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martedì 1 maggio 2012

La signora politica



Rocce del Limbara

Svegliamoci! Che cosa si aspetta per cambiare le regole e per revisionare a fondo i meccanismi totalmente fuori fase della politica? Altro che dimezzamento dei "rimborsi elettorali"!
Altro che controlli fiscali sui piccoli imprenditori che sono il sostegno del paese e che non trovano altra via che il suicidio!
Solo un'Assemblea Costituente  Nazionale ormai è in grado di ridarci quella dignità di cittadini che abbiamo perso completamente, da quando siamo diventati sudditi di un'oligarchia stracciona e arraffona. E poi mi si dica che questa è antipolitica! E mi si presenti la signora politica e vediamo come è combinata!
Forse la signora politica è Rutelli che vuole restituire il maltolto per darlo agli "esodati"? Forse è la lega che fa un passo indietro e va tutto bene? Forse è Monti che con bieco cinismo trita la popolazione evitando accuratamente i privilegiati? Presentatemi la signora politica! Vorrei proprio conoscerla!
I tempi non consentono più un parlamento imbalsamato che si impadronisce del potere per i propri malaffari e ne blinda l'accesso. Ci vuole ricambio continuo. Non si può consentire a nessuno di governare per più di cinque anni. Il politico non usa la sua presunta esperienza per il bene del paese, ma per il "proprio" bene. Purtroppo è nella natura umana il desiderio di possedere sempre di più, più soldi, più potere, più godimenti ... e la legge deve intervenire per impedire che questa insaziabilità si soddisfi tramite il denaro pubblico, con i nostri soldi, a nostro danno.
Quanto durerà ancora il nostro sonno? Per quanti anni ancora andremo a dare il voto a questi malfattori? Quanto ci vorrà per capire che questo sistema è marcio nel profondo e che solo noi con la nostra consapevolezza possiamo cambiarlo? Riusciamo a capire ciò che ci stanno dicendo questi malfattori? Ci stanno prendendo per deficienti pensando di cavarsela con poco. Ci tolgono ogni diritto e poi fanno un passo indietro. E noi siamo fessi e contenti del passo indietro, con un'economia che va a picco e l'ansia provocata dal pensiero fisso di riuscire a pagare con il nostro estremo sacrificio il loro bengodi. 

sabato 21 aprile 2012

Sa die de sa Sardigna è una celebrazione, non è una vacanza




Giorno di festa per la Sardegna. Si ricorda quello che fu forse l'unico momento storico nel quale l'Isola dominata dai Savoia avrebbe potuto ritrovare la sua autonomia.
I fatti: nel 1793 i Sardi avevano efficacemente resistito 
alle truppe francesi che erano arrivate nei nostri mari per prendersi l'Isola che era sfuggita loro nel corso di una precedente spedizione alla quale aveva preso parte anche il futuro generale Napoleone Bonaparte. I Francesi intendevano diffondere in Europa  le idee della rivoluzione del 1789, libertè, egalitè, fraternitè   , e lo facevano invadendo i vari stati. Il Savoia del momento, impegnato a difendere il "suo" Piemonte dalla furia Napoleonica, non pensava certo alla Sardegna salvo poi rifugiarsi a Cagliari vista la mala parata. In quell'occasione i Sardi presero consapevolezza della loro forza, si unirono per cacciare via i Francesi e si aspettavano che il loro re li avrebbe premiati per la lealtà e il coraggio dimostrato. Ma il re largì promozioni e commende al viceré e a molti ufficiali piemontesi mentre i Sardi premiati furono pochissimi e alcuni tra i più strenui difensori dell'Isola non ebbero alcun riconoscimento. Il messaggio era decisamente chiaro.
Allora i Sardi mandarono una delegazione a Torino con Cinque Domande, in pratica cinque richieste che, se accolte, avrebbero finalmente incluso i Sardi nella gestione del loro territorio. Tra l'altro si chiedeva l'attribuzione a Sardi di tutti gli impieghi civili e militari (esclusa quella di viceré), e le cattedre vescovili e arcivescovili. Inoltre si chiedeva la creazione di un Ministero degli Affari di Sardegna a Torino.
La deputazione sarda partì per Torino nel settembre 1793 ma fu ricevuta dal re solo tre mesi dopo. Vittorio Amedeo III non parlò delle richieste e le affidò ad una commissione di alti magistrati. La delegazione rimase lunghi mesi a Torino ma non fu mai convocata da questi "alti magistrati" Quando poi ci fu la risposta alle Cinque Domande questa fu trasmessa direttamente al viceré a Cagliari nell'aprile 1794. Già questo atto ci fa capire quale fosse la risposta: negativa per tutte le richieste.
Dopo il fallimento della missione sarda presso il re i funzionari piemontesi divennero ancora più sprezzanti verso i Sardi che al colmo della sopportazione dei loro dileggi e delle battute offensive decisero di ribellarsi. La sollevazione era prevista per il 4 maggio, in occasione della processione che riportava Sant'Efisio a Cagliari ma il viceré entrò in sospetto e fece arrestare due avvocati, Cabras e Pintor ritenuti i capi della rivolta. I familiari degli arrestati corsero allora per le via di Stampace e chiamarono a raccolta la popolazione perché si liberassero i prigionieri. Ne seguì un tumulto durante il quale furono incendiate le porte del Castello e fu ucciso il comandante di un reparto. Allora i soldati si ritirarono e il vicerè si rifugiò nel palazzo vescovile.
Si scatenò così la caccia al piemontese. Il 30 aprile,  514 piemontesi venivano accompagnati al porto per essere imbarcati con l'unica eccezione dell'arcivescovo Melano che fu lasciato al suo posto. In breve anche da altri centri della Sardegna i piemontesi furono rimandati in Piemonte.
In assenza del viceré il potere passò alla Reale Udienza.

Da "La Sardegna sabauda nel Settecento" di Carlino Sole - Ed. Chiarella - Sassari - 1984

Per la Sardegna era arrivato il momento di riprendere in mano i propri destini ma purtroppo i Sardi non riuscirono a cogliere i frutti di tanto lavoro.
Tuttavia questa giornata rimane come un momento di presa di coscienza da parte dei Sardi della propria forza e della capacità di affermare i propri diritti. Avevano finalmente capito che chi vuole ottenere ciò che gli spetta non può sperare che gli venga riconosciuto, ma deve lavorare sodo per conquistarlo.
Purtroppo il seguito della storia ci mostra come l'abitudine alla soggezione sia troppo difficile da eliminare. Il pensiero rimane incatenato a proibizioni, divieti, tabu impossibili da infrangere. Non si riesce a ragionare in termini di comunità e prevalgono piuttosto le invidie e le ambizioni personali. Quando una nazione non si comporta come un unico organismo, teso al suo bene, ma ciascuno pensa al proprio tornaconto, accade inevitabilmente che nessuno poi ne trae vantaggio.
Questa riflessione può essere valida anche oggi per l'Italia che sta sprofondando nella soggezione verso l'esterno perché non vi è coesione al suo interno. Verremo colonizzati perché la nostra identità vacilla sotto i colpi di una classe dirigente che non abbiamo il coraggio di sostituire. La storia spazza via i popoli come il nostro che non hanno orgoglio di sé e che tirano solo a campare.

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Equità




In piazza parlamentari, amministratori regionali, provinciali, comunali, alti funzionari, giornalisti  della televisione e molti altri per protestare contro il decreto preso dal comitato di salute pubblica che porta i loro compensi a 2,50 euro netti all'ora. Inoltre è previsto che non ci sia più alcun privilegio e che la pensione sia contributiva e arrivi dopo quarant'anni di servizio.  Il provvedimento è solo provvisorio. Infatti tutti i politici e gli amministratori a partire dal 2015 non avranno più alcuna retribuzione né pensione e potranno solo chiedere un rimborso spese per quanto effettivamente pagato per recarsi a svolgere il loro lavoro. Amministrare il paese sarà un onore per i cittadini che vorranno dedicarsi al bene pubblico. Per le altre categorie (giornalisti, alti funzionari, ecc.) la situazione migliorerà in quanto le retribuzioni saranno allineate a quelle dei lavoratori dipendenti ma in ogni caso non potranno superare 2.000 euro netti al mese. Chi non è d'accordo può lasciare il suo posto al primo della lunga fila d'attesa.
Nel generale riequilibrio dell'economia della nazione si sta cercando di ottenere il risultato di ottimizzare tutte le risorse umane e territoriali del paese per raggiungere l'obiettivo di dare a ciascuno la possibilità di provvedere a se stesso e di riuscire ad affrontare tutte le spese comuni indispensabili al funzionamento dello stato.

NON SVEGLIATEMI!

venerdì 20 aprile 2012

L'economia del paese


Prometeo incatenato - Marmo bianco di Nicolas-Sébastien Adam, Parigi, Louvre (Da Wikipedia)

Cerco di fare un ragionamento sull'economia del paese.
Punto 1° - Occorre far circolare il denaro. Per fare questo occorre che i soldi non vengano accumulati da pochi ma bisogna che vengano distribuiti al maggior numero di persone possibili. Un economista diceva che se do 100.000 euro al mese ad una sola persona questa difficilmente riesce a spendere tutto. Ma se do 1000 euro al mese a 100 persone posso star sicuro che il denaro ritorna subito in circolazione.
Punto 2° - Per far sì che il lavoro si distribuisca tra la popolazione occorre immediatamente togliere le protezioni a farmacisti, tassisti, notai, e a tutte quelle categorie che impediscono l'accesso libero al lavoro. Chi ha i requisiti per svolgere un'attività deve essere libero di farlo nei limiti di un'accertamento dei titoli di studio, delle competenze, dei requisiti e di tutto ciò che è necessario perché il lavoro venga svolto con competenza in un regime di libera concorrenza.
Punto 3° - Occorre far di tutto perché il denaro non si accumuli in mano a poche persone o a poche famiglie. L'accumulo è all'origine della scomparsa dei soldi dalla nazione, dell'evasione fiscale, della corruzione, dello strapotere.
Punto 4° - Se si riesce a favorire la distribuzione del lavoro autonomo tra i cittadini si ottiene il risultato di dare alle persone la possibilità di far fronte al proprio mantenimento alleggerendo lo stato della necessità di distribuire aiuti e quant'altro, e si apre la possibilità di ottenere un gettito fiscale più regolare.
Punto 5° - Altro pilastro di una sana economia è la lotta senza quartiere agli sprechi, alla corruzione, al malaffare. Occorre dunque che le scelte politiche siano fatte da cittadini che, a titolo volontario, si offrono per una sola legislatura a  valutare le necessità del paese e a decidere le priorità da finanziare. Internet dà un fondamentale aiuto per fare tali valutazioni. Non c'è asino oggi che non capisca di che cosa ha bisogno l'Italia, ma non c'è peggior sordo di questi malfattori che sono attualmente in parlamento, capaci solo di dire che i soldi del finanziamento sono irrinunciabili (Bersani & Co.) e che i soldi delle tessere dei loro iscritti si possono anche buttare dalla finestra (Bossi).
Punto 5° - Siccome il denaro pubblico e il potere creano forti dipendenze e sono più micidiali di una droga non dobbiamo aspettare che siano questi mentecatti ad andarsene o, meglio ancora, a cambiare. Dobbiamo buttarli fuori noi, con il solo mezzo che abbiamo: Non andando a votare per niente, neanche per Grillo o per Di Pietro. I voti dati, anche se per persone che se li meritano, alla fine alzano la percentuale e noi ci ritroveremmo con questi avvoltoi che ci mangiano vivi ogni giorno, come accadeva a Prometeo. Noi Italiani oggi siamo come Prometeo incatenati a una rupe e ogni giorno le aquile ci mangiano il fegato. Ma noi possiamo cacciare via questi avvoltoi. Che cosa aspettiamo? (Le aquile sono troppo nobili per paragonarli a queste sanguisughe)

mercoledì 18 aprile 2012

Il TG dei sogni




Cari Italiani scusateci per l'equivoco. Quando siete andati a votare voi pensavate che quelle fossero liste politiche, ma per un imperdonabile errore erano invece elenchi di mafiosi, malavitosi, truffatori, ladri (soprattutto quelli in cima) preparati per sottoporre i malviventi al giudizio della magistratura.
Adesso siamo pronti a riparare all'errore. Alle prossime votazioni troverete liste di sconosciuti, persone per bene, giovani pieni di ideali e di buona volontà che, senza stipendio, senza finanziamenti, con il solo rimborso delle spese sostenute per svolgere il loro incarico documentate da fatture e scontrini, si dedicheranno per una sola legislatura (senza possibilità di rielezione, a qualsiasi livello) a trovare il modo più equo e giusto di spendere i soldi pubblici.
Noi prenderemo le barche degli extracomunitari (così non torneranno vuote) e ce ne andremo per sempre, ci disperderemo per il mondo, come è giusto che sia, e non correremo il rischio di farci rivedere mai più da voi. (Tanto i nostri soldi sono già all'estero, dove abbondano anche nostre proprietà, tutto rubato a suo tempo).

lunedì 16 aprile 2012

Votazioni ad Alghero 2012




VOTAZIONI AD ALGHERO 2012



16 aprile 2012


Ad Alghero ci saranno a giugno le elezioni comunali. Tenendo conto della situazione della Sardegna e dell'Italia mi sento di fare alcune considerazioni.

Chi vota firma la sua condanna e quella dell'Italia. In questa situazione, con questa legge elettorale, il voto ha valore di complicità con l'oligarchia che si è instaurata al potere. L'Italia non è più una repubblica democratica fondata sul lavoro, ma è diventata una oligarchia fondata sulle truffe.
Gli analfabeti firmavano con una croce. Quella croce che l'elettore va a tracciare sulla scheda sarà la firma per la sua condanna e di conseguenza sarà l'avallo della consegna del paese ai malfattori. Il governo tecnico non è riuscito a dare una sterzata che ci allontanasse dal baratro. Se non ci aiutiamo noi con l'unico modo che abbiamo per farci sentire, non possiamo più sperare in niente.
So benissimo che gli italiani, coscienti o incoscienti dei danni futuri, andranno al macello perché prevarrà come sempre l'individualità e ciascuno farà ciò che pensa vantaggioso per sé. Il favore dell'amico, del parente, non si sa mai nella vita ... Forse un giorno capirà che con il suo voto è stato complice della casta che vuole solo una cosa: mantenere il predominio su una massa di sottoposti da strizzare fino al'ultimo goccio, per gestire le risorse del paese a proprio esclusivo e totale vantaggio.

Se vogliamo bene a noi stessi, ad Alghero, alla Sardegna e all'Italia, dobbiamo astenerci dal voto. Anche votare Grillo o di Pietro è nocivo perché dobbiamo cambiare le regole, non dare forza alla protesta pura e semplice. Dobbiamo ottenere politici non stipendiati (con rimborso delle spese scontrinate e fatturate) che rimangano in carica il meno possibile e non superino i cinque anni di mandato e mai più rieleggibili. Dobbiamo ottenere politici responsabili delle loro azioni penalmente e civilmente, come un qualsiasi cittadino. In parole povere dobbiamo rifare le regole e occorre prima di tutto che ci liberiamo da questa angosciante zavorra che ci sta portando a fondo in maniera del tutto consapevole. Il potere appartiene al popolo. Riprendiamoci questo potere e chiediamo innanzitutto che venga scritta una nuova Costituzione in linea con i tempi. Che cosa aspettiamo a fare il bene del paese? 

LA CRISI DEL SISTEMA

Analizzando più a fondo la situazione osservo che ci sono due cause della profonda e irresolvibile crisi: il fattore esterno che dipende dalle speculazioni finanziarie di chi si arricchisce sui nostri debiti, e il fattore interno che è dato da una classe politica che, vista la mala parata, sta pensando a ramazzare tutto il possibile prima che non ce ne sia più per nessuno.
Noi non possiamo controllare la finanza internazionale ma possiamo esigere che il peso del debito pubblico (fatto dai "padri della patria") ricada su tutti e non solo sui ceti medi e medio-bassi. e siccome i politici non hanno mollato un solo emolumento, né un solo privilegio e stanno dando ampia prova di mala fede, abbiamo il preciso dovere di stopparli, di cacciarli e di scrivere nuove regole che affidino il potere a cittadini/e (uomini e donne in ugual numero) che, per breve tempo, in pieno volontariato, lo esercitino come servizio sociale. Anche se ruberanno, lo faranno per poco tempo e non avranno modo di acquisire tutte le tecniche del furto dei nostri soldi. Fare l'amministratore pubblico o il legislatore non è un posto di lavoro, è un onorevole servizio reso alla comunità. 
Sono sicura che ci sarebbe la fila di volontari/ie per tale servizio. Perché, e lo dico con seria convinzione, in Italia ci sono milioni di persone oneste, capaci, responsabili, in grado di prendere decisioni, molto più di questa massa di malfattori che hanno trovato tutte le strategia per non mollare più la sedia che vanno a scaldare in parlamento (vedi legge elettorale porcellum). 


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domenica 4 marzo 2012

La Pasqua in Sardegna


LA PASQUA DEI NONNI

(Da una ricerca di alunni/e di seconda elementare della Scuola Maria Immacolata di  Alghero 
 Anno scolastico 2003-2004)




Cucarrori - Cogone de s'ou (disegno di Franco Ceravola)


AD ALGHERO

Marzia
Al tempo dei miei nonni l’uovo di cioccolato non c’era, allora le mamme facevano “lu cucarrori” che è una pasta dura con in mezzo un uovo sodo.
Si facevano i dolci in casa, che erano i pirichiti, le formaggelle di ricotta e di formaggio, e le tiriche che sono fatte con la marmellata di uva (la sapa).

Elisa
La Pasqua dei miei genitori è uguale alla mia perché c’erano le uova di cioccolato con sorprese più brutte, le colombe, e si mangiava insieme ai parenti.

Silvia
I miei nonni hanno raccontato che ai bambini a Pasqua si regalava lu cucarrori e il giorno della festa si mangiavano i dolci.
Una settimana prima il padre e la madre preparavano i dolci e come passavi vicino alla loro casa sentivi un profumino delizioso.
Mia bisnonna preparava tante formaggelle. E poi festeggiavano la Pasqua felici.
Però era più felice perché erano belle le processioni.

Sabrina
Mi ha detto mia nonna che l’uovo di Pasqua non esisteva ma esisteva lu cucarrori.

Nevio
Anni fa nella settimana prima della Pasqua, le donne preparavano i ravioli e i dolci per il giorno della festa.
Preparavano le formaggelle con la ricotta o con il formaggio, i papassini, gli amaretti, le caschettas, un dolce farcito con la sapa. Preparavano anche la pasta, rigorosamente a mano, e i bambini aiutavano tagliando le forme con le “rotelline” o mettendo in esse la farcitura a base di ricotta.
Inoltre durante questa settimana venivano eseguite le cosiddette “pulizie pasquali”, con le quali veniva pulita completamente la casa da cima a fondo.
Si assisteva poi alle processioni (ma anche oggi) e nel giorno di venerdì santo si praticava il digiuno in onore di Gesù morto.
Questi sono i ricordi che ho raccolto.

Valerio N.
Prima per Pasqua si preparavano i dolci in casa, si facevano le formaggelle (casadinas), e le tiriche che venivano preparate con il mosto di vino cotto.
Per i bambini non c’era l’uovo di Pasqua ma si preparava il pane con l’uovo (su cogone ‘e s’ou) che era un pane a forma di corona e veniva intagliato con un coltellino e da una parte si metteva l’uovo intero.

Giulia
Mia nonna mi ha raccontato che quando lei era piccola le uova di Pasqua non esistevano.
La mamma, mia bisnonna, prima della festa di Pasqua preparava i dolci, e dalle case usciva un buonissimo profumino di dolci e di pane fatto in casa nel forno a legna.
Al posto dell’uovo di Pasqua preparavano della pasta fresca e al centro della teglia mettevano un uovo fresco intero.
Finita la preparazione della pasta, mettevano la teglia a cuocere nel forno a legna.
Questa specialità si chiamava lu cucarrori.
Anche per mio nonno era la stessa cosa.

Pizzinna d'ovu

 Pizzina d'ovu (Bambina d'uovo)

 Foto da  "Il Museo Etnografico di Nuoro"  A.A.V.V.  Banco di Sardegna - Anno 1987 -  pag.219




AD ITTIRI



Gianfranco

A Ittiri mio nonno andava a seguire le processioni per le vie del paese.

Mio nonno portava la statua della Madonna e dei bambini vestiti di bianco facevano gli angioletti. Da quando è morto Gesù a quando è risorto non si potevano suonare le campane e allora suonavano sas matracas.

La domenica mattina quando Gesù era risorto suonavano le campane e i ragazzi in segno di gloria tiravano le pietre nelle case abbandonate.

Ai bambini regalavano su cozzolu e s’ou che era una spianata di pane a forma di uomo con un uovo al centro, e si mangiavano: sos pirichitos, sos papassinos, sas tiricas e sas casadinas.





La matraca è uno strumento di legno formato da una tavola con  2 maniglie a batacchio che oscillate colpivano una battuta metallica e producevano un suono.


Matraca con una sola maniglia esposta al Museo Etnografico di Sant'Antioco insieme ad altri strumenti riproducenti suoni particolari.

Lo strumento che si vede sotto la matraca è sa chigula (cicala). Sa chigula è composta da una canna alla quale è legato un pezzo di pelle al quale si fissa al centro un crine di cavallo che viene poi passato attorno ad una scanalatura praticata su un bastoncino di legno. Si inumidisce con la saliva la scanalatura e si impugna il bastoncino facendo roteare la canna. Il crine di cavallo che sfrega sulla scanalatura trasmette la sua vibrazione alla membrana di pelle. Il suono viene ampliato dalla canna che funziona come una cassa acustica. Anche sa chigula veniva usata in alcuni paesi della Sardegna nella settimana santa.

Nella foto si vede anche un altro strumento, anch'esso chiamato chigula, costituito da una tavoletta di legno nella quale è inserita una ruota dentata anch'essa di legno, collegata ad una manovella. Ruotando con energia la manovella i denti della ruota battono sulla tavola e provocano un forte rumore.



Altri strumenti usati per produrre suoni in settimana santa esposti nel Museo Etnografico di Sant'Antioco.


Questa matraca originale si trova nel Museo Diocesano di Ales. Si tiene per l'impugnatura e si scuote per far risuonare gli anelli di ferro.



FILASTROCCA DE SU MESSIA



Tres giaus l’ant postu a su Messia

unu per manu e s’atteru in sos pes.



Feminas pias piantu l’ant tres:

Maddalena, Veronica e Maria.



Tres l’ant mortu, tres l’ant interradu

a sos tres dies est resuscitadu.





Valeria

Ad Ittiri la Pasqua si festeggiava con varie processioni, come si fa anche oggi. I bambini e le bambine giravano per le strade del paese, seguivano la processione vestite con i costumi tipici sardi. La processione più importante era quella del Venerdì Santo quando tutta la gente del paese si riuniva nelle chiese di San Pietro e di San Francesco per pregare.

Per Pasqua le mamme preparavano i dolci come: i papassini, le tiriche, le formaggelle.

Per i maschietti le mamme preparavano i cavallucci di pane con l’uovo, mentre per le bambine preparavano le bambole di pane con l’uovo.

Tra tutti poi si confrontavano quale bambola o cavalluccio era più bello.
La domenica mattina si andava in chiesa con il vestito nuovo della domenica.

A pranzo si mangiava la pasta al sugo di pecora e l’agnello per secondo.



LE PAROLE DELLA PASQUA IN ALGHERESE E IN LOGUDORESE

ALGHERESE (Le parole sono scritte secondo la pronuncia)
Lu cucarrori - Pane fatto a forma di ruota, con uova intere messe sulla pasta.
Lu pirichitu - Dolce fatto di pasta con zucchero.
La casarina - formaggella.
La cascheta - Dolce fatto con pasta e arrop.
L'arrop - Sostanza dolce e cagliata che si ottiene dal vino cotto.

LOGUDORESE
Su pirichittu - Dolce fatto di pasta ricoperta di zucchero.
Sa casadina - La formaggella.
Sa tirica - Dolce fatto con la pasta ripiena di sapa. È la cascheta algherese.
Sa sàba - Vino cotto. È l'arrop algherese.
Sa matraca - Strumento usato nella settimana santa per dare i segnali delle funzioni religiose.
Su cozzolu 'e s'ou - Spianata di pane a forma di uomo con un uovo al centro.
Su gogone 'e s'ou - Un pane a forma di corona, intagliato con un coltellino. Da una parte si metteva l'uovo intero.

Alcune immagini tratte dal web.



I Papassini

Las caschetas - Sas tiricas


las  casarinas - Sas casadinas  (it. le formaggelle)

http://unsardoingiro.blogspot.it/2012/04/dolci-pasquali-della-sardegna.html

Lus pirichittus - Sos pirichittos

http://www.isoladisanpietro.org/ricettangolo/dolci/pirichittus.htm



31 marzo 2021 - 1069
3 aprile 2022 -  1125

mercoledì 22 febbraio 2012

Casa Manno




LA CASA MANNO


La casa dove viveva la famiglia di Giuseppe Manno, abbandonata da decenni, si è degradata col tempo. Negli ultimi decenni del novecento è stata venduta all'impresa Merella che dopo numerosi tentativi andati a vuoto per avere una licenza onde demolire e ricostruire per rivendere, ha ceduto l'immobile al comune di Alghero. Sono passati altri anni e infine il comune di Alghero ha deciso di demolire il caseggiato ormai irrimediabilmente compromesso e ha adattato l'edificio adiacente per ottenere i locali dove collocare un museo dedicato allo storico e politico algherese. A questo punto mi sembra inopportuno chiamare questo edificio "Casa Manno". In maniera molto più corretta poteva essere denominato "Museo Manno" con buona pace di Giuseppe che sicuramente non sarà molto contento di come i suoi concittadini hanno trattato la sua dimora. 
Un'operazione ancora più adeguata sarebbe stata quella di ricostruire il manufatto così come era, mantenendo un esempio di casa settecentesca dove il visitatore avrebbe potuto riconoscere i vari ambienti all'interno dei quali potevano ben trovare collocazione ritratti e documenti. Per le persone interessate avrebbe avuto molto più senso l'accesso ad un luogo con almeno la fisionomia dell'antica abitazione dove  la visita sarebbe potuta essere più partecipata e meno fredda.


Casa Manno prima della demolizione


Parliamo della casa Manno. C'era una volta un edificio diroccato e c'era una volta una targa che indicava la casa di Giuseppe Manno. La targa è sparita, l'edificio, lasciato al suo naturale degrado, è parzialmente crollato ed infine è stato demolito. Adesso è sorta la Casa Manno. In quanto a falsità non c'è che da fare i complimenti.

Nella foto si vede il terreno dove sorgeva la casa Manno che per il momento è diventato una piazzetta, e forse tra poco sarà colonizzato da tavolini e sedie. 



 Lavori eseguiti nell'area dove sorgeva la casa Manno in vista dell'inaugurazione da parte del Presidente Napolitano il 21 febbraio 2012.
Le foto sono state scattate l'8 febbraio 2012



Resti di muro della Casa Manno. Qui si vede anche un antico ingresso.






Al posto della casa della famiglia di Giuseppe Manno oggi sorge una piazzetta che ben presto verrà probabilmente arredata con sedie e tavoli. In realtà è già previsto un altro corpo di fabbrica da addossare alla parete cieca antistante la piazzetta.

Michelino Chessa nel suo libro "Racconti Algheresi" (2° volume, 1977, pag. 84) parla diffusamente della costruzione. Riporto le sue parole
" La casa in cui  nacque Giuseppe Manno è ridotta a un rudere, il Comune non si è mai interessato di restaurarla come bene di interesse storico. Lo stabile, ricostruito secondo lo stile originario si sarebbe potuto adibire a uffici comunali"
"Un'altra soluzione d'impiego della casa di Giuseppe Manno, sarebbe potuta essere quella di costruire una tettoia storico-artistica, sfruttando le quattro vecchie arcate ad imitazione delle tettoie artistiche che si trovano nelle città toscane. Altra ipotesi di impiego sarebbe potuta essere adibire a scuola materna il fabbricato in modo da servire il centro storico di un servizio sociale di primaria importanza."
"Conobbi la casa di Giuseppe Manno quando era abitata ed aveva la targa marmorea che ricordava la data di nascita e di morte dell'illustre algherese."
"Dopo i bombardamenti subiti dalla città la casa di Manno rimase disabitata e cominciò a deteriorarsi sino ad essere irriconoscibile, cioè come la vediamo oggi (nel 1977).




Fotografia pubblicata nel giornale Alghero Cronache nel 1974

Se Michelino Chessa avesse visto lo scempio che ne hanno fatto gli amministratori del 2000 forse avrebbe pensato di loro peggio di quanto ha fatto nel 1977. Ma sentiamo che opinione aveva allora degli amministratori locali.
"Per alcuni amministratori queste cose sono eresie, per loro i valori culturali non hanno alcun significato perché non li hanno mai conosciuti.
Dai meteci e uomini rozzi sino al midollo non ci si può aspettare nulla di buono, essi non hanno compreso né comprenderanno mai cosa sia lo sviluppo civile di una città e come si deve vivere in una società evoluta."



martedì 14 febbraio 2012

Il lupo mannaro

Il Lupo Mannaro ad Alghero viene definito Lu Prubunaru. Come si sa, Lu Prubunaru esce nelle notti di luna piena e guai ad incontrarlo.
Pensandoci su mi sono fatta una convinzione. In vari paesi della Sardegna si diceva che c'erano alcune Mamas che portavano via i bambini imprudenti che non rispettavano le regole. Per esempio nei mesi estivi i bambini non potevano uscire di casa nelle ore pomeridiane, altrimenti Sa Mama de su Sole li avrebbe portati via. Guai ad uscire nelle giornate di vento forte, perché Sa Mama de su 'Entu (vento) li avrebbe trascinati lontano; Sa mama de su 'Randine (grandine) rapiva i bambini che uscivano quando grandinava, e così via.
Secondo me non è casuale che il Lupo Mannaro si incontri nelle notti di luna piena. Infatti in quelle notti, grazie alla luce della luna, si può anche uscire di notte per strada. Ma chi lo fa corre il rischio di incontrare un essere terribile, Lu Prubunaru.
Questa è solo una mia ipotesi ma mi sembra abbastanza plausibile.

Il Lupo Mannaro faceva davvero molta paura anche perché si diceva che, preso dal dolore della sua malattia, lu Prubunaru vagava per la città ululando. Ricordo che negli anni '50 capitava spesso di sentire dei cani lamentarsi nel cuore della notte. Infatti per le strade circolavano numerosi cani randagi che lanciavano lugubri e terrificanti ululati. Quando nel buio della mia camera sentivo questi versi mi veniva la pelle d'oca poiché temevo che ad aggirarsi per le strade non fossero dei semplici cani, ma il terribile Prubunaru e mi nascondevo sotto le lenzuola perché pensavo che potesse addirittura entrare a casa.

Si diceva che lu Prubunaru fosse un uomo malato, costretto a trascinarsi curvo per i dolori lancinanti che provava durante le notti di luna piena.
Ad Alghero non mancano persone che giurano di averlo visto e dicono di sapere anche chi fosse quel disgraziato.

lunedì 13 febbraio 2012

L'accabadora


Mi è capitato tra le mani un libro di  Gino Cabiddu, " Usi costumi riti tradizioni popolari della Trexenta" edito nel 1965 dai Fratelli Fossataro di Cagliari e tra le varie informazioni ho trovato una parte che riguarda l'accabadora. 
L'autore ritiene che la figura di questa donna possa essere frutto di leggenda o comunque sia "qualcosa di diverso da ciò che si vuole dare a intendere". 
Aggiunge che l'accabadora sarda potrebbe essere una donna ritenuta dotata di speciali virtù che, "togliendo dal collo degli agonizzanti gli amuleti sacri, come scapolari, medagliette di santi o patenas" affrettava la separazione dell'anima dal corpo di persone in dolorosa agonia.

L'autore riporta in seguito lo scritto di Giuseppe della Maria apparso nel Nuovo Bullettino Bibliografico Sardo. AnnoV N° 28 -Cagliari - 1960.
Lo studioso dice che William Smith offre la prima testimonianza scritta di accabadora intorno al 1826-27 quando dice che in Barbagia l'accabadora aiutava una persona a morire soffocandola. Aggiunge che l'usanza venne proibita dal Padre gesuita Giovanni Vassallo che fu in Sardegna dal 1726 al 1775, anno della sua morte.
Un'altra testimonianza ci viene dal canonico Angius che nel 1834 afferma che sas accabadoras erano "donnicciuole che abbreviavano le pene di una morte stentata dando un colpo sul petto, con una specie di mazza, sa mazzocca".

Nell'Ottocento vari altri autori si inserirono nella discussione sull'esistenza o meno di tale personaggio: Della Marmora, Tyndal, Bresciani, Tennant, De Gregory e Domenech.  

Giuseppe della Maria afferma che secondo il Padre Angius agli inizi del 1800 era in uso a Cagliari la pratica di accelerare la fine degli agonizzanti con due procedimenti:
1. Togliere dalla stanza croci, simulacri, immagini e privare il malato di scapolari sacri in modo da accelerare il distacco dell'anima dal corpo.
2. Se l'intevento non ha efficacia, collocare sotto la testa del malato il giogo di un aratro o di un carro (su giuali).
Pare che il giogo fosse utilizzato anche nelle Barbagie e nel Nuorese.
Lo studioso afferma che non ha avuto riscontri sulla presenza di accabadoras nella Trexenta ma è venuto a sapere che certe donne vengono chiamate presso gli agonizzanti che prolungano la sofferenza. Tali donne tolgono di dosso al malato ogni amuleto sacro, levano da sotto il guanciale libretti di preghiere e ogni oggetto sacro.
Le donne accompagnano i loro gesti con versetti magici, forse scongiuri o parole propiziatorie per favorire la liberazione dell'anima. Naturalmente queste formule non si conoscono in quanto non vengono rivelate.



A sostegno della esistenza della donna che poneva fine alle sofferenze degli agonizzanti Emmanuel Domenech (n. 1826, m.1886), autore di "Pastori e banditi", dice che dopo aver curato i malati con tutta la devozione possibile, i sardi, non potevano rassegnarsi al prolungarsi delle sofferenze di un'agonia e per farle cessare al più presto ricorrevano all'ausilio delle accabadoras.

Il  fatto che segue fu raccontato da una signora a un vecchio prete dell'Università di Sassari.
"Quando mia nonna aveva diciotto anni cadde gravemente malata. Il Curato della Parrocchia venne a darle l'Estrema Unzione, e quando finì rimase presso il suo letto. In quel momento entrò una persona, e dalla porta aperta vide "s'accabadora" che nell'anticamera attendeva di essere chiamata per abbreviare le sofferenze della giovinetta. A quella vista, l'ammalata provò un tale terrore, che ne ebbe una crisi, seguita da abbondante traspirazione onde guarì quasi subito".

(Commento) A voler essere precisi la ragazza ha visto dalla porta aperta una persona che forse era una "accabadora", oppure era una donna chiamata solo per portar via dalla stanza quegli oggetti sacri di cui si è parlato. Non mi sembra una testimonianza inequivocabile che prova l'esistenza dell'accabadora. Oltretutto chi parla non è la protagonista del fatto, ma una nipote che lo riferisce dopo molti anni.

Giuseppe della Maria parla di un altro evento raccontato dal Canonico Dottor Pietro Raimondo Calvisi.
"A Bitti, intorno al 1906 sono stato testimone del seguente fatto. Nei pressi della casa mia, un bimbo era in agonia da oltre tre giorni, quando si presentò alla madre del morente una vecchia dall'aspetto duro ed energico, alta e segaligna. La vecchia si offrì decisa, alla madre, per abbreviare l'agonia del piccolo sofferente.
La madre non si stupì della cosa, ma rifiutò dicendo: "Cherzo que si guadagnet su Chelu." (Voglio che si guadagni il Cielo)
Da queste parole ebbi la chiara conferma che la sinistra vecchia fosse una superstite accabadora".

(Commento) Questa testimonianza potrebbe essere più decisiva ai fini di stabilire l'esistenza della donna che dà la morte, anche se la conferma di cui parla il Canonico Calvisi non deriva da un chiarimento senza possibilità di equivoci con la madre, ma da una sua interpretazione.