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sabato 30 gennaio 2016

Crepuscolo ad Alghero





Alghero muore dolcemente in un rosso crepuscolo o forse, semplicemente, dorme. Ci sarà un risveglio?
Per le strade di Alghero si respira un'aria di rassegnazione. È il sentimento più comune che scaturisce dalla consapevolezza che i sistemi di governo e di amministrazione nazionali e locali seguono percorsi lontani dai diritti dei cittadini. Nati per la gestione delle risorse comuni, sono diventati aziende private di sfruttamento del denaro pubblico. Nati per attivare lo sviluppo dei territori sono ora strutture pericolosamente collegate al malaffare, bloccate da insuperabili ostacoli burocratici, attente a mantenere un potere che ormai è fine a se stesso ed è incapace di realizzare qualsiasi piano di crescita.
Alghero è una periferia dimenticata volontariamente da chi si appropria dei nostri soldi per incrementare altre situazioni ben lontane dal nostro contesto.
A volte noi cittadini vorremmo veramente diventare sconosciuti allo Stato come il protagonista del film “Naufrago sulla luna”, ma sappiamo che non ci lasceranno zitti e buoni nel nostro rifugio a goderci un angolo di libertà, impegnati solo a procurarci il necessario. Il potere ha bisogno di spremere linfa vitale da tutti per autoalimentarsi.



E così la città cerca di sopravvivere con quasi niente. Si moltiplicano le attività ricettive e gli esercizi pubblici di ristorazione. Ci si accontenta della sussistenza soprattutto se non si è più giovani e non si vuole abbandonare il paese natio.
E così arriva la rassegnazione. Si cammina fra le immondizie e non ci si fa più caso, si pagano tutte le rate delle varie tasse e si spera solo che non aumentino, si attende l'arrivo della buona stagione anno dopo anno.

Ci si chiede come mai non si lotti perché sia riconosciuto il proprio diritto ad esistere, per far prevalere il buon senso, per trovare un equilibrio tra l'ingordigia del potere e i bisogni delle masse. Il desiderio di pace diventa rinuncia a mettere a frutto le proprie potenzialità ed abilità, ad ottenere il naturale inserimento nel contesto economico, a rivendicare un ruolo attivo nel tessuto sociale. 
E infine arriva il crepuscolo a sigillare una città che ogni giorno spegne la sua vita senza la forza di prendersi ciò che le spetta.



lunedì 18 gennaio 2016

Oliena e Orgosolo ad Alghero




CORRALS OLIENA E ORGOSOLO A L'ALGUER
AL QUALTÉ DOLCI E SCULTURE CHE RACCONTANO ANTICHE STORIE
TUTTE DA CONOSCERE

Alghero e Oliena-Orgosolo, mare e montagna.
Una città aperta a tutti coloro che attraverso il mare vi hanno portato differenti culture, e due paesi nei quali le generazioni si sono avvicendate mantenendo tradizioni millenarie.
L'evento “Corrals Oliena e Orgosolo a l'Alguer” ha evidenziato, ove ce ne fosse ancora bisogno, la vocazione di Alghero che è quella di aprirsi per accogliere coloro che raccontano i differenti percorsi di distinti territori. Ed ecco che si aprono scenari misteriosi, sconosciuti ai più, talmente belli da lasciare stupefatti. Osservando il lavoro incredibile di Anna Gardu si intuisce che le sue creazioni vengono da molto lontano, e raccontano ciò che la memoria collettiva delle montagne ha custodito nel tempo per esprimerlo con forme, colori, fantasie degne di grandi artisti. Ma noi, cresciuti sulla riva del mare, non conosciamo le vicende che ci vengono raccontate con un linguaggio così arcano.
Guardando le gallinelle disposte a corona, apprezziamo l'effetto d'insieme, ma solo chi ne ha ascoltato la storia arriva a commuoversi. Perché quel Cohone de flores riporta ad un periodo doloroso di Fonni quando, nel 1865, vi fu una terribile carestia causata da un'invasione di cavallette con tutto ciò che questo tragico evento comporta. Ma si sa che anche dai più dolorosi eventi nasce qualcosa di buono e di bello. E a Fonni è nata una storia.

Raccontano i vecchi che un frate chiamato dai fonnesi per liberare il territorio dalle cavallette eliminò, senza volerlo, anche tutti gli uccelli. Solo i cuculi si salvarono e grazie a loro si riuscì a far schiudere le uova di tutti gli altri volatili che tornarono a popolare il territorio. In ricordo di ciò i fonnesi crearono su Cohone de frores, ricco di tante gallinelle che stanno al posto delle varie specie di uccelli. Il dolce fa parte delle celebrazioni del patrono di Fonni, San Giovanni Battista. 1





Mi piace immaginare che dietro ogni creazione di Anna Gardu ci sia una storia. Infatti qualsiasi segno e gesto è il frutto di culture millenarie anche se noi lo percepiamo come libero e spontaneo.
Il visitatore della mostra si è dunque confrontato con la forte vitalità dei territori interni della nostra Isola che riescono a portare avanti discorsi antichi dando loro nuova forma.
Questa è l'impressione che si riceve anche dai volti stilizzati dei cantori sardi o delle rappresentazioni emblematiche di paure sempre presenti, realizzati da Roberto Serri. Tra i tanti visi di Feminas spicca quello della terribile Survile, una creatura malevola che si aggira ad Orgosolo alla ricerca di neonati ai quali succhiare il sangue. Le mamme devono vigilare continuamente sul piccolo perché il terribile mostro si trasforma e può anche rendersi invisibile. Sa Survile può far morire un neonato nella sua culla all'improvviso, senza causa apparente. 2
Conoscere anche le piccole tradizioni e credenze del territorio aiuta certamente a capire e ad apprezzare a fondo quanto esposto al Qualté. Ci guida inoltre nella ricerca del nostro passato spesso sconosciuto, a volte dimenticato, ma indispensabile per ricomporre il mosaico di una identità al quale manca sempre qualche tessera. È a causa di questa frammentarietà che spesso rimaniamo disorientati e facciamo confusione nel dare una adeguata collocazione ai valori fondanti di ogni percorso esistenziale.
Ad Alghero è facile perdere l'orientamento in quanto la città ha una popolazione di varia provenienza e spesso si tende a privilegiare alcuni apporti a scapito di altri. Ben vengano dunque tutti quegli eventi che ci portano a conoscere realtà con le quali condividiamo molto più di quanto pensiamo.


1. San Giovanni Battista - Le ragioni di una festa, Gruppo di Studio e Ricerca Tholos, 2012, pag.25. La leggenda di Fonni si trova nel sito http://www.leviedellasardegna.eu/fonni.html
2. Superstizioni ad Alghero e in Sardegna, Gruppo di Studio e Ricerca Tholos, 2013 pag. 27

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Società Operaia di Mutuo Soccorso ad Alghero



SOCIETÀ OPERAIA DI MUTUO SOCCORSO
UNO SPAZIO CHE RACCHIUDE UNA PARTE DEL NOSTRO PASSATO


Sempre più spesso nel centro storico di Alghero si vedono gruppi di turisti che ascoltano la loro guida mentre espone la storia della città e delle sue costruzioni. Penso che anche a noi cittadini algheresi non farebbero male delle visite guidate alla città perché, nonostante siamo convinti di conoscere il luogo dove viviamo, a volte abbiamo delle grosse e inaspettate sorprese. Allora ci chiediamo:- Ma dove siamo vissuti fino ad ora?
È la domanda che mi sono posta durante una visita alla Società Operaia di Mutuo Soccorso che occupa una parte dei locali dell'antico ospedale di Sant'Antonio Abate con ingresso dai Bastioni e da Via Cavour n° 61.
Mi sono subito trovata in un ambiente dove si respira un'aria Ottocentesca che però sa anche di Duemila. Le pareti trasudano la storia d'Italia del 1800 con i ritratti di coloro che si sono trovati a gestire la transizione che ha condotto, nel bene e nel male, a creare il Regno d'Italia. Vediamo anche importanti documenti e stampe di epoca fascista e, per finire, ci troviamo immersi nel nostro tempo quando veniamo a sapere che la Società è in contatto con alcune scuole per attività culturali e per attività ludiche come gli scacchi.

Stupisce pensare che nello spazio di una saletta del centro storico si possano trovare tante interessanti testimonianze della storia algherese e che tali documenti siano pressoché misconosciuti. Il sito è visitabile nel circuito Monumenti Aperti e questo è già un primo passo per iniziare a scoprirne le valenze documentali.

La storia ufficiale della Società ad Alghero inizia nel 1883 quando viene fondata. Dal suo Statuto veniamo a saper che, tra gli scopi, aveva quello di dare sussidi e aiuti ai soci in caso di “malattia, di impotenza al lavoro o di vecchiaia” e di aiutare i soci per l'acquisto degli attrezzi del loro mestiere. (art. 2)
Per diventare soci occorreva appartenere “al ceto degli artigiani, agricoltori, pastori, marinai, ortolani ed operai di qualsiasi genere” ed essere di età compresa tra i 18 e i 60 anni. (art. 4).
I fondi dei quali la società disponeva provenivano dalle quote di ammissione alla società (12 lire da pagare in 12 rate mensili), dalle quote mensili dei soci che andavano dalle 4 lire per i più giovani alle 30 lire per i più anziani (art. 60-61-62), e dalla beneficenza.
La fondazione della Società si inquadra in un periodo di maggior sollecitudine verso le situazioni di disagio da parte delle classi più abbienti In città nella seconda metà dell'Ottocento diverse persone benestanti si mostravano sensibili e facevano cospicui lasciti a beneficio dell'ospedale, dell'asilo appena istituito e del Laboratorio femminile. C'era un'attenzione particolare per le precarie condizioni del popolo e, come scriveva Francesco Serra, presidente della Congregazione di Carità algherese, “venire in soccorso della povera umanità languente è un’opera fra le più meritorie, e lodevole in Paesi civilizzati; in ogni tempo ed ovunque si pensa alacremente ai pubblici stabilimenti di ricovero per i poveri infermi, nello scopo di migliorarne le condizioni, per favorirli sotto ogni rispetto”.1
La Società di Mutuo Soccorso aveva punti di contatto con altre realtà cittadine come la Massoneria e la Banda Musicale.
La Banda Musicale algherese è nata nel 1862. Vi suonava Andrea Dalerci, ex garibaldino e tamburino delle truppe comandate da Garibaldi. Nel 1891 la Banda ha preso il nome di Banda della Società di Mutuo Soccorso e nel 1968 è diventata Associazione Banda Musicale Antonio Dalerci in onore di Dalerci che è stato capo della Banda Musicale oltre che autore di numerose canzoni algheresi tra cui la più famosa è Alghé mia. 
Negli anni settanta del Novecento, con la nascita dell'assistenza medica nazionale, si esaurisce la funzione assistenziale della Società Operaia, ma l'associazione è andata avanti con finalità più propriamente culturali. Nella sede vi si tengono riunioni settimanali e si organizzano attività a favore dei soci e delle scuole.
La storia del sodalizio è raccontata in una pubblicazione edita nel 2013 per celebrare i 130 anni del Mutuo Soccorso, a cura di Massimiliano Fois e di Raffele Sari Bozzolo.
Il libro approfondisce lo sviluppo dell'assistenza nell'Ottocento ed evidenzia problematiche mai risolte tra la forza del potere economico-politico (e non politico-economico) e la forza delle masse. Viene in mente un passaggio del romanzo Germinal di Zola che riporto di seguito:
"Ma si può aumentare il salario? La legge bronzea lo blocca al minimo indispensabile, giusto il necessario perché gli operai mangino pane secco e facciano bambini... Se scende troppo, gli operai crepano e la domanda di nuova manodopera lo fa salire di nuovo. Se sale troppo, l'offerta troppo alta lo fa abbassare .. E' l'equilibrio delle pance vuote, la condanna perpetua all'inferno della fame."2
Questa teoria della legge bronzea ha avuto molta importanza nell'Ottocento. Quando nel Novecento si è visto che i salari potevano salire e che le condizioni di vita degli operai potevano migliorare la teoria è stata abbandonata. Ma temo che oggi stia tornando di moda.

Arco che faceva parte dell'originaria struttura dell'edificio

Ed ora allontaniamoci da questi aspetti poco piacevoli dei nostri tempi per lasciarci coinvolgere da quell'ambiente così accogliente e ricco di spunti che è la sede della Società Operaia del Mutuo Soccorso che ci fa credere alla possibilità dell'esistenza di un mondo migliore, attento e sensibile ai valori della solidarietà.

1. Asca 848/48/27 Lettera del 19 aprile 1869 al Regio Commissario per la città di Alghero
2. E. Zola, Germinal, Oscar Mondadori 2010, pag. 144

Pubblicato sul mensile L'Isolano nel dicembre 2015

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domenica 20 dicembre 2015

Appunti sulla lingua in Sardegna



Chiaramonti



Nel suo libro "Paese d'ombre" Giuseppe Dessì ci dà un'informazione della lingua in Sardegna nei primi decenni dell'Ottocento. Il suo romanzo ha come collocazione Villacidro.

In paese arriva un ingegnere torinese, Antonio Ferraris per occuparsi delle miniere e del combustibile necessario per le Regie Fonderie.
C'era stata una alluvione e occorreva rinforzare l'argine del torrente per impedire che l'acqua inondasse il paese. L'ingegnere parlava ai paesani per chiede il loro aiuto "ma solo alcuni capivano ciò che diceva. Se avesse parlato spagnuolo, tutti avrebbero capito, vecchi e giovani, ma l'uomo barbuto era piemontese e parlava italiano." (pag. 106)

Questo passaggio è estremamente interessante: a 150 anni dal passaggio dell'Isola ai Savoia l'italiano in Sardegna è ancora una lingua straniera.

sabato 26 settembre 2015

Come scrivere l'algherese?


Quando è stata inventata la scrittura, attraverso mille passaggi documentati da reperti archeologici e da pitture, l'uomo ha dovuto risolvere una quantità incredibile di difficoltà. Sono passati millenni per arrivare a concepire una scrittura basata sui suoni e anche questa soluzione ha richiesto numerosi passaggi per arrivare al nostro codice alfabetico e alle nostre regole fonetiche. Ogni lingua ha i suoi punti deboli e se non la si conosce a fondo è facile cadere in errore.
Quando ad Alghero nei primi decenni del Novecento si è cercato di dare forma scritta alla parlata algherese ci si è scontrati con le mille particolarità di una pronuncia che doveva trovare il suo corrispondente grafico che rappresentasse con esattezza il relativo suono. La via più semplice è sembrata quella di prendere la scrittura catalana per cercare di raffigurare quelle sonorità con le regole catalane di Barcellona. Questa operazione ha portato come conseguenza l'impossibilità di leggere scritti algheresi per chi non ha appreso quelle regole. Alcune parole, con tale sistema, vengono rese irriconoscibili a chi non ha una adeguata preparazione.

Non conosco scritti letterari algheresi del periodo catalano e non so se ne esistano. La mia esperienza si restringe ai Quinque Libri dell'Archivio Diocesano. Leggendo le annotazioni di nascite, cresime, matrimoni e morti, ho potuto fare delle osservazioni.
Fino al 1790-1800 i cognomi venivano scritti secondo la grafia spagnola consolidata nei circa 400 anni precedenti. La dominazione iberica era finita nel 1714 e per alcuni decenni si è continuato ad usare le regole fonetiche spagnole. Farò alcuni esempi.
Achenza è scritto Aquenza, Chelos diventa Quelos, Battaglia è scritto Battalla, Catogno e Ogno diventano Catoño e Oño, Caneglias è Canelles, Castellacciu è Castellacchiu, Ciampelli è Champelly, Schintu è Squintu, Ghilleri è Guilleri, Siglient è Sillent, Sarbunc è Xarbunc ....



Nell'atto scritto in latino si legge che il 28 Luglio 1791 è morto Didaco Rusella figlio di Antonio Rusella e di Didaca Pisquedda. Ha 2 anni e viene sepolto nella chiesa di Santa Croce.
La data completa si ricava dagli atti precedenti.

Ho riferito solo alcuni cognomi dei tanti che nei registri diocesani hanno la grafia spagnola. Man mano che ci avviciniamo al 1800 si notano dei cambiamenti e i cognomi iniziano a perdere la grafia spagnola per assumere quella italiana visto che l'Isola nel 1720 era stata assegnata ai Savoia (che peraltro parlavano in francese).
Questo dato fa riflettere e porta a vedere in questo adeguamento il naturale uso della lingua corrente per coloro che nelle scuole hanno appreso a scrivere in italiano e non più in spagnolo.

I rari esempi antichi di algherese scritto che conosco riguardano strofette e versi satirici tramandati oralmente e trascritti in grafia italiana. Può essere una mia ignoranza non conoscere scritti popolari antichi in grafia catalana ma al momento non mi risulta che ne esistano. Occorre ricordare che l'algherese è una parlata e credo proprio che fino ai primi decenni del 1900 nessuno si sia posto il problema di come scriverla, e quando ha scritto qualcosa, ha usato le regole dell'italiano.

Queste osservazioni non mi fanno dimenticare che c'è il problema di una grafia che unifichi le parlate di un gruppo linguistico. Anche per il sardo si presenta la stessa questione. Come scrivere i termini sardi, la cui pronuncia cambia da paese a paese, in modo da fare del sardo una lingua letteraria scritta?
Tutte le lingue hanno dovuto affrontare questo passaggio, italiano compreso. Alla fine si stabiliscono delle regole che ovviamente saranno ostacoli da superare per chi ha una pronuncia locale, ma la lingua scritta è una, a prescindere dalle varianti regionali. Per dare la possibilità di usare correttamente la lingua italiana scritta c'è una scuola dove non si dà tregua allo studente per le doppie, gli accenti, e quant'altro. Ci vorrebbero dunque delle scuole per ciascuna variante linguistica, ma prima ancora ci vorrebbero delle persone che parlano tali varianti.


Carré de la Rora . Se non si conoscono le regole della grafia catalana si pronuncia ciò che si legge.


Ora io mi chiedo: perché accanirsi per una grafia catalana dell'algherese, quando il vero problema è che la lingua locale si sta irrimediabilmente perdendo? Adesso è più importante non dimenticare la pronuncia delle parole algheresi che ormai vengono storpiate grazie ai toponimi che danno solo l'indicazione in catalano scritto e che vengono regolarmente letti secondo quella indicazione. Chi ci ridarà la corretta pronuncia quando nessuno più parlerà l'algherese? Questi sono quesiti aperti che attendono risposte.





giovedì 17 settembre 2015

A chi giova l'immigrazione?

Più si va avanti, più mi chiedo che cosa ci sia dietro questo massiccio spostamento di persone dal sud al nord nel blocco Eurasia e Africa. Posso credere che il movimento inizialmente sia stato spontaneo ma adesso sospetto che ci sia dietro una strategia nella quale l'Europa ha la sua parte. C'è un accordo ai vertici? Proviamo a pensare a costi e benefici, per quel che ne possiamo capire.



Gli africani poveri svendono ciò che possiedono e lasciano spazi in Africa dove la popolazione sta aumentando mentre le risorse di cibo scarseggiano. Gli africani si avvantaggiano perché il denaro rimane comunque in Africa dato che i soldi servono per il viaggio gestito da loro. L'Europa si trova una massa di mano d'opera a costo molto basso che può valorizzare risorse abbandonate in quanto gli europei non trovano benefici a sfruttarle dato che il lavoro necessario non rende quanto serve ad un europeo per vivere. Che cosa comporta questo per noi? Il territorio può arricchirsi, può sviluppare un'economia nuova che concilia il lavoro manuale duro e faticoso con un miglioramento delle condizioni generali di sussistenza. Ma per quanto? Quanto tempo ci vorrà perché i nuovi arrivati esigano standard di vita come quelli europei? E soprattutto riusciranno gli europei a difendere il loro status di fronte a popolazioni giovani, fortemente motivate, disposte a privazioni pur di ottenere il loro scopo?
Oggi c'è l'emergenza migrazione, ci sono vite da salvare. Domani ci sarà una nuova società dove ci saranno i diritti di tutti da salvaguardare. Si può veramente cercare di deviare il corso di questi eventi? L'Africa e l'Asia hanno risposto in tanti modi all'azione colonizzatrice europea che con la tracotanza del più forte ha approfittato delle risorse dei più deboli. Allora non si sono potuti fermare gli europei, oggi non si possono fermare africani ed asiatici. È la storia che trascina il tempo con il suo flusso ora tranquillo ora burrascoso e l'uomo la subisce cercando di intervenire a suo vantaggio. Anche questa volta c'è dietro il suo zampino?

giovedì 16 luglio 2015

Zola e la società nell'ottocento

Nel suo romanzo "La conquista di Plassans" Emile Zola fa il ritratto di Aix-en-Provence nella seconda metà dell'Ottocento durante l'impero prima del 1870.
La sua analisi è interessante perché evidenzia la mentalità della classe sociale che sta tra gli aristocratici e il popolo. Imbalsamati e nostalgici i primi, inesistente il secondo.

"Plassans è divisa in tre quartieri assolutamente separati: il quartiere vecchio, nel quale avrete soltanto da portare consolazioni ed elemosine; il quartiere di san Marco, abitato dall'aristocrazia, un luogo di noia e di rancori di cui non diffiderete mai abbastanza; e la città nuova, il quartiere che tuttora si sta sviluppando attorno alla sottoprefettura, l'unico possibile, l'unico dove si può respirare ... io avevo commesso l'errore di prendere alloggio nel quartiere di San Marco, che supponevo adatto alle mansioni della mia carica. Ah, ve lo assicuro, non vi ho trovato che vedove rinsecchite come vecchi tronchi d'albero e marchesi imbalsamati. tutta quella gente rimpiangeva il tempo in cui Berta filava. Nessun ricevimento, neppure l'ombra di una festicciola; una cospirazione sorda contro il regime pacifico sotto il quale felicemente viviamo ... Ho corso il rischio di passare dei guai, parola d'onore ...
... Allora sono passato al di là del corso Sauvaire, ho preso un appartamento là, nella piazza. Vedete, a Plassans il popolo non esiste, l'aristocrazia sta chiusa nel proprio guscio, sono sopportabili soltanto alcuni parvenus, presone gentili che si danno molto da fare per chi ha una certa posizione. il nostro piccolo mondo di funzionari si trova molto a suo agio. Viviamo tra di noi, a modo nostro, senza curarci della popolazione, come se avessimo piantato le nostre tende  in un paese conquistato."

E. Zola, La conquista di Plassans, Garzanti Editore, 1993, pag.71-72 

La descrizione può essere riferita a qualsiasi città europea di quel periodo. Con l'aggiunta della beneficenza che le classi borghesi fanno al popolo che si trascina nella miseria più assoluta.

Nel suo romanzo Germinal Zola riporta questa teoria sui salari.
"Ma si può aumentare il salario? La legge bronzea lo blocca al minimo indispensabile, giusto il necessario perché gli operai mangino pane secco e facciano bambini... Se scende troppo, gli operai crepano e la domanda di nuova manodopera lo fa salire di nuovo. Se sale troppo, l'offerta troppo alta lo fa abbassare .. E'  l'equilibrio delle pance vuote, la condanna perpetua all'inferno della fame."

E. Zola, Germinal, Oscar Mondadori 2010, pag. 144

Questa teoria ha avuto molta importanza nella nascita dei movimenti dell'Ottocento a favore dei lavoratori. Quando nel Novecento si è visto che i salari potevano salire e che le condizioni di vita degli operai potevano migliorare la teoria è stata abbandonata.
Ma credo che oggi stia tornando di moda. Attualmente si nota il deprezzamento del lavoro visto che le macchine si stanno sostituendo in maniera massiccia all'uomo.
Penso che la manovra politico-economica messa in atto in Europa sia quella di diminuire il flusso di denaro in circolazione  per impedire un'ulteriore espansione dei consumi. Anzi si sta cercando di eliminare ciò che viene giudicato superfluo. Mi chiedo se dietro questi movimenti ci sia una razionalità o se avvenga tutto a insaputa dell'uomo, per un meccanismo naturale di equilibrio delle risorse. Forse la società si comporta proprio come un organismo e adatta i suoi comportamenti alle circostanze del momento.
E' certo che comunque le masse di esclusi che premono dal sud sono sospinte da bisogni naturali irrefrenabili. Ed è altrettanto certo che la loro presenza cambierà il rapporto lavoro-salario. Oltre a ciò chi arriva è una  persona fortemente motivata e disposta a tutti i lavori mentre la popolazione europea ha una forma mentis più rilassata e non propensa a ridurre le proprie aspettative. Stiamo vivendo un momento di grande trasformazione nel quale riconosciamo vari elementi: l'informatizzazione che ha tolto lavoro, la globalizzazione che ha aperto i mercati mondiali, l'afflusso in massa di coloro che fino ad ora sono stati esclusi e che rischiano la vita per partecipare al nostro ormai esaurito benessere.
Per il singolo cittadino la vita si è fatta dura. Se ha uno stipendio statale o una pensione sufficiente può ritenersi molto fortunato. Ma per gli altri è dura. Chi ha un'attività deve lavorare senza sosta per cercare di mandarla avanti, i professionisti si contendono i clienti, chi ha immobili tende a disfarsene e questo provoca un abbassamento di prezzi. Anche gli affitti calano mentre non cala la pressione fiscale sui proprietari. Come sempre, per restare a galla vale la vecchia legge dell'adattamento. Sopravvive chi sa adeguarsi più prontamente e riesce a vedere molto lontano.

Come ho già detto altre volte, credo che il problema sia fondamentalmente demografico. La popolazione mondiale si dovrà ridurre drasticamente perché ciascuno abbia il necessario per una vita dignitosa e soddisfacente.

Continuando nella lettura ecco un passaggio sulla Russia di fine Ottocento. Suvarin è un nobile e ricco russo che ha rinunciato a tutto ciò che possedeva per schierarsi con i proletari. Ha lasciato la Russia dopo un fallito attentato allo zar che ha portato all'impiccagione di numerosi compagni tra i quali la sua fidanzata. Fa il meccanico e predica la ribellione contro i borghesi.
Sentiamo il suo pensiero.
"In Russia tutto andava male. I suoi vecchi compagni erano diventati tutti dei politicanti; i famosi nichilisti che facevano tremare l'Europa, figli di preti, piccoli borghesi, mercanti, non andavano al di là della liberazione nazionale, e sembravano credere che, una volta ucciso il despota, il mondo sarebbe stato liberato..
... Aveva rinunciato al suo rango e alla sua ricchezza e si era messo con gli operai solo con la speranza di veder sorgere finalmente quella nuova società del lavoro in comune."
 pag. 403 404

Più avanti Etienne Lantier, il protagonista, espone una sua ipotesi: ammettendo che la vecchia società non esistesse più, che fosse stata spazzata via via fino alle briciole; be', non c'era da temere che il nuovo mondo a poco a poco sarebbe stato rovinato dalle stesse ingiustizie, gli uni malati e gli altri in buona salute, gli uni più furbi, più intelligenti, che si arricchivano, e gli altri imbecilli e pigri, che ridiventavano schiavi?
Suvarin allora davanti a quella visione di eterna miseria replica: Se la giustizia non era possibile con l'uomo, bisognava che sparisse l'uomo. Tante erano le società marce, tanti dovevano essere i massacri, fino allo sterminio dell'ultimo essere vivente.
pag. 454 455

Quando infine è chiaro che lo sciopero con tutta la sua scia di lutti e distruzione non ha avuto alcun risultato immediato Etienne sogna ancora di trasformare gli operai in eroi, sogna di guidare il popolo, quella forza della natura che divora se stessa.
pag. 520

Infine vi è una riflessione su Darwin.
Aveva ragione Darwin dicendo che il mondo non è che una lotta, che i forti mangiano i deboli per la bellezza e la continuità della specie? Questa domanda lo metteva in difficoltà .. ma un'idea affascinante dissipò tutti i suoi dubbi .... Se una classe doveva essere divorata, non sarebbe stato forse il popolo, vivace, ancora nuovo, a divorare la borghesia estenuata dai piaceri? La nuova società sarebbe stata formata da sague nuovo. E in questa sua attesa di un'invasione di barbari che avrebbe rigenerato le vecchie nazioni ormai vacillanti, riemergeva la sua fede assoluta in una prossima rivoluzione, quella vera, quella dei lavoratori, che col suo incendio avrebbe infiammato la fine del secolo dello stesso porpora di quel sole nascente che ora vedeva sanguinare nel cielo.
pag. 527

Siamo arrivati alla fine. Nelle ultime pagine Zola ribadisce la sua fede nel riscatto degli operai.
"Forse la violenza non affrettava le cose. ...organizzarsi con calma, conoscersi, riunirsi in sindacati, quando le leggi lo avrebbero permesso; e poi, il giorno in cui milioni di lavoratori, uniti, si fossero trovati di fronte a qualche migliaio di fannulloni, prendere il potere ed essere padroni! Ah, che risveglio di verità e giustizia! ..."
Il libro termina con la frase:
"Spuntavano degli uomini,un esercito nero, vendicatore, che germogliava lentamente nei solchi, che cresceva per le raccolte del secolo futuro; e presto la sua germinazione avrebbe fatto esplodere la terra."
pag. 529-530

E. Zola, Germinal, Oscar Mondadori 2010

Peccato però che, per quante rivoluzioni si facciano, non si fa altro che sostituire una classe di prepotenti ad un'altra di prepotenti.
Però è interessante vedere come gli scrittori di fine ottocento vedevano nascere una società più giusta, più equilibrata. Elementi fondamentali erano l'istruzione, la scienza che creava nuove macchine, e la medicina che trovava nuovi rimedi. Una società istruita, aiutata nel lavoro da macchine sempre più efficienti, curata con medicinali capaci di debellare le malattie, doveva per forza essere una società più equilibrata e felice. Sembra di sentire lo zio Vania di Cechov che sogna un futuro roseo per l'umanità.
Adesso abbiamo tutto ciò che nell'Ottocento era solo un sogno. Perché allora non siamo felici? E il peggio è che oggi non sogniamo più niente. Ci perdiamo dietro effimeri godimenti momentanei che creano noia e angoscia. Ben pochi sono i saggi che hanno capito la filosofia del vivere i momenti in completa sintonia con il nostro essere parte della natura, sempre pronti a spalancare occhi meravigliati di fronte alla varietà inimmaginabile che si crea all'interno degli individui, a qualsiasi specie animale o vegetale appartengano.
Non possiamo conoscere il fine della nostra vita ma possiamo sempre e comunque apprezzarla e sondarla all'infinito con la curiosità del bambino che scopre il mondo.

lunedì 6 luglio 2015

Governo, Corte dei Miracoli


"La zattera della Medusa"  di Gericault


Oggi voglio fare una retrospettiva dei pasticci italiani.
Quando l'Italia doveva reperire soldi per soddisfare l'Europa, destra e sinistra si sono guardate in faccia e hanno pensato che mai e poi mai avrebbero potuto trovare quei soldi in maniera indolore. Infatti non era pensabile fare tagli o imporre altre tasse perché avrebbero perso elettorato e meno che meno potevano togliere le mani dalla cassa per lasciarvi il denaro necessario al momento. Ed è lì che arriva il colpo di genio. Il lavoro sporco lo farà un governo "tecnico" non interessato al voto che troverà il denaro necessario all'Europa. Napolitano, sempre molto servizievole, chiama allora Monti che mette su una squadra di esattori. Benissimo intervenire sulle pensioni dato che i pensionati non possono nemmeno fiatare. Poi Monti vorrebbe intervenire sui "privilegi" di farmacisti, tassisti e notai. Eh, no! I privilegi non si toccano!

E così, visto che lo spread è sceso, e che il tempo è passato, si fanno nuove elezioni. Bersani prova a fare un governo ma non ha i numeri. Mai lasciare il campo ai 5Stelle che governerebbero, ma non si può. Letta riesce a salire sulla poltrona ma Marchionne non è contento. In tutto questo panorama è intanto apparso un personaggio che continuava a dire "Rottamiamo tutti. Io so come fare per risolvere i problemi del paese".  Il quadro politico è talmente confuso che Napolitano, ricattato, deve prolungare il suo mandato perché solo di lui ci si fida.

E, dopo che il personaggio in questione è riuscito a diventare segretario del PD grazie alle primarie pilotate da Berlusconi che nutre grandi speranze su di lui, dopo le ripetute assicurazioni a Letta che mai e poi mai sarebbe stato sostituito, Napolitano incarica il figuro di fare il nuovo governo. Grande soddisfazione di Berlusconi che pensa di tirare a suo agio i fili della marionetta e più grande soddisfazione di Marchionne che vede finalmente realizzato un suo sogno. Licenziamento dei lavoratori, assunzione a tutele crescenti, mano libera all'imprenditore.

Ma l'Italia non lesina le sorprese al suo pubblico, cioè al suo popolo. Adesso le pensioni vanno reintegrate, le leggi che valevano per estromette Berlusconi dalla politica non valgono per De Luca, e vedremo quale altro sollazzo scaturirà da questa moderna Corte dei Miracoli di mentecatti che occupano il governo e le istituzioni che barcamenano il paese.

Ma noi sappiamo bene che la politica altro non è che la presa d'atto delle modifiche nella situazione economica mondiale.

La cruda realtà è che il lavoro ha perso il valore economico, le masse oggi non sono altro che bocche da sfamare, i soldi sono diventati virtuali, nominativi, frutto di scambi teorici che includono la vendita di debiti e la maturazione di interessi che mai e poi mai verranno onorati perché i debitori mai e poi mai ne avranno la possibilità. La marea di poveri che preme per cercare la sopravvivenza farà crollare ancora di più le nostre certezze di figli del boom economico anni sessanta che è stato solo una meteora che ha attraversato fulmineamente un cielo di miseria e sopraffazioni. Ancora ci culliamo nel nostro piccolo mondo di benessere ma già sentiamo il fiato sul collo di tanti che ci osservano e pensano che non sia giusto, e dicono che tutti hanno il diritto di partecipare alle risorse del pianeta.
Come andrà a finire?

giovedì 21 maggio 2015

Santa Igia e Alghero

Durante la colazione di solito leggo qualcosa. In questo periodo sto sfogliano "Archeologia Viva". Stamattina il latte mi è andato un po' di traverso quando ho letto un articolo dello storico sardo Francesco Cesare Casula su Santa Igia pubblicato  nel n°163 del gennaio-febbraio 2014 a pag .66 e seg. di Archeologia Viva.
Dopo aver fatto una sintesi della storia dell'antica capitale sorta a Santa Igia quando Cagliari fu abbandonata a causa delle incursioni dei cosiddetti barbareschi, lo storico racconta la sua definitiva distruzione ad opera di altri "barbari".
Nella seconda metà del XX secolo nella zona dell'antico sito sono stati edificati il mattatoio, le poste, e un complesso commerciale della Città Mercato. Negli anni ottanta si decide di far passare una strada sopraelevata. Ora lascio la parola allo storico.

"Chi scrive* protestò sui giornali locali, alla televisione e in sede politica presso la regione Autonoma; organizzò sit-in di studenti, e perfino un Congresso, i cui atti furono pubblicati (1983) in un grosso volume intitolato S. Igia, capitale giudicale. Un inestimabile bene archeologico da salvare alle porte di Cagliari. Ma fu tutto inutile. Le foto delle fosse all'epoca scavate dalle ruspe per collocare i plinti della sopraelevata mostrano lo scempio perpetrato sui resti della capitale sepolta. E per finire, una grande distesa di asfalto, versato nottetempo alla luce delle fotoelettriche ..."

*Francesco Cesare Casula

Io mi auguro vivamente che nel frattempo (sono passati più di trent'anni) si sia provveduto ad istituire leggi per la protezione di siti così importanti. Ma veramente piange il cuore se si pensa che parti fondamentali della nostra storia suscettibili di ricerche e studi capaci di far luce in periodi veramente bui come il medioevo sardo siano stati cancellati con tanta scellerata stupidità. E fa crescere la rabbia sapere che c'è stato chi si è battuto con tutte le armi a disposizione per evitare la sciagura ma la sua lotta si è rivelata inutile. 
Eppure se questa sconfitta riesce ancora oggi a darci spunti di riflessione e fa nascere forti sentimenti, ritrova una sua funzione. Infatti fa sorgere in noi l'assoluta necessità di valutare a fondo quanto ci arriva dal passato e di dare la giusta rilevanza a tutto ciò che abbiamo la fortuna di ritrovare dopo secoli o dopo millenni. Tutto ci parla, e noi, in una terra dove i documenti sono una vera rarità, dobbiamo ascoltare ogni messaggio che ci arriva dal profondo buio dei tempi andati. 
La recente manifestazione di Monumenti Aperti che non mi stancherò mai di lodare per la sua enorme valenza educativa nei confronti di giovani scolari e studenti e per la sua funzione culturale rivolta ai visitatori, ha riaperto ferite in coloro che amano profondamente Alghero e vorrebbero che le sue tante ricchezze fossero messe nella giusta luce. Abbiamo capito che le sepolture del cimitero medievale del Qualté sono al momento irrecuperabili e oggi possiamo solo "ammirare" la pavimentazione che le ricopre. 



E all'indomani di Monumenti Aperti ci poniamo diverse domande.
Il Museo archeologico aprirà a giugno? Speriamo. E tutte quelle belle vetrine del Corso Carlo Alberto, del Qualté, del retro della vecchia caserma diventeranno esposizioni d'arte e di prodotti artigianali del territorio? Ce lo auguriamo. 
Sono le amministrazioni cieche e ignoranti che fanno operazioni come Santa Igia. Ci sia di esempio per non commettere gli stessi scempi e operiamo per rendere Alghero un gioiello di cultura e di arte. 


lunedì 18 maggio 2015

Alghero agli algheresi - Cimitero di san Michele

IL CIMITERO MEDIEVALE DEL QUALTE'

Si può fare qualcosa?


- Come può vedere siamo nel Cimitero Medievale di Alghero. Qui sono stati trovati  i resti di circa seicento persone e pare che molti scheletri appartengano ad appestati morti durante l'epidemia del 1582-83.
- Interessante. E dove è il cimitero?
- Qui.
Il visitatore si guarda intorno, pensa di non aver capito, annuisce, ma ha un'espressione interrogativa sul viso.
La spiegazione continua ma il visitatore continua a non capire. Teme di fare una brutta figura e insiste.
- Quindi il cimitero è qui.
- Certo, signore, è qui, sotto i suoi piedi.
- Ma io vedo solo un pavimento.
- E' naturale. Dopo lo scavo la zona è stata sistemata e ricoperta.
- La ringrazio. Buonasera.


Al di là di questo immaginario dialogo mi pongo una domanda: Non si può fare proprio nulla per dare un'idea dell'antico sito ai visitatori?
Forse si può collocare una pavimentazione di ceramica o altro materiale con impresse le immagini della situazione sottostante così come si è presentata a chi ha scavato. Ciò che è stato fatto sui pannelli adagiati per terra si può probabilmente ripetere su un supporto che sostituisca almeno in parte l'attuale pavimento. Naturalmente non penso a piastrelle ma ad una lastra unica che venga posizionata ad un livello leggermente inferiore alla pavimentazione per dare il senso della profondità. È una magra consolazione per chi vorrebbe che la città evidenziasse una continuità tra il suo passato e l'attuale presente, ma è pur meglio di niente. O forse ci sono ancora delle idee migliori. Ciò che più sconcerta è il fatto che si faccia proprio molto poco per dare a cittadini e visitatori la possibilità di conoscere la storia di Alghero.
Restiamo in attesa dell'apertura del museo a giugno (così è stato promesso) e attendiamo che persone veramente sensibili e in grado di capire i fondamentali legami con tutto ciò che ci ha preceduto possano prendere le decisioni relative alle tante memorie che archeologi e storici stanno mettendo in luce nel territorio.
Forse chissà un giorno o l'altro scatterà una piccola scintilla e inizierà ad accendersi una fioca luce per diradare le fitte tenebre caliginose di chi pensa che l'uomo vive di solo pane e che il resto non conta. Forse.
Perché i nostri amministratori sono molto impegnati a trovare nuovi nomi per imporre nuove tasse e non hanno il tempo per fare altro, se non godersi i soldi che si autoassegnano per il loro "servizio". I cittadini devono solo pensare a lavorare sodo tutto il giorno se hanno un lavoro, oppure devono cercare di barcamenarsi accettando di tutto se non hanno un'attività. E devono stare anche attenti perché se vengono scoperti a introitare "in nero" qualche piccola banconota indispensabile alla loro sopravvivenza, devono vedersela con gli organi preposti a controllare le evasioni. I quali organi, siccome non traggono molta soddisfazione dai grandi evasori che si possono difendere, si rifanno sui piccoli. 
Complimenti Italia, sei proprio una grande patria.


Punto 1°
La città appartiene ai cittadini che l'hanno edificata e che con il loro lavoro hanno fatto sì che avesse quelle strutture indispensabili per la residenza degli abitanti e per l'accoglienza dei non residenti.

Punto 2°
I cittadini delegano alcuni di loro perché le risorse del territorio vengano amministrate e gestite nell'interesse della comunità. 

Appunto 1° 
Gli amministratori si sono appropriati della città dimenticando di esserne i semplici gestori. E' come se il fattore di una tenuta agricola ritenesse di esserne il proprietario. 

Appunto 2°
Gli amministratori stabiliscono regole che creano sempre più difficoltà ai cittadini che intendono trarre frutto dal proprio lavoro. Nella loro mentalità di persone che (nella maggioranza dei casi) non hanno mai lavorato e hanno sempre tratto un lucroso reddito dalla politica, il cittadino è un malfattore e un ladro che cerca di arricchirsi a scapito della comunità evadendo le tasse e i balzelli vari. Quindi va castigato.

Appunto 3°
Alghero sopravvive con tanti stenti grazie a coloro che insistono a scommettere sulle personali potenzialità  e lavorano duramente per trarre il necessario da attività che richiedono energie infinite e fede nel futuro.E' la fede che sostiene gli imprenditori locali, in una situazione di corsa agli ostacoli che alla lunga sfianca e scoraggia.

Quesito 1°
Che cosa impedisce l'abbellimento, la cura, la pulizia della città? Dove sono le aiuole fiorite che anni fa rallegravano strade, piazze e passeggiate? 

Quesito 2° 
Che cosa impedisce l'apertura di tutte quelle strutture culturali che sono indispensabili a una città che vive di turismo?
Che cosa impedisce di utilizzare i numerosi locali ottenuti nel Qualtè, nelle zone adiacenti la caserma dei carabinieri, nel Corso Carlo Alberto, e altri?
Quei locali dovrebbero essere adibiti a esposizioni d'arte e di cultura algherese e sarda affidati ad associazioni che ne curino la pulizia e il decoro e che ne facciano una mostra per esporre tutto ciò che il territorio offre di meglio. Un museo diffuso che dia al visitatore la possibilità di cogliere i valori di una società che ha memoria di sé e che procede nella sicurezza delle proprie origini senza mistificazioni. Dovrebbe essere aperto alla Sardegna intera perché la proposta turistica non può restringersi alla sola città ma deve essere una vetrina ampia e completa di millenni di storia sarda.


Il sogno
Il sogno è quello di avere una città con scorci di verde e fiori, libera da ogni sozzura, ricca di proposte d'arte, di artigianato, di produzioni locali. E' poi così difficile ottenere tutto ciò? 
Andiamo incontro alle giovani generazioni, diamo loro la possibilità di restare in città, di mettere a frutto ingegno e inventiva. 
Ricordiamo che la crisi sta creando una massa di esclusi dal processo produttivo ed economico. Non è giusto che chi ha già una collocazione impedisca ad altri di trovare un proprio piccolo spazio. Gli egoismi non possono esistere in una economia di sussistenza come è la nostra. Bisogna che ciascuno ceda qualcosa per permettere a tutti di avere almeno il necessario. Il ruolo della politica è proprio quello di equilibrare la distribuzione delle risorse del territorio in modo che ciascuno possa attingervi. E allora prepariamoci a fare squadra perché chi vuole possa fare e lasciamo cadere la mentalità dell'assistenza. Non è il lavoro che manca, ma è la volontà di rinunciare a qualcosa perché anche gli altri abbiano l'essenziale. E questa non è beneficenza, è giustizia sociale.

Meditate



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