se ce ne fossero certamente la S.V. ne avrebbe avvisato.
In quanto ai provvedimenti indicatimi per provvedere al miglioramento delle deplorevoli condizioni igieniche della città devo significarle:
che fin dal 22 marzo u.s. i carri adibiti ala nettezza pubblica sono due, e il numero degli spazzini venne portato a cinque e che in seguito a tale provvedimento si è avuto un enorme miglioramento tanto è vero che oggi stesso da persone autorevoli mi son sentito fare i complimenti per la nettezza della città.
Che per provvedere all'allontanamento dall'abitato delle galline, vi osta un decreto deroga tenenziale che per migliorare le condizioni annonarie della popolazione fa obbligo di permettere l'allevamento delle galline nella città.
Sforzi enormi si sono fatti per liberare la città dai cani vaganti e prova ne sia gli acquisti di vari lacci e la riparazione alla carretta adibita al trasporto dei cani, eseguita fin dal dicembre u.s. Non mi è riuscito fino ad ora trovare la persona disposta a fare l'odioso mestiere di accalappiatura. Ora spero che mi sarà possibile in seguito all'imminente licenziamento dalle armi dell'ex-accalappiatore.
Per provvedere al 4° rimedio da lei indicatomi domenica scorsa ho compilato personalmente 100 contravvenzioni riguardanti all'inconveniente da lei lamentato.
Come ben vede già da tempo si è provveduto ai tanti inconvenienti da Lei esposti.
La prego per l'avvenire di essermi largo di consigli in antecipo perché così con la comune cooperazione si potrà ottenere nella maniera più efficace il miglior utile pubblico».

Il tono della risposta appare decisamente piccato dato che il sindaco ritiene di aver adempiuto ai suoi doveri e non accetta di essere ripreso in un settore che, a quanto dice, non ha trascurato affatto. A maggior riprova della sua attenzione per le condizioni igieniche della città porta un dato che per noi è di estremo interesse: su 12 mila abitanti soltanto 58 sono deceduti per l'influenza che ha fatto strage in tante altre località, come ad esempio Olmedo.
Naturalmente questo suo dato va controllato anche perché effettivamente ci pare molto basso.

2 Carmine Dupré fu sindaco dal 1915 al 1920. Dopo di lui Alghero fu amministrata fino al 1930 dal podestà Paolo Enrico.
3 Non è chiara l'allusione al fatto che il sindaco parla da professore. Forse intende rafforzare le sue parole con la qualifica professionale.



        Dati sulla mortalità ad Alghero dal 1910 al 1923



Per poter valutare la rilevanza dell'epidemia in città si è proceduto a rilevare il numero dei decessi ad Alghero nei registri degli atti di morte dell'Archivio Storico del Comune di Alghero e in quelli dell'Archivio Storico Diocesano negli anni dal 1910 al 1923.


La tabella riporta i dati divisi tra i deceduti in casa, all'ospedale e in carcere. Il carcere di Alghero aveva al suo interno una struttura sanitaria definita “ospedale” che offriva assistenza medica ai detenuti. Scorrendo i numeri si vede che nel 1918 si conta il maggior numero di morti nelle tre situazioni.
I dati dei registri della Curia non distinguono i luoghi del decesso e, come si nota, non coincidono con quelli comunali.
Difficile spiegare questo scarto che si presenta per ogni anno. Può essere comprensibile che i carcerati vengano seppelliti nel loro luogo di provenienza, e in generale ho osservato che ben pochi dei deceduti in ospedale figurano in diocesi, per motivi che non conosco. 



Procediamo ora con l'analisi della tabella e del grafico.

Calcolando la media sui dati comunali abbiamo 299 decessi all'anno nei 14 anni considerati, mentre nei quattro anni del conflitto la media è di 354 (+ 55). Nel 1918 contiamo + 36 rispetto al 1917 e + 172 rispetto al 1919. Nel 1918 vi è un consistente aumento dei deceduti in ospedale dovuto anche alla presenza di prigionieri di guerra (11) e di militari (8).

Un dato significativo è l'aumento dei decessi negli anni dal 1915 al 1918. Nonostante la nostra Isola non sia stata coinvolta direttamente nel conflitto, ha subito il razionamento del cibo4 per cui occorreva fare le file per gli approvvigionamenti degli alimenti che rincaravano e diventavano più rari come le uova e lo zucchero5. La penuria di generi alimentari era dovuta principalmente alla scarsità di addetti alla pastorizia e all'agricoltura, impegnati nelle operazioni di guerra. Negli anni del conflitto notiamo che il numero dei decessi si mantiene sempre piuttosto alto, fino ad arrivare alle 422 unità del 1918.
Per verificare il dato dei 58 morti per l'influenza di cui parla il sindaco Dupré ho allestito una tabella e un  grafico con il numero dei deceduti in ogni mese del 1918 a casa e in ospedale. Manca il carcere che rappresenta una realtà separata dal contesto cittadino.





Considerando la normale mortalità dl periodo autunnale non possiamo prendere per buono il dato di 58 morti per influenza che potrebbero invece aver raggiunto e superato il centinaio.


4 Ibidem, p. 787
5 Ibidem, p. 791 



venerdì 28 febbraio 2020

Sergio Bolgeri




Nato a Sassari nel 1931, Sergio Bolgeri è morto ad Alghero il 16 febbraio 2020.


Franco Ceravola Rosella, pittore e poeta algherese, alcuni anni fa gli ha dedicato questi versi.



Sergio Bolgeri

Scheletri di pasta bianca
dalle ossa di duro granito
soli sul cielo delle città

Così, Sergio Bolgeri,
dalla figura allampanata,
cerchi il colore dell'anima.

I fantasmi del silenzio
nascono dalla tua nervatura inquieta
come lontani soli
circondati da oceani di spazio.

Teschi dalle occhiaie vuote
attraverso le quali si legge,
in fondo a un cuore di nebbia,
la solitudine,
emanano luci meccaniche
piene di tristezza.

Le ombre in putrefazione
consumano un'esistenza
di fibra acrilica.
Con pudore nascondi all'occhio profano
il lucido acciaio delle tue verità,
mentre strisce di nero seppia
creano atmosfere di foschia trasparente
impastate dal desiderio di verità.

Rapaci si librano in cappe di nerofumo
con arcobaleni esausti.
Esistenze monocromatiche
trafitte dalla miseria,
quali comete alla deriva,
che conservano al disotto
la geometria piana dell'esistenza.

Franco Ceravola Rosella


Con il pittore Sergio Bolgeri Franco ha avuto una lunga frequentazione che datava fin dall'adolescenza quando negli anni Cinquanta curiosava nel negozio di suo padre Lorenzo Bolgeri, pittore e restauratore che svolgeva la sua attività in un locale di Piazza Gin­nasio, fronteggiante le Scuole Medie.



Per commenti e messaggi:

tilgio@virgilio.it



venerdì 1 novembre 2019

Storia e tradizioni di Alghero e della Sardegna


Vista l'emergenza Corona Virus propongo gruppi di lettura on line sull'epidemia di Spagnola ad Alghero. 

Chi è interessato può contattare la e-mail tilgio@virgilio.it per ricevere notizie sull'argomento.


BIBLIOTECA SAN MICHELE

GRUPPI DI LETTURA DI STORIA E TRADIZIONI
DI ALGHERO E DELLA SARDEGNA




Alghero ha una lunga e affascinante storia che ancora oggi respiriamo attraversando i vicoli e le piazze, entrando nelle chiese e nelle vecchie case. Solo alcune lapidi offrono scarne notizie a chi vorrebbe saperne di più e desidera avere altre informazioni.




Nella Biblioteca San Michele si organizzano gruppi che approfondiranno la
 conoscenza della storia del territorio algherese e sardo attraverso letture di libri scelti tra la ricca bibliografia che tocca tutti gli aspetti  della nostra città e della Sardegna.

Le notizie tratte dalle pubblicazioni saranno completate da documenti d'archivio che consentiranno di scendere
nel dettaglio delle famiglie e del loro albero genealogico
a partire almeno dal 1700.

Gli incontri saranno quindicinali e, nei limiti del possibile,
si cercherà di concordare giorni ed ore col gruppo.


Info: Biblioteca San Michele
        tilgio@virgilio.it



Teniamo sempre presente che dietro ogni informazione che ci arriva dal passato della nostra città ci sono persone che sono state per un breve o lungo periodo gli abitanti di Alghero. Condividiamo con loro gli spazi, le abitazioni, le chiese, le strade, il territorio. Li sentiamo pulsare della loro antica vita e solo con questa consapevolezza possiamo trarre utilità dal conoscere remoti eventi destinati altrimenti a ritornare nell’oblio dal quale sono stati provvisoriamente tratti.




domenica 14 luglio 2019

Alghero-Cognomi 2019

Si sta costituendo un gruppo per le ricerche genealogiche in Sardegna. Gli aderenti riceveranno documenti da centri sardi e in cambio daranno i documenti del proprio luogo di residenza. Sono personalmente disponibile ad inviare per e-mail le foto di documenti degli archivi di Alghero. Chi vuole partecipare agli scambi potrà inviare una e-mail a tilgio@virgilio.it


Elenco di cognomi attualmente presenti ad Alghero. 
Le notizie sono ricavate dai Quinque Libri dell'Archivio Storico Diocesano di Alghero e si riferiscono al primo atto trovato con il cognome della seconda colonna. Possono dunque essere sostituite quando si trovano documenti antecedenti quelli già riportati.
Ho precisato "Ingresso nel Novecento" per quei cognomi che non fanno parte del mio elenco di cognomi rilevati negli Archivi o non elencati da Marina Sechi Nuvole nella sua opera L'estate del colera. Di molti so che l'arrivo è legato ad insegnanti che provenivano dal meridione d'Italia, spesso dalla Sicilia. I cognomi emiliani sono da riferire all'epoca dell'Ente Ferrarese di Bonifica degli anni Trenta, e quelli Friulani e Triestini risalgono al momento in cui sono giunti i profughi della Seconda  Guerra Mondiale.
Per ingresso recente si intende dal 2000 in poi. Il gran numero di nuovi arrivati ci induce a pensare che Alghero costituisce ancora oggi un importante  polo di attrazione per sardi, italiani e anche stranieri.
Ho considerato sardi i cognomi riportati da Pittau, tranne qualcuno proveniente dalla Corsica, come Alivesi. 
Ho confrontato i presenti cognomi con l'elenco (riportato da Mauro Maxia) dei residenti nel 1354 che sono stati cacciati da Alghero e li ho segnalati volta per volta. 
Recentemente mi sono servita anche di un elenco telefonico del 1985-86 ed ho notato con mia sopresa che alcuni cognomi, che credevo più recenti, si trovano già nell'elenco. Per i cognomi arrivati nel Novecento ho confrontato la guida telefonica oltre che i documenti d' archivio.

COGNOMI SARDI E NON

La mia prima rilevazione effettuata negli anni Duemila (nel 2019) si basava su 647 cognomi elencati ed avevo rilevato che 362 erano risultati sardi, il 56%, 268 provenivano da altre regioni italiane, il 42%, e 15 arrivavano da altre nazioni. Di due non ero riuscita a capire la provenienza. 
Il 31 ottobre 2023 ho fatto il conteggio su 866 cognomi e ho ottenuto dei dati leggermente differenti.
Su 866 cognomi 450 sono risultati sardi (il 52%), 391 provengono dal resto dell'Italia (il 45%) e 25 sono stranieri (il 3%).
Devo precisare che i miei dati riguardano la parte più anziana della popolazione. Si vede facilmente come si stia assottigliando il dato sardo a favore di quello italiano e straniero. 
Per interpretare meglio i dati occorre precisare che si riferiscono ai cognomi e non al numero di persone che portano quel cognome. In altri termini è chiaro che i sardi sono molto più numerosi in città rispetto agli abitanti con altre provenienze, ma i cognomi ci dicono che c'è un continuo ingresso dall'oltremare.
Nel 2024 si è confermata la tendenza ad un progressivo arrivo di cognomi non sardi.  Negli anni Duemila (nel 2019) i cognomi sardi erano il 56% e i non sardi il 44%; nel 2024 i sardi sono il 51% e i non sardi sono diventati il 50%.

TABELLA DELLE PROVENIENZE




COGNOMI VECCHI E NUOVI


Le due tabelle ci mostrano che la maggior parte dei cognomi presenti ad Alghero sono arrivati nel corso del secolo scorso, mentre quelli "storici" che risalgono ai secoli passati vanno a diminuire. Abbiamo un 22% che è arrivato di recente, sempre per migrazione dalla Sardegna o dall'Italia.

La ricerca sui cognomi porta alcune riflessioni.

Si nota come con il passare del tempo anche i cognomi cambiano. Molti spariscono e se ne presentano nuovi. Quelli sardi sono più duraturi e hanno attraversato i secoli dal medioevo ad oggi.  Quasi tutti i cognomi arrivati dall'esterno nel Settecento e nell'Ottocento si sono estinti nel Novecento o si stanno esaurendo tranne qualche eccezione. 

Tra i cognomi più presenti ad Alghero, secondo il mio criterio di ricerca, troviamo in ordine decrescente:
Piras, Sanna, Meloni, Manca, Serra, Mura, Carboni, Caria, Canu, Nieddu, Chessa, Fois, Solinas, Soggiu, Salis, Pinna, Marras, Sechi, Ibba. 
Piras è in assoluto il primo, molto distanziato da Sanna che mantiene una buona posizione rispetto a Meloni. 
Come si può notare i cognomi più rappresentati sono tutti sardi. Tra i cognomi non sardi o non solo sardi, quelli più rappresentati sono Martinez, Alfonso, Camerada, Caneo e Arca.

I cognomi del mio elenco presenti anche tra gli Algheresi espulsi nel 1354 sono i seguenti:
Calvia, Carboni, Carta, Cherchi, Delogu, Delrio, Demartis, Dettori, Falchi, Fancellu, Fara, Manca, Manus, Marongiu, Marras, Masala, Murgia, Nurra, Pala, Piga, Pinna, Porcu, Saba, Scanu, Sechi, Serra, Soggiu, Solinas.
Queste considerazioni non si basano su dati scientifici ma sono soltanto osservazioni che vanno sempre e comunque sottoposte a ulteriore verifica.
Ringrazio coloro che mi hanno fatto osservare le imprecisioni che mi sono sfuggite o le parti meno chiare e spero che non manchi mai la vostra importante collaborazione.

Per altre informazioni: e-mail - tilgio@virgilio.it

Per i cognomi sardi: M. Pittau, I Cognomi della Sardegna, 1990.
Per i cognomi corsi: M. Maxia, I Corsi in Sardegna, 2006.
Le notizie seguite da un asterisco * sono tratte da L'estate del colera di Marina Sechi Nuvole, Edicions de l'Alguer, 2019.
Le notizie seguite da un ^ sono tratte da La Grande Guerra di Antonio Budruni, Edicions de l'Alguer, 2019.

La diffusione è tratta in gran parte dal sito cognomix.it/mappe-dei-cognomi-italiani/
Alcune notizie sono state prese dal sito https://it.geneanet.org/cognomi che pubblica la diffusione dei cognomi dalle origini ai nostri giorni in tutto il mondo. Si basa su documenti e quindi è rigoroso e attendibile. 
Per alcuni non ho trovato la derivazione e devo qui aggiungere che tra i cognomi di difficile interpretazione ci sono quelli dati a bambini lasciati alla ruota ai quali veniva assegnato un cognome spesso legato al momento (Natale, Pasqua, altre feste), ad eventi, a mestieri. Ad esempio nel Risorgimento si trova Solferino; è importante sapere che non si davano cognomi già presenti nel territorio. Si intuisce l'origine di tali cognomi anche dal fatto che le relative famiglie sono molto poche e tutte imparentate fra di loro.



ELENCO AGGIORNATO AL 9 GENNAIO 2026





























































giovedì 20 giugno 2019

Strafalcioni algheresi


La paglia marina


In questo post troverete gli strafalcioni dell'algherese visto che qualcuno, per il desiderio di scrivere la lingua "colta" catalana, non si fa scrupolo di straziare l'algherese, una lingua che già sta morendo di suo. Ma la sua morte deve avvenire tra mille tormenti, grazie all'accanimento terapeutico della lingua catalana sua lontana antenata. Mi ritorna alla mente che un amico definiva la nuova lingua "catarese". Carino, vero?

Mi chiedo se i Catalani hanno intuito che l'algherese ha un valore inestimabile ed è un bene prezioso che va tutelato così come è, perché la sua importanza risiede proprio nella sua specificità unica e irripetibile. Avrebbero dovuto essere grati di aver trovato ad Alghero ciò che oggi viene definito patrimonio culturale immateriale e avrebbero dovuto far di tutto per rispettarlo nello stato in cui lo hanno trovato. Come si può anche solo pensare di cancellare secoli di storia che hanno modellato la nostra parlata nel corso del tempo dandole una fisionomia speciale e caratteristica che è alla base di pensieri, sentimenti, emozioni degli algheresi? Hanno ingabbiato la nostra lingua dentro altrui regole che la avviliscono e la rendono estranea a noi stessi. È un'operazione a dir poco sciagurata che, unita al naturale abbandono da parte delle nuove generazioni porterà ad un amaro epilogo. 

Oggi ho trovato scritto sul Web la parola rondelle. Tutti noi sappiamo che cosa sono le rondelle ma chi lo ha scritto credeva di scrivere rondalla, cioè rundaglia, cioè favola, racconto.


Lu Qualté in fase di restauro


Ormai sento spesso parlare de lo Quarter, visto che pochi sanno che è lu Qualté, e naturalmente ognuno ripete ciò che legge nei cartelli indicatori.

E che dire della Dragonada? Chi riuscirebbe a leggere Dragunara, visto che il cartello dice: Dragonada?

Vogliamo parlare di Cravellet? I "colti" che hanno allestito il cartello di indicazione della strada hanno scritto Via Cravellet, ma la corretta scrittura catalana è Clavellet. Ovvio comunque che nessuno legge Cravagliet, come sarebbe giusto fare.

C'è chi abita alla Pivarada, che in realtà è la Pivarara, come la Pedrera è la Parrera.

Domenica 23  agosto 2025

Sono passati sei anni dal mio scritto e oggi faccio un aggiornamento.

Devo aggiungere alle mie molto amare considerazioni di sei anni fa, la notizia che ultimamente  qualcuno dell' "intellighenzia" algherese ha affermato che oggi si va verso un adattamento della grafia più vicino alla nostra pronuncia e la cosa mi ha fatto enormemente piacere. Evidentemente, visto lo scempio che si faceva negli scritti, che poi si riversava nella pronuncia di quei Cataranz de Mamuntanas, come li definiva Michele Chessa, che tentavano di parlare o leggere l'algherese, qualcuno ha fatto due più due e ha ottenuto quattro. Chapeau a Franco Ceravola che sin dall'inizio ha rifiutato l'operazione dei catalani nei confronti della nostra parlata, noncurante delle aspre critiche ricevute.

Ormai è tardi per qualsiasi azione di recupero in quanto non si può andare contro la storia. In un mondo nel quale ogni giorno spariscono parlate non possiamo credere davvero di essere noi i fortunati che riescono a mantenere in vita qualcosa che gli stessi algheresi hanno condannato alla sparizione nel momento in cui non hanno curato la sua trasmissione alle nuove generazioni. Ormai neppure i genitori parlano l'algherese riservato alla fascia più anziana della popolazione. Possiamo ancora fare qualcosa? Forse qualcosa si può ancora tentare, ma la deriva catalana ha certamente avuto le sue responsabilità nell'accelerazione del processo di abbandono e sparizione della nostra vera parlata. In realtà il loro intervento avrebbe potuto aiutare il suo mantenimento se fossero stati in grado di capire che il problema reale non era quello di ottenere finanziamenti dall'Europa, ma quello di dare all'algherese la forza di resistere e di stimolare il suo uso come una variante riconoscendo le sue peculiarità.

Capisco bene le difficoltà che si presentano nello scrivere una parlata perché occorrono comunque delle regole per poter trasformare con segni la pronuncia che spesso cambia a seconda della posizione delle varie lettere nelle parole. Ma questo non può portare allo stravolgimento dei suoni al solo scopo di assimilare la grafia algherese al catalano perché si ottiene l'unico risultato di rendere la lingua irriconoscibile.

Un'altra circostanza che allontana gli algheresi dalla loro lingua è quella di trovarsi davanti a testi poetici o in prosa scritti in italiano e poi tradotti in algherese. Ci sono poche situazioni peggiori di quella di trovarsi a leggere una poesia algherese con vocaboli assolutamente artefatti ed estranei al nostro lessico. Rimanderei questi letterati alle poesie di Rafael Catardi, per immergersi nella musicalità e profondità della nostra parlata scaturita dalla penna di coloro che hanno appreso quei suoni in famiglia. Se non siete in grado di pensare in algherese e volete scrivere una poesia, scrivetela in italiano, ve ne prego, risparmiateci lo strazio delle vostre faticose arrampicate su sentieri che non portano da nessuna parte.

CONTINUA...

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